Alberto Stasi 151211131825
GIUSTIZIA 21 Giugno Giu 2016 1438 21 giugno 2016

Delitto di Garlasco, Cassazione: «Un mosaico di indizi porta a Stasi»

La Cassazione motiva la sentenza di condanna per l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. 

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Alberto Stasi.

«Ciascun indizio risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d'insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi oltre ogni ragionevole dubbio». Così la Cassazione nelle motivazioni della sentenza di condanna di Stasi per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi a Garlasco, avvenuto il 13 agosto 2007.
Il 12 dicembre 2015 la prima sezione della Cassazione aveva confermato la condanna a 16 anni emessa nell'appello bis.
CHIARA UCCISA DA UNA PERSONA CONOSCIUTA. Nelle motivazioni la Cassazione mette in rilievo il percorso logico sul quale la Corte d'appello di Milano ha fondato la condanna nel processo bis. In primo luogo Chiara Poggi è stata uccisa da una «persona conosciuta, arrivata in bicicletta», che lei stessa ha fatto entrare in casa. E chi vi ha fatto ingresso conosceva bene la villetta, «come desumibile anche dal percorso effettuato all'interno delle stanze del piano terra». Alberto Stasi «ha fornito un alibi che non lo elimina dalla scena del crimine nella finestra temporale compatibile» con l'omicidio.
RACCONTO INCONGRUENTE. Il giovane «ha reso un racconto incongruo, illogico e falso, quanto al ritrovamento del corpo senza vita della fidanzata, sostenendo di aver attraversato di corsa i diversi locali della villetta per cercare Chiara; sulle sue scarpe tuttavia non è stata rinvenuta traccia di residui ematici, né le macchie di sangue sul pavimento sono risultate modificate dal suo passaggio». La Cassazione ricorda anche che «Stasi non ha mai menzionato, tra le biciclette in suo possesso, proprio la bicicletta nera da donna» collegata alla descrizione delle due testimoni. C'è poi il fatto che «sul dispenser del sapone liquido, utilizzato dall'aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto, sono state trovate soltanto le impronte dell'anulare destro di Alberto Stasi, che lo individuano come l'ultimo soggetto a maneggiare quel dispenser»; e anche la certezza che «l'assassino era un uomo che calzava scarpe n.42» ed Alberto possedeva e indossava anche scarpe della marca di quelle dell'aggressore, nonché di taglia 42. Per i magistrati «tale quadro non lascia alcuno spazio a versioni alternative, dotate di razionalità e plausibilità pratica» e quelle proposte dalla difesa dell'imputato non sono «sostenibili».
OMICIDIO NON PROGRAMMATO. Per i magistrati, Alberto Stasi agì con «dolo d'impeto» e «senza alcuna programmazione preventiva», insomma, la sua condotta va inquadrata «come risposta immediata o quasi immediata a uno stimolo esterno».
ESCLUSA L'AGGRAVANTE DELLA CRUDELTÀ. A dicembre la prima sezione della Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni, respingendo il ricorso di Stasi e quello del pg di Milano che chiedeva proprio il riconoscimento dell'aggravante di crudeltà. A quest'ultimo proposito, i giudici citano il principio fissato nel processo a Parolisi per l'omicidio di Melania Rea. Stasi ha agito quindi senza la volontà di «infliggere alla vittima sofferenze aggiuntive».
UCCISA CON RABBIA E EMOTIVITÀ. Per chiarire il senso della loro decisione i giudici ricordano che Chiara fu uccisa da Stasi con un'azione connotata da «un rapido susseguirsi di colpi di martello al capo della vittima, sferrati all'ingresso dell'abitazione, con rabbia ed emotività». Il delitto avvenne all'interno «di un rapporto di intimità scatenante una emotività», come aveva sostenuto la Corte d'appello nelle motivazioni del processo-bis.
INDAGINI NON LIMPIDE. Ma la Cassazione si mostra molto dura con gli inquirenti. L'andamento delle indagini sull'omicidio fu «senz'altro non limpido, caratterizzato anche da errori e superficialità». In particolare, «la scelta 'anomala' di non sequestrare nell'immediatezza la 'bicicletta nera da donna' della famiglia Stasi» è «stata correttamente individuata come un evento che avuto indubbie ripercussioni negative» sulle indagini; inoltre la mancata acquisizione di tutte le bici della famiglia Stasi è senz'altro «un anello mancante». Ma nel vagliare gli indizi che hanno portato a ritenere Stasi colpevole la Corte d'appello di Milano nel processo bis si è correttamente fatta carico della «mancanza di tale tassello», valorizzando gli altri elementi.

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