RACCONTO 4 Settembre Set 2016 1800 04 settembre 2016

Viaggio a San Ginesio, nell'«altro» terremoto

Niente vittime, né media o istituzioni. Ma il sisma ha colpito pure il Maceratese. San Ginesio ha perso chiese, teatri, alberghi. Ora teme l'oblio. Il reportage di L43.

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C'è il terremoto atroce di quelli che hanno perso tutto e urlano e chiamano i loro cari che non ci sono più, e c'è l'altro terremoto che non si vede, che non si sa.
Dove non ci sono vittime e questa, in un certo senso crudele e paradossale, è la fortuna più insidiosa perché rischia di consegnare un paese all'oblio dei media e delle istituzioni, dirottate per altre tragedie più urgenti.
Salendo per le valli marchigiane il sisma ha schiaffeggiato con la sua potenza immane Amandola, Montefortino, Montemonaco e gli altri agglomerati sul versante ascolano, ma non ha risparmiato quello maceratese dove tra i più urticati c'è San Ginesio.
Già a Falerone le prime crepe, poi salendo altri sbarramenti a Sant'Angelo in Pontano, alle Ripe, finché passi dall'arco della porta Picena e nel centro abitato ti senti lontano mille miglia dalla tua normalità di mare ad appena un'ora di strada.
L'EX PAESE DELLE 100 CHIESE. Dappertutto blocchi, transenne, chi cammina guarda le case, indica col dito sfregi e storie che il foresto ignora, ma l'aria che respira non mente: il ''paese delle cento chiese'' non ne ha più una sana.
Misteriosamente o miracolosamente intatta la Collegiata, ma nel centro storico come nel contado è tutta una sofferenza, un pericolo scampato, due vecchi sono usciti un istante prima che la loro casetta di campagna gli franasse addosso.
Inagibili i templi più importanti - San Francesco dell'anno Mille, San Gregorio neogotica -, critica la situazione della pinacoteca con la pala della Battaglia della Fornarina tra ginesini e fermani e sotto osservazione la sede della Comunità montana e tutti i luoghi più importanti di questo borgo tra i più belli d'Italia, uno dei 184 con la bandiera arancione di eccellenza turistico-ambientale.
A QUOTA 700 METRI DI ALTEZZA. Siamo a 700 metri tondi e non per niente questo è detto il Balcone dei Sibillini, eccoli là i Monti Azzurri da cui è partita la faglia maledetta, ai piedi del Vettore.
Nella piazza centrale intitolata ad Alberico Gentili, giurista insigne del Cinquecento e fondatore del Diritto internazionale, con la Collegiata e il teatro, l'albergo Centrale è vuoto; una lavagnetta all'esterno informa, teneramente patetica, dell'adesione del ristorante a una raccolta per i terremotati.
C'erano prenotazioni fino alla metà di settembre, ma sono bastati pochi attimi d'inferno e tutti si sono precipitati in strada: non sono più risaliti, se non la mattina dopo per fare i bagagli e fuggire.
Lo avevano riaperto nell'inverno del 2015, l'albergo, quattro giovani, 120 anni fra tutti, ci hanno messo dentro il sangue ed erano riusciti a farlo funzionare benone.
«LA GENTE COME CI TORNA QUI?». Eccoli lì, seduti ai tavolini, lo sguardo perso. «E adesso?», dice Alessia mentre succhia un ghiacciolo verde e non sembra neppure reale.
Poi scuote la testa, si risponde da sola: «Adesso niente, non è per adesso, noi tanto continuiamo a dormire in macchina. Qui davanti, ma in macchina. Sì, c'è qualche segno, ma quello sarebbe il meno: il problema è quando rivivere. Perché se i monumenti restano inagibili, la gente come ci capita quassù, come ci torna?».

Dove non arriva il rombo delle scosse può giungere il silenzio

Il patrimonio storico di San Ginesio, fondata nel Quattrocento, rischia di essere abbandonato.

