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ANALISI 9 Giugno Giu 2016 1215 09 giugno 2016

Rosarno, immigrati vittime di disagio psicologico e crisi

Dignità negata, tanta fatica e flop dei progetti migratori: così crescono le patologie psicologiche tra i braccianti. Il caporalato? È solo la punta dell'iceberg.

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«Non siamo qui per fare la guerra o per fare casini, siamo qui per lavorare e per mangiare. I carabinieri devono venire per mettere pace e non per uccidere».
San Ferdinando, il giorno dopo l'uccisione di Sekine Traore, 26enne maliano, da parte di un carabiniere.
LA MARCIA VERSO IL MUNICIPIO. Un centinaio di immigrati si sono diretti pacificamente dalla tendopoli al municipio tra l'indifferenza dei cittadini. Per dire no al razzismo e chiedere giustizia.
Il pensiero va automaticamente alle proteste del 2010, quando i braccianti, vittime di violenze e aggressioni, persero la testa, mettendo a ferro e fuoco il paese.
«Il rischio è alto», dice a Lettera43.it Giuseppe Pugliese di Sos Rosarno, «anche perché oltre alla gravità dell'omicidio di un ragazzo, c'è parte della popolazione che non aspetta altro».
E sarebbe una «catastrofe».
Certo è che, stando alle prime ricostruzioni dell'accaduto, sparare mortalmente a un ragazzo che, per quanto esagitato era armato di un coltello da cucina, non fa che gettare benzina sul fuoco.

Il dramma maggiore è l'aumento dei disturbi psicologici

La manifestazione dei braccianti dopo l'uccisione di un 26enne maliano nella tendopoli di San Ferdinando.

Le condizioni di vita all'interno della tendopoli, allestita dopo i fatti del 2010 dalla protezione civile, sono a dir poco precarie.
Nonostante la stagione agrumicola sia terminata da tempo, e i braccianti ora si spostino in altre zone, molti immigrati continuano a vivere nelle 70 tende 'ministeriali', alle quali, durante l'inverno, si aggiungono ripari abusivi, costruiti con materiali di fortuna, dall'eternit al legno.
CHI RESTA NELLE TENDE NON HA NULLA. E chi resta, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nemmeno di che nutrirsi.
Ma nella Piana non c'è solo la tendopoli di San Ferdinando. Molti braccianti vivono nei casolari abbandonati nelle campagne o nella ex fabbrica poco distante dal paese che ne arriva a ospitare fino a 400.
«Senza acqua, senza elettricità e senza infissi», dice a Lettera43.it Alessia Mancuso Prizzitano, coordinatrice del Poliambulatorio di Emergency a Polistena.
«Questi ragazzi sono giovani e sani quando arrivano in Italia», continua, «poi si ammalano a causa delle condizioni di vita e di lavoro».
Sciatalgie, problematiche respiratorie e dermatologiche sono all'ordine del giorno.
IL FALLIMENTO DEL PROGETTO MIGRATORIO. Ma forse la piaga maggiore - e la più drammatica - è l'aumento dei disturbi psicologici.
Oltre allo stress post-traumatico dovuto al viaggio di fortuna verso l'Italia, gli immigrati scontano condizioni di vita inumane. «La loro dignità e i loro diritti vengono calpestati quotidianamente», sottolinea Mancuso Prizzitano. E vivono sulla loro pelle la delusione dovuta al «fallimento di un progetto migratorio».
Fuggiti da violenze, guerre civili e fame, si ritrovano schiavi e sfruttati. Il che non fa che aumentare la tensione e la frustrazione.
«Una situazione che non possiamo definire certo emergenziale», dice la coordinatrice del Poliambulatorio di Emergency, «visto che continua da anni, e che crea disagio a tutti: alla popolazione locale e a quella immigrata».

Il caporalato? È solo la punta dell'iceberg

Nella tendopoli attualmente vivono circa 500 immigrati.

Puntare il dito esclusivamente contro il caporalato però non serve granché. Perché il problema va risolto a monte.
«Il caporale, molto spesso africano, è come uno spacciatore: non controlla il mercato degli stupefacenti», spiega Pugliese.
Il fatto è che siamo davanti a «una guerra tra poveri».
E le prime vittime sono proprio gli extracomunitari.
Il sistema agricolo è al collasso. E non solo al Sud.
LE RESPONSABILITÀ DELLA GDO. «I produttori fanno la fame, non riescono a vendere a un prezzo equo», è il ragionamento. Una crisi nella quale la grande distribuzione ha più di una responsabilità: «Perché le clementine acquistate a pochi centesimi al chilo poi si ritrovano sugli scaffali a qualche euro?».
Gli agricoltori, poi, invece di unirsi e lottare contro chi stabilisce i prezzi, scelgono poi la via più comoda: sfruttare i braccianti.
Per questo «il caporalato è funzionale al sistema: dalla mattina alla sera occorre reperire braccia che sarebbe semplice trovare rivolgendosi agli uffici di collocamento», commenta Pugliese. «Se questi uffici funzionassero, naturalmente».
Poi c'è il costo del lavoro: «Tanti produttori vorrebbero anche regolarizzare i braccianti. Ma il problema è sempre lo stesso: mettere sotto contratto costa troppo, soprattutto se il settore è in crisi».
Questo non signfica certo giustificare il caporalato, che va combattuto e condannato. Ma evidentemente non basta. «L'unica via è eliminare ogni alibi» a questo sistema drogato.


Twitter @franzic76

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