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ANALISI 16 Giugno Giu 2016 0900 16 giugno 2016

Omosessualità? Armi? No, a Orlando è stato jihadismo

Obama e la stampa politically correct negano l'evidenza: c'è un problema col mondo musulmano.

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Omar Seddique Mateen in una foto postata sul suo profilo Twitter da Rita Katz, direttrice del Site, il sito di monitoraggio delle attività jihadiste in rete.

È stato tragicomico - anzi: tragico - il depistaggio messo in atto da Barack Obama, e prontamente seguito dai media politically correct mondiali, sulla strage di Orlando.
L’obiettivo era chiaro e rivendicato dal presidente americano: non associare mai alla parola terrorismo il riferimento all’islam («È inutile», ha detto).
Doppio il fine: sopire le critiche all’operato della sicurezza Usa (in particolare al Fbi che ha indagato sull'assassino Omar Mateen, senza capire quel che gli passava per la testa) e soprattutto negare - oltre ogni evidenza - il legame intrinseco, profondo, totale tra le stragi e l’alveo islamico da cui nascono.
Da qui la definizione risibile offerta da Obama il giorno dopo la strage: «Homegrown extremism», estremismo nostrano.
Obbligato il passaggio immediato alla nota polemica sul libero commercio delle armi negli States.
LA PSICANALISI NON C'ENTRA. La deviazione radicale dalla vera analisi del fenomeno jihadista è stata poi completata dalla scoperta della omosessualità di Mateen, dalla sua frequentazione del club per gay Pulse e della sua chat per incontri tra uomini.
Frenetiche e immediate le interpretazioni psicanalitiche del caso, sempre più lontani dalla verità.
Che è palese: Mateen era islamico, ha compiuto due viaggi in Arabia saudita, aveva frequentato la stessa moschea di Orlando, la al Amriky, in cui si è “formato” il primo kamikaze americano morto in Siria, e seguiva online le prediche dell’imam jihadista Marcus Robertson, noto anche come Abu Taubah, fiancheggiatore dell’Isis.
La sua omosessualità è solo un elemento complementare (anche se intrigante).
ODIO CHE CIRCOLA IN RETE. Mateen insomma ha fatto parte del franchising dell’Isis, che mai - mai - ha progettato in Siria o in Iraq un attentato in Occidente e che si limita a lanciare sulla Rete parole d’ordine di odio, ben sapendo che c’è chi le raccoglie e si organizza per trasformarle in sangue e morte.
Ma Obama di questa realtà si rifiuta di prendere atto, avvolto come è in un suo wishful thinking patologico, ormai criticato anche da testate democratiche come il New York Times e il Washington Post.
Il dramma è che non soltanto Obama ha operato questa mistificazione, ma che il coro del politically correct - in Italia capeggiato dal Tg3 e dalla brava e simpatica Giovanna Botteri - l’ha seguito, trovando ampio seguito nel dibattito politico che si è rapidamente incanalato sul tema della incredibile - e certo scandalosa - libera vendita delle armi negli Usa.
LE ARMI? QUESTIONE DIVERSA. Il tutto per far passare l’idea che la strage di Orlando altro non sia stata che parte di quella terribile patologia americana che ha costretto Obama a commentare 14 stragi di civili a opera di squilibrati durante il suo mandato.
Mistificazione pericolosissima questa, anche perché si ricollega a quella che diffonde papa Francesco che ribadisce con forza il rapporto tra commercio delle armi e conflitti e arriva al punto di porsi domande come questa: «Sempre rimane il dubbio; questa guerra in Siria è davvero una guerra per risolvere problemi, o è una guerra commerciale per vendere queste armi, cioè per incrementarne il commercio illegale?».
Quesito retorico incredibile nella bocca di un papa che sa benissimo quale sia la radice - umana, terribilmente e orrendamente umana e ideologica - della guerra civile in Siria, che sa benissimo che non c’è nessun commercio illegale di armi in Siria e che dimentica la semplice, banale verità di una umanità che è figlia di Caino.
Ancora più incredibile perché questo falso interrogativo copre una altra realtà che è ben conosciuta dal pontefice: una parte dei vescovi siriani è saldamente, fortemente e scandalosamente schierata a fianco di Bashar al Assad.
NEGAZIONE PURE IN VATICANO. Papa Francesco è dunque in piena sintonia con Obama sul punto focale: negare l’evidenza di un jihadismo - termine più corretto di “terrorismo” - che ha origini, liturgia, ideologia e obiettivi tutti interni alla cultura islamica. Sia pure in modo scismatico.
Ma ammettere questa verità obbligherebbe la Chiesa, così come l’amministrazione Obama, a “individuare” l’avversario e a comportarsi di conseguenza: affrontare con calma, solidarietà e fermezza il tema dello “scisma islamico jihadista” nei rapporti col mondo musulmano.
Impegno da cui il Vaticano, così come questa Casa Bianca, fuggono da anni.
IL CASO FRANCESE CONFERMA. Passati due giorni, la barbara uccisione - col coltello - di Jean-Baptiste Salvaing e di sua moglie Jessica Schneider a 50 chilometri da Parigi a opera di un pregiudicato - per terrorismo -, il franco-arabo Larossi Aballa, si è incaricata di smontare le mistificazioni obamiane e mediatiche su Orlando.
La verità palese è che il mondo - anche quello musulmano - oggi è minacciato dal jihadismo.
Per contrastarlo è indispensabile comprendere e definire questi due termini. Non farlo condanna alla sconfitta.

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