Già, quello che non ha fatto la scossa rischia di farlo l'oblio, dove non arriva il rombo può giungere il silenzio.
Nel corso che porta al Comune, scandito dai divieti e dalle transenne, c'è un vicolo strettissimo, dove la luce quasi non entra, che si esaurisce in un vortice di macerie.
Dal Comune esce Simone Tardella, vice sindaco e assessore a quasi tutto: «Scusa, vado a prendere le sigarette» e s'infila dal tabaccaio a fianco.
Deve fumare in continuazione, ha uno sguardo mai visto, ci si legge il trauma che non è ancora passato e la preoccupazione per quello che dovrà passare.
«Entriamo in ufficio, siamo accampati come i baraccati», dice con tragica allegria.
SPUNTANO DANNI OVUNQUE. Il Comune a San Ginesio sta in un chiostro antico, un incanto medievale nella modernità del terremoto.
Ma si è ristretto qui, in una caotica sala a pianoterra, dove vanno e vengono impiegati, vigili del fuoco, uomini della protezione civile e i telefonini squillano di continuo come in una estemporanea centrale operativa: è la gente che chiede continuamente aiuto o sopralluoghi.
«Su 1.500 nuclei abitativi abbiamo già 750 richieste, ogni giorno spuntano nuovi danni che all'inizio non sospettavamo».
Qui non è come da altre parti, non si può ragionare dovunque allo stesso modo.
VIVERE TRA I CAPOLAVORI. Qui ogni palazzo è un museo, la gente vive, dorme in mezzo ai capolavori e magari neanche ci fa caso, ma quando succede una catastrofe tutto è più difficile.
Non ha molto senso discettare di logiche anti-sismiche in un borgo storico a 700 metri dove perfino un mattone è patrimonio artistico: che fai, rendi anti-sismiche le mura di cinta del Quattrocento?
Che fai, prendi un affresco, lo smuri e poi lo riappiccichi sulla parete ristrutturata come euroregolamenti comandano?
Sì, certo, quello che deve essere fatto viene fatto, e difatti la scuola, per dire, ha retto bene.
PROCEDURE PER LE LUNGHE. Ma un posto così impone logiche e cautele tutte particolari, qui tutto è di competenza della Sovrintendenza ai Beni culturali: «Non è per adesso, andrà per le lunghe, questo lo sappiamo tutti, ma vieni saliamo su in Comune, sperando non arrivi un'altra scossa. L'ultima è stata 20 minuti fa, magnitudo quattro punto quattro, l'hai sentita? Ah già che tu eri in Vespa».
Oramai tutti parlano come sismologi, è lo choc e anche l'emergenza che impone spietata le sue scadenze. Bisogna capire in fretta e agire, reagire.

«Sei anni di lavoro a testa bassa cancellati da 26 secondi di tremore»

A San Ginesio il tutto si è esaurito in un vortice di calcinacci e macerie.

