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GIUSTIZIA 8 Giugno Giu 2016 1428 08 giugno 2016

Caso Cucchi, la procura: «Torturato come Giulio Regeni»

Appello bis, il pg Rubolino chiede la condanna per omicidio colposo di cinque medici dell'ospedale Pertini: «Stefano ucciso da servitori dello Stato in camice bianco».

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Stefano Cucchi.

Stefano Cucchi «vittima di tortura come Giulio Regeni». Il procuratore generale Eugenio Rubolino, nella sua requisitoria al processo d'appello bis per la morte del geometra romano, ha chiesto la condanna di cinque medici dell'ospedale Pertini per omicidio colposo.
«Cucchi è stato pestato, una prima volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilirne il colore. La seconda volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in camice bianco. Occorre restituire dignità a Stefano e all'intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta», ha detto ancora Rubolino.
NESSUNA ATTENUANTE. Per i cinque medici l'accusa ha escluso ogni attenuante generica. L'obiettivo è ribaltare la sentenza assolutoria di secondo grado, annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione, che ha disposto un nuovo processo a loro carico e il definitivo proscioglimento per tre agenti della polizia penitenziaria, tre infermieri e un sesto medico.
«IN QUELL'OSPEDALE COME IN UN LAGER». Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 perché trovato in possesso di droga e morto una settimana dopo all'ospedale Pertini della Capitale, secondo la procura avrebbe trovato al Pertini «un lager», dove sarebbe stato privato «anche del pane in quanto celiaco».
SINDROME DA MALNUTRIZIONE. Lo scenario che emerge dalla requisitoria è inquietante: «Stefano si è nutrito con acqua. Arriva bradicardico e per questo dovevano da subito fare qualcosa. Invece, non viene neanche monitorato». Tanto che la morte sarebbe sopraggiunta per sindrome da inanizione e malnutrizione, la stessa che i giudici di primo grado avevano evidenziato come concausa del decesso.
«STAVA MORENDO E GLI DAVANO ACQUA». Dal momento del ricovero per Stefano Cucchi «comincia la non diagnosi. Un comportamento gravemente colposo dei medici. I nostri imputati erano lontani non solo dal formulare una corretta diagnosi, ma anche dal verificarla. Ad un paziente che stava morendo veniva prescritta dell'acqua, ma si continuavano a dare antidolorifici», ha continuato Rubolino. Il rappresentante dell’accusa ha chiesto di condannare Aldo Fierro, primario del reparto detenuti del Pertini dove Cucchi morì, a quattro anni di reclusione. E i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo a tre anni e mezzo ciascuno. In primo grado avevano avuto due anni il primario e un anno e quattro mesi ciascuno gli altri medici.
«LA CASSAZIONE HA EVITATO LA PIETRA TOMBALE». I cinque camici bianchi, dopo la condanna in primo grado, erano stati assolti in appello. Giudizio annullato dalla Cassazione, che in questo modo «ha evitato che sulla vicenda cadesse una pietra tombale», ha detto ancora Rubolino, secondo il quale «già all'ingresso al Pertini sono state riportate circostanze chiaramente false sulla cartella clinica di Cucchi».
TUTTE LE PRESUNTE MANCANZE DEI MEDICI. I segni sul corpo di Stefano, per la pubblica accusa, erano evidenti e parlavano chiaro: «Presentava una frattura alla vertebra sacrale per il pestaggio avvenuto nelle fasi successive all'arresto, aveva un trauma sopraccigliare con scorrimento del sangue, per migrazione, sotto gli occhi. Aveva un forte dolore fisico in conseguenza di quell'aggressione, eppure al Pertini gli è stato solo somministrato un antidolorifico che ha contribuito a rallentare il cuore, muscolo già indebolito perché non irrorato. L'apparato muscolare nel suo complesso, in quella cartella clinica fasulla, venne definito tonico e trofico, ma il paziente non aveva neppure i glutei per poter avere un'iniezione».
CINQUE GIORNI DI AGONIA. Rubolino ha poi ricostruito i motivi del rifiuto del cibo da parte di Stefano Cucchi: «Rifiutava le terapie e non mangiava perché nessuno lo metteva in contatto con il suo avvocato. Nessuno si è preoccupato di riferire ad altri le sue esigenze. La sua morte è arrivata dopo cinque giorni di vera agonia». Per evitarla «poteva bastare un farmaco che desse vigore al battito del suo curore, poteva bastare un po' di acqua e zucchero, forse, per migliorare una situazione gravemente compromessa. E invece niente di tutto ciò». Cucchi «non doveva stare in quel reparto perché non era stabilizzato. Eppure si è fatto in modo che venisse ricoverato lì, in quella struttura protetta, lontana da occhi e orecchi indiscreti».

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