Stazione Termini Roma 160125203921
LA MODA CHE CAMBIA 12 Giugno Giu 2016 0900 12 giugno 2016

Quanto tempo e denaro persi per la 'purtroppite'

Errori «di sistema» e braccia allargate. Se nessuno paga più per errori e disservizi.

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La stazione Termini di Roma.

Per uno di quei cosiddetti «errori di sistema» di fronte ai quali i burocrati italiani allargano sempre le braccia e i funzionari ex statali non vedono l’ora di tornare a farlo, non risulta possibile posticipare per telefono il mio biglietto del treno, un Frecciarossa Roma-Milano. Posso farlo solo alla Stazione Termini, cioè, di persona. «Purtroppo, signora, non è colpa né sua né nostra». In verità il sistema risponderebbe al nome di Trenitalia, ma mi astengo dal commentare.
FULL IMMERSION DI 24 ORE. Guardo l’orologio: sono nel pieno di un convegno in università che mi costringerà a fermarmi nella Capitale più del previsto, ma ho un’ora di tempo prima del mio panel. Avrei voluto usarla per prepararmi e smaltire qualche mail, ma rischio di perdere un centinaio di euro e mi spiace parecchio, per cui mi precipito fuori dall’ufficio, senza sapere che mi aspettano 24 ore di full immersion nella 'purtroppite', la sindrome della desolazione impotente. In Italia, dove non è stata mai debellata e anzi prospera insieme con i ricorsi al Tar, i giudici della reintegrazione senza se e senza ma e la complicità dei sindacati, vi siamo assuefatti al punto di esserne diventati noi stessi propagatori a nostra insaputa. Lo facciamo quando il fato avverso ci fa incappare in una concentrazione di 'purtroppite' tale da rendercene l’evidenza fin troppo sfacciata e il tempo e i soldi persi per contrastarla una micidiale fonte di stress.
CINQUE MINUTI CHE DIVENTANO 25. L’ateneo è a cinque minuti di distanza dalla stazione Termini, per cui ringrazio il Signore di non trovarmi alla Prenestina e di non avere la flebite. I cinque minuti preventivati diventano però subito 25, quasi avessi aspettato (e naturalmente trovato, perché «purtroppo signo’ er bus de qua nun passa mai») i mezzi pubblici. Il taxi che ho preso per velocizzare ha imboccato infatti una strada stretta, dove sta «operando» il camioncino della nettezza urbana, che blocca il passaggio. Dovrebbe passare alle 5 del mattino, circa, massimo le 6. Sono le 11.
IL TASSISTA ALLARGA LE BRACCIA. Il tassista allarga le braccia: «Purtroppo, signora, che ce volemo fa’. Quest’è l’Italia». Questa è Roma, soprattutto, la città che il candidato piddino Roberto Giachetti vuole far «tornare Roma» e non si è ancora capito quale (quella dei papi? Di Odoacre? Di Rutelli, che forse è stata l’ultima gestione en grandeur?). Ma pazienza: uso il tempo di attesa per mandare due mail dal cellulare, naturalmente, sempre ringraziando il Signore che mi ha permesso di vivere in questo momento storico di interconnessione planetaria quasi sempre funzionante tranne forse e appunto sui treni.

Biglietto sparito? L'addetta allarga le braccia

Superata una seconda stradina bloccata da una Smart parcheggiata di traverso (l’ausiliaria incrociata 100 metri più avanti allarga le braccia: «purtroppo» non può più tornare indietro, ha già esaurito il turno o quasi, ma «j’o disce a quarcheduno, chissà»), arrivo sotto la pioggia in stazione. Esaurita la fila, scopro che la cancellazione del codice di prenotazione, effettuata da un controllore forse non acutissimo all’andata, si è riverberata sul viaggio di ritorno non ancora effettuato, per cui il biglietto risulta sostanzialmente sparito. «Bruciato, purtroppo», allarga le braccia la gentile addetta. Non posso dunque cambiarlo. Non esiste più, nonostante una mail di Trenitalia sul mio palmare dimostri il contrario.
IL CLIENTE (NON) HA SEMPRE RAGIONE. In un caso similare, il customer care della griffe di moda più scrausa, ma perfino quello del supermercato sotto casa, provvederebbe a rifondere il danno, profondendosi in scuse e aggiungendo un bonus, chessò un gelatino, uno sconto sulla prossima t-shirt, giusto per risarcire il cliente del tempo, cioè del denaro perduto, e tenerselo caro. Nel settore privato, il cliente ha sempre ragione, talvolta perfino quando ha torto.
UN PURTROPPO DOPO L'ALTRO. Per Trenitalia, che si considera ancora monopolista e dunque agisce di conseguenza, naturalmente no. «Purtroppo deve fare reclamo, compilando il modulo e spiegando passaggio dopo passaggio l’errore». Scusi, ma l’errore è vostro. «Purtroppo pare di sì, ma deve compilare tutto lei e spieghi per bene, perché dovremo fare delle verifiche e, nel caso sia possibile dimostrare l’errore di sistema, le verrà rimborsato il biglietto». Nel frattempo? «Purtroppo deve comprarne uno nuovo». Di chi è la colpa? Del sistema, cioè di nessuno. Chi paga? «Lei». Ho comprato il biglietto altrove e credo che continuerò a farlo (per raggiungere i luoghi più impervi userò il mulo, la bici, l’ape, il monopattino, chisseneimporta).
PREDA DI NOIA E STANCHEZZA. Per qualche istante, fra i fumi della rabbia, ho immaginato di rivalermi con un’azione per truffa, di cui esistono tutti gli estremi. Poi, sono stata colta come sempre, come tutti noi, come tutti i giorni, dagli effetti collaterali della 'purtroppite' vissuta e subita. Che sono la stanchezza, il laisser aller, la noia. E anche la valutazione dei pro e dei contro di un’eventuale azione di contrasto: rende di più il tempo impiegato a prendere a cornate Trenitalia o quello impiegato nella revisione di un testo che potrebbe essere pubblicato all’estero? Vale la pena di farsi venire l’infarto per far spostare il camioncino dell’Ama che comunque non ci darebbe retta o è meglio impiegarlo in una telefonata alla mamma che ne sarà felice? Se vivete in Italia e non negli Stati Uniti della causa coatta e della class action a prescindere, vi siete già dati la risposta. I propagatori di 'purtroppite' di questo vivono. Della nostra pigrizia e della nostra infinita stanchezza. Purtroppo.

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