Nel suo ufficio, il sindaco Mario Scagnetti non c'è: sta in giro a prendere e tenere contatti, ha appena mandato un appello insieme al vescovo perché il borgo non venga lasciato solo.
Il sindaco non c'è, ma qui non potrebbe comunque starci: la sua stanza è una ragnatela di crepe e così anche le altre.
Per i corridoi deserti, dove da ogni ruga dei muri ti sembra di sentire echi del boato cieco, si ha la sensazione di qualcosa che di colpo s'è ammalato, qualcosa di estremamente fragile, qualcosa che non ha più niente dello splendore medievale, rinascimentale dei giorni normali e belli.
«Guarda... guarda...», dice l'assessore Simone ed è un mantra perché lo ripete a ogni crepa e le ingiurie non le puoi contare.
ENTUSIAMO A COSTO ZERO. «Sei anni di lavoro a testa bassa, con entusiasmo incredibile, con il coinvolgimento di tutti: cancellati da 26 secondi di tremore».
Tutti questi della mini-Giunta non prendono compenso, hanno deciso così: Simone è maresciallo della Finanza a Camerino, appena stacca corre in Comune, ci fa le ore piccole e questo lo chiama «entusiasmo».
L'altra faccia è la tensione, specie oggi.
Usciamo e ci investe un gruppo di ragazzine dalle risate incoscienti e scroscianti come cascatelle, i telefonini in mano.
EMERGENZA SFOLLATI. «Le vedi, queste sono sfollate, abbiamo dovuto trovare in fretta una sistemazione per decine di famiglie, ma se ne aggiungono di continuo».
Non mancano le strutture a San Ginesio, ha soccorso bene l'ostello, che funziona sia per gli eventi sportivi giovanili sia per l'imponderabile: dentro c'erano un centinaio di turisti pugliesi, sono stati loro a ricevere gli ospiti indigeni in esilio da loro stessi, hanno cucinato per loro, hanno diviso le loro camere perché tutti potessero trovare riparo.
«Pensare che nel 1997, la volta di Colfiorito e di Assisi, qui non era successo niente. Stavolta invece...».
Stavolta invece è rimasto intaccato pure il convento delle monachelle, le suore che come in un racconto di Chesterton accolgono sempre qualcuno rimasto schiacciato dalla vita e gli fanno pure i biscotti.
DITA PUNTATE CONTRO LE CREPE. Cose che succedono qui, a 700 metri d'altezza, sul Balcone che da una parte guarda i Sibillini e dall'altra vede il monte Conero di Ancona, qui dove adesso non c'è una bottega, un passante, un giovane, un vecchio che non parli del terremoto, delle lesioni, delle notti in macchina, non c'è uno che non punti il dito contro una crepa, una ferita del futuro.

Il teatro gioiello sfregiato e inagibile

Le scosse hanno danneggiato anche il teatro di San Ginesio.

Entri a bere un caffè, ché ne hai proprio bisogno dopo tanto dolore, e il barista della piazza centrale, un francese magrissimo piovuto un giorno a San Ginesio che si chiama Walter ma tutti chiamano Walterino, fa la fatale domanda senza risposta: «E adesso?».
Già, adesso come si fa a tornare a una normalità che quasi stupiva tanto era normale, confortevole nei suoi fine settimana colmi di spettacoli e di gente fino a notte fonda davanti al teatro?
«Avevamo già pronto il nuovo cartellone...», scuote la testa l'assessore Simone.
«Ma appunto vieni, ti porto su in teatro, non dovremmo ma tanto..., speriamo solo non ci becchi mentre siamo dentro».
FA INNAMORARE GLI ARTISTI. E nel teatro uno non può non crollare, anche se non viene nessuna scossa, non se lo conosce come casa sua, se ne ricorda ogni momento, ogni sorriso, ogni prodezza.
Ha una storia questo teatrino ottocentesco, bello come sono belli tutti i teatri delle Marche ma con una misteriosa malia in più se è vero che ogni artista chiede di tornare e non andrebbe più via.
Anche Antonio Rezza, l'istrione con la faccia lunga e i personaggi allucinati.
Il Teatro Leopardi era rimasto a dormire nella sua polvere per una trentina d'anni, poi una lista civica nel 2010 appena eletta lo riaprì e da allora non ha mai chiuso: qui sono in programma una cinquantina di eventi l'anno, uno a settimana, caso probabilmente unico per un borgo di 3.500 persone, spaziando dalla prosa alla musica rock a eventi culturali, storici, legati alla cronaca, all'inchiesta, alla tradizione.
L'assessore Simone ha trovato una formula - «teatro ospitale» - per dire ''siamo piccoli, abbiamo pochi mezzi, ma vi faremo star bene''.
META DI CANTANTI E TURISTI. E loro tornano, anche gli artisti stranieri tornano, la cantante rock Joan as Policewoman a un certo punto ha interrotto il suo concerto e ha detto: «Ma un posto così io non l'avevo visto mai, grazie che mi ci avete fatto suonare».
E aveva gli occhi che le brillavano.
Chissà di cosa brillerebbero vedendolo adesso. Serpenti sottili corrono lungo la scalinata di marmo bianco, e il corrimano dondola come denti nella bocca di un vecchio.
Da un bagno sono saltate tutte le mattonelle come dopo una ridda infernale. Nel foyer, nell'antisala, i buchi nell'intonaco scoprono i mattoni, anche sopra le locandine d'epoca - nessun rispetto, nessuna soggezione ha il cataclisma - e sul palco languono calcinacci.
QUANTO CI METTERÀ A GUARIRE? Danni non così gravi, ma quanto passerà prima che il teatro possa celebrare la sua guarigione?
L'assessore Simone non dice più neanche «guarda... guarda...».
Si aggira per quel fantasma mirabile con una pena immensa, una pena di cane che ha perso il padrone.
«Non ce la faccio, mi prende troppo male».

