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ANALISI 14 Giugno Giu 2016 1533 14 giugno 2016

Femminicidio, alcuni miti da sfatare

Si tratta di un fenomeno atavico. Che non dipende soltanto da cultura o leggi.
E gli studi lo dimostrano. L'ex partner? Come una droga. Il graffio di Lia Celi.

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In Italia nel 2016 sono stati 36.

Succede sempre così: c'è la settimana in cui i femminicidi sono tre o quattro al posto dei soliti uno, massimo due, e il dibattito si accende come i fuochi di un piano cottura quando hai molti ospiti a cena.
Su un fornello ribolle la pentola dello sdegno delle donne, che chiedono più leggi e più protezione.
Sull'altro soffrigge la retorica autoflagellante e stilisticamente impeccabile degli opinionisti maschi progressisti.
Su un terzo fischia la pentola a pressione dei preti dayfamilisti che dànno la colpa alle donne egoiste e ribelli. Mentre su un quarto borbotta l'insofferenza di quelli cui sta proprio sui nervi la parola femminicidio e, si sospetta, più la parte «femmini» che quella «cidio».
36 FEMMINICIDI NEL 2016. Padelle e casseruole roventi da cui si alza un gran nuvolone opaco dall'odore sospetto, destinato a dissiparsi la settimana in cui si tornerà alle solite una massimo due donne ammazzate alla settimana.
Le pentole tacciono, i fornelli si spengono.
Al massimo resta acceso quello piccolo, che si usa di solito per la moka da uno. Ed è un caffè amarissimo.
Ma bisogna berlo perché la caffeina rende lucidi, e se c'è qualcosa che occorre mantenere quando si trattano certi argomenti è la lucidità. Necessaria per leggere dati sconcertanti e deprimenti anche quando sembrano incoraggianti.
Ad esempio, che i femminicidi dall'inizio del 2016 non sono 58, come ripetono i giornali, ma 36, come testimonia l'osservatorio InQuantoDonna, che monitora i casi di donne uccise da uomini, e come confermano i dati del Viminale.
IN SCANDINAVIA VA PEGGIO. Il fenomeno, insomma, sarebbe in calo, non in ascesa. E questo in un Paese che, fonte il rapporto Onu sugli omicidi in base al sesso, ha già uno dei tassi di woman killing più bassi d'Europa, minore che in (tenetevi forte) Austria, Finlandia, Francia, Germania, Svizzera e perfino Svezia.
Non è proprio il caso di compiacerci: 36 vittime sono comunque troppe, ma «alimentando l'emergenza», ammonisce giustamente Paola Tavella sull'Huffington Post, «si finisce per alimentare quel che si pretende di combattere».
E poi quei numeri agghiaccianti provenienti da Paesi ben più avanti di noi nelle pari opportunità, nell'educazione non sessista, nella legislazione anti-stalking, fanno sospettare che i rimedi invocati dai nostri benpensanti e benintenzionati - «più cultura del rispetto, dell'uguaglianza», ecc. ecc. - non siano una panacea.
O meglio: ci vorrebbero anche da noi, eccome, ma il risultato matematico non sarebbe una diminuzione dei femminicidi.
UN FENOMENO ATAVICO. La triste verità, testimoniata dai rapporti Istat, è che il femminicidio è un tipo di delitto molto, molto difficile da debellare.
Nel vistoso calo degli omicidi che si registra dagli Anni 90 a oggi, l'unico numero più o meno costante è quello degli omicidi in cui le vittime sono donne.
È un fenomeno «endemico», radicato, atavico, che sembra invulnerabile alla scolarizzazione, al progresso o all'evoluzione delle leggi, come dimostra il triplo di femminicidi della scolarizzatissima, progressista ed evoluta Finlandia, rispetto all'arretrata Italia.

L'accostamento tra relazioni amorose e dipendenze

L'antropologa Helen Fisher.

Ma se non bastano le leggi, l'educazione, la cultura, come cavolo si fa a evitare che per una donna lasciare il proprio partner comporti più rischi che attraversare un passaggio a livello mentre sta arrivando il treno?
Dobbiamo obbligare tutti maschi dai 16 anni in su a portare scritto sulla schiena «I fidanzati nuocciono gravemente alla salute» (che se la scritta funziona come quelle sui pacchetti di sigarette, si registrerà un aumento dei fidanzamenti)?
L'accostamento tra relazioni amorose e dipendenze è pertinente, specie dopo aver letto «Drogati d'amore», lo splendido articolo dell'antropologa americana Helen Fisher proposto nel penultimo numero di Internazionale.
IL PARTNER È IL NOSTRO PUSHER. Secondo la Fisher, che ha studiato l'attività cerebrale di centinaia di coppie felicemente innamorate e di partner disperatamente scaricati, l'amore romantico e l'attaccamento agiscono a livello neuronale come una vera e propria dipendenza perché stimolano un'iperproduzione di dopamina e noradrenalina, gli ormoni della ricompensa e della reazione «attacco e fuga».
E non succede solo all'homo sapiens, ma anche al topo di campagna e alle pecore.
In parole povere: il partner è la nostra droga e il nostro pusher; quando possiamo avere facilmente e regolarmente la nostra dose stiamo bene, ma quando ci viene a mancare reagiamo in modo molto simile a un tossico privato del suo oppiaceo o dell'alcolista che deve rinunciare del tutto al liquore.
LA CRISI DI ASTINENZA. Scatta la crisi d'astinenza, con risposta da stress, frustrazione, rabbia, violenza, depressione. Questo meccanismo, si badi bene, è uguale per uomini e donne, a tutte le latitudini, a tutte le età: l'esperienza di essere abbandonati da una persona amata è devastante per chiunque, perfino per i fidanzatini all'asilo.
La «cultura» interviene nel come gli esseri umani vivono la crisi d'astinenza da relazione. C'è chi muore di infarto o di ictus, c'è chi si lascia morire. C'è chi, per fortuna la maggioranza, se ne fa una ragione. C'è chi sublima componendo canzoni di successo, come Adele.
E c'è una minoranza, soprattutto di uomini, che proietta tutta la sua rabbia contro l'ex e si trasforma in uno stalker o in un bruto assassino.
Dire che molti uomini lasciati dalla partner diventano incontrollabili come tossici in astinenza è rischioso, si può sembrare da un lato «giustificazionisti», dall'altro schifosamente cinici.
MAI CONCEDERE «UN ULTIMO APPUNTAMENTO». L'amore è una cosa bella, la violenza è una cosa brutta, detestiamo chi parla di «crimini passionali», eccetera.
Ma i dati scientifici stanno lì a dirci che non è soltanto una questione di cultura, di educazione e di leggi.
E se l'obiettivo primario non è stabilire chi fra noi è più progressista, ma salvare la pelle a più donne possibile, bisogna tenere conto che a volte dall'altra parte non ci sono solo dei sessisti oltraggiati nel loro ego patriarcale, da convertire leggendo loro tanti begli articoli di Repubblica e Corriere, ma dei sessisti in grave stato di alterazione.
Che dovrebbero essere presi in cura da uno psichiatra finché non gli passa, e ai quali mai, mai, mai bisogna concedere «un ultimo appuntamento per chiarire».

Twitter @LiaCeli

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