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DIETROFRONT 22 Giugno Giu 2016 1632 22 giugno 2016

Mafia Capitale, le ritrattazioni dei super testimoni

Asma. Vomito. Finti lutti. Al maxi processo alla cupola romana i pentiti frenano. Per paura di Carminati. Le scene di Grilli, Cassia e Macchi smascherate dai pm.

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Mafia mia non ti conosco.
Nell'aula bunker di Rebibbia è andata in scena la ritrattazione.
Cosa non si fa e non si dice per non testimoniare nel maxi processo a Mafia Capitale, la presunta cupola romana con i tentacoli nel Campidoglio.
INVENZIONI A TAVOLINO. Dai collaboratori di giustizia colpiti da attacchi d'asma e da conati di vomito ai testimoni vittime di lutti inventati a tavolino.
Tutte le trovate sono state però smascherate dalla procura, che con provvedimenti in bilico tra il lecito e il necessario (e proprio per questo autorizzati dalla Corte volta per volta), ha messo all'angolo i bugiardi di turno.
L'obiettivo è tratteggiare la figura del boss, Massimo Carminati, l'ex Nar a capo della banda, facendo luce sui suoi rapporti con la criminalità organizzata.


Lo skipper Grilli pizzicato: «Ritratto tutto o mi sparano»

Salvatore Buzzi (a sinistra) con Massimo Carminati.

La sua carica intimidatoria di Carminati, secondo l'accusa, è ancora molto forte.
Vedi il caso di Roberto Grilli, trafficante di cocaina, lo skipper pizzicato con un carico di 500 chili, che, per ottenere il riconoscimento di pentito, aveva spifferato ai magistrati di aver avuto da Carminati i ganci per l'affare.
La sua scena è andata in onda in due udienze.
Nella prima si è seduto e ha parlato di attacchi d'asma. «Sono finito pure al pronto soccorso».
Ma la trovata non ha fatto effetto e allora, per non parlare, (essendo indagato in procedimento connesso) ha revocato il suo avvocato e se n'è andato.
LA VERSIONE: «COLPA DEL MIO LEGALE». Alla seconda udienza è scattato il trappolone.
Grilli ha parlato. «Disconosco quel che ho detto. Non è vero che Carminati era collegato alla mia attività di traffico di droga. Sono dichiarazioni orchestrate e organizzate dal mio avvocato per ottenere la protezione, un passaporto per rifarmi una vita. Mi disse “metti tanta carne al fuoco se vuoi riavere un futuro”. Ho dato retta a quel legale, è una cosa di cui mi vergogno, è lo sbaglio più grande della mia vita».
Il pm Luca Tescaroli a quel punto ha tagliato corto: «Non è che per caso ha paura per la sua incolumità?».
Il pentito ha risposto: «Io dal momento in cui ho parlato ho avuto paura che qualcuno volesse vendicarsi. Magari un delinquentello qualunque. Sapete, nel libro I giorni della Cagna di Rizzoli a pagina 174 io muoio, mi danno per ammazzato. Insomma, la mia vita è finita nel momento in cui mi è stato detto “la tua collaborazione non è servita a niente”. Ma non ho paura di Carminati, lo reputo troppo intelligente. Se oggi mi cadesse un albero addosso tutti potrebbero pensare a lui...».
UNA REGISTRAZIONE LO INCHIODA. E allora Tescaroli ha tirato fuori l'asso che ha nella toga. La registrazione in cui Grilli diceva altro, datata 10 giugno 2016.
Quando si presentò a ritirare la convocazione dal suo avvocato, un ufficiale dei carabiniere ne registrò lo sfogo, che anticipava la mossa: «Sono stato trattato in maniera vergognosa dalla giustizia. Ho perso il lavoro, la salute, ho perso tutto dopo Mafia Capitale. Io avevo chiesto la protezione per non correre il rischio. Sto come un poraccio. E ora devo confermare le dichiarazioni... per farmi sparà. Se non le confermo mi faccio altri quattro anni. Se torno sulla Cassia duro una settimana. Durerò due settimane al massimo là fuori. Allora mi divertirò a dire che tutto quello che ho detto mi è stato detto di dirlo...».
L'ufficiale allora gli consigliò: «Ci dorma su».
E allora Grilli si inalberò: «Stiamo a parlà de Carminati. Ma che me pija 'ngiro? Era meglio che non mi chiamava la procura».

Il reticente Cassia tra malessere, udienze sospese e «non ricordo»

Il Cecato - questo il soprannome di Carminati - dopo l'arresto da parte della procura di Roma.

A un altro pentito, Sebastiano Cassia, stavolta della mafia sicula, alla faccia del curriculum criminale che lo ha legato per anni alla cosca di Benedetto Spataro e quindi a Nitto Santapaola, il malessere è venuto già fuori dall'aula: «Mi viene da vomitare».
Così il pm Luca Tescaroli, quando Cassia si è accomodato e ha confermato i problemi di salute per svignarsela, ha fatto intervenire un ispettore del 118 che lo aveva appena visitato su incarico dei magistrati.
Il sanitario ha affermato: «I valori sono normali», dando il via all'udienza.
A quel punto Cassia ha raccontato: «Io appartenevo a Benedetto Spataro, Cosa nostra».
«ARMI DA ROMA ALLA SICILIA». E poi: «Spataro mi diceva che Carminati era un amico e che se c’era da fare una cortesia la si faceva. Cortesia in campo criminale, ovviamente. Spataro diceva che prendeva armi a Roma da Carminati e le portava in Sicilia. Io stesso ho visto, nel '94, un paio di kalashnikov in casa di Spataro ad Ardea procurate secondo lui dal “Nero”».
Cassia non ha detto altro.
Un po' per il malore (l'udienza è stata sospesa due volte), un po' per i «non ricordo».
Il presidente della corte, Rosanna Ianniello, l'ha strigliato più volte: «La reticenza è paragonabile alla falsa testimonianza».

L'imprenditore Macchi: «Poi ti ci ritrovi a fare i conti con Carminati»

Sono diventato intoccabile, diceva Carminati prima del suo arresto.

Per non partecipare al maxi processo un testimone però ha fatto di peggio: si è inventato il funerale di uno zio. E poi pure una malattia.
Così la procura è dovuta ricorrere all'accompagnamento coattivo per Filippo Maria Macchi, l'imprenditore romano che nella primavera 2014 si era fatto prestare dal boss Massimo Carminati e dal braccio destro Riccardo Brugia 30 mila euro, a tasso usuraio, per comprare un carico di oro in Africa, poi saltato.
Per due volte il testimone ha accampato bugie.
Così alla terza convocazione Macchi è stato accompagnato in aula dai carabinieri e nel corso della deposizione l'accusa gli ha riservato una sorpresa.
SFOGO COL CARABINIERE. Non appena l'imprenditore ha cominciato a mostrare segni di reticenza, il pm Tescaroli ha tirato fuori una registrazione in cui lo stesso Macchi qualche giorno prima confidava di temere ritorsioni a un carabiniere del Ros che lo invitava a comparire al processo.
Il testimone si era sfogato così, ignaro della registrazione: «Marescià, sappiamo che queste so' persone che si sono rivalse e che si rivalgono contro chi gli si rivolge contro».
E ancora: «D'altra parte per usura non è che ti condannano a 25 anni. Poi ti ci ritrovi a fare i conti. Ma Carminati c'è in aula? E Brugia? Manco gliel'ho ridati i soldi».

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