Un borgo ammaccato, ma ancora in piedi: non si arrenderà

L'emergenza sismica a San Ginesio impone le sue scadenze.

Nei piccoli borghi i posti non sono posti, sono presenze vive, scrigni di quotidianità, le loro ferite sono ingiurie su corpi mistici, organismi pulsanti.
E allora capisci, davvero capisci che un teatro può chiamarti, con estrema dignità ti offre le sue piaghe e le senti che bruciano nella tua carne e non puoi far finta di niente, devi comprometterti perché tutta la magia che ti ha dato, è questo il momento di renderla.
I luoghi diventano umani quando umanità li ha respirati e lo sanno bene gli artisti, puttane sempre in fuga, inconcludenti, meschini quanto ti pare ma loro possono custodire in quei cinismi stradaioli un incanto superstizioso, un rispetto sacrale per i luoghi che li hanno avuti.
BISOGNA AGIRE, SUBITO. Il primo a chiamare è stato Francesco Magnelli dei Csi: «Simone, questa cosa dobbiamo farla e dobbiamo farla subito».
Gianni Maroccolo pareva quasi esasperato nella sua concitazione: «Diteci cosa dobbiamo fare, e ditecelo adesso».
Poi gli altri, e sono già tanti, e diventano sempre di più.
E così l'idea di una piccola Woodstock a San Ginesio s'è coagulata da sola, di prepotenza: un festival di due giorni, forse anche tre, da fare in piazza, all'aperto, finché fa caldo, entro ottobre.
Ed è partito il contagio di una solidarietà che non punta tanto a dare soldi, anche se tutti devolveranno il loro tempo e l'incasso andrà integralmente a sostegno delle mille ferite del paese.
ARRIVERÀ LA RINASCITA. No, qui la prima cosa è testimoniare che c'è un borgo ammaccato ma ancora in piedi e non si arrenderà; avrà la sua stagione, smistando il cartellone in luoghi diversi, adattandolo alle esigenze e alle contingenze, ma lo farà.
Non accettando di rinunciare al suo ruolo di piccolissimo centro diventato un riferimento per tutto il centro Italia, una stella fissa per centinaia di giovani di ogni età che arrivano da tutte le Marche e oltre, dal Lazio, dall'Umbria, dall'Abruzzo, perfino dal Veneto e dalla Puglia per un concerto, un appuntamento.
Non possono 26 secondi cancellare anni di sorrisi tutti insieme. Questo ormai è deciso.
Simone respira forte, si accende un'altra sigaretta, ma ha una luce diversa negli occhi adesso.
Anche Walterino finalmente sorride, e sorriderà Alessia dell'hotel Centrale, perché tutto riparte da un trauma, perché le lacrime stanno già legando una speranza.
A quota 700 metri sul livello del mare c'è un Balcone ferito. Ciascuno porti le sue bende d'amore.


Twitter @MaxDelPapa

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