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SALUTE 5 Novembre Nov 2016 1200 05 novembre 2016

Cure all'estero, il flop della direttiva Ue

Curarsi all'estero ed essere rimborsati dal Servizio sanitario nazionale. Si può. Ma in pochi lo sanno. In Italia appena due pazienti su dieci.

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Medico in un ospedale.

È possibile scegliere di curarsi in un altro Stato dell'Unione europea e poi farsi rimborsare in Italia la prestazione? Si, dato che è previsto da una legge comunitaria, il D.Lgs. n. 38/2014, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana del 21 marzo 2014 e in vigore a partire dal 5 aprile dello stesso anno.
CURE COSTOSE. Una legge utile per accedere a cure non disponibili in patria. Si pensi ad esempio all'acquisto di medicinali non mutuabili come il Sovaldi (sofosbuvir), che promette di eradicare il virus Hcv, che provoca l'epatite C, in 3 cicli di trattamento, ma dal costo proibitivo di circa 20 mila euro al pacchetto per un totale di ben 60 mila, e che può essere facilmente acquistato nelle farmacie di San Marino.
È giusto, però, illustrare nel dettaglio la legge. Il Decreto legislativo recepisce sia la Direttiva 2011/24/Ue del parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2011, concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi alla cosiddetta «assistenza sanitaria transfrontaliera», che la Direttiva di esecuzione 2012/52/Ue della Commissione del 20 dicembre 2012, comportante misure destinate ad agevolare il riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro.
GARANTITE LE PRESTAZIONI DEL SSN. In base a tale legge, è possibile per dei cittadini di uno Stato membro dell'Ue ricevere le stesse identiche prestazioni erogate dal proprio servizio sanitario nazionale in ogni altro Stato membro diverso da quello di origine, possibilità che permetterebbe alle «persone assicurate» – cioè, in base al Decreto, i cittadini comunitari, quelli apolidi e i rifugiati residenti in uno Stato membro che sono o sono stati soggetti alla legislazione di uno o più Stati membri – di godere degli stessi identici diritti sanitari e delle stesse identiche prestazioni mediche e sanitarie fornite dal proprio servizio sanitario nazionale, a eccezione di alcune prestazioni come l'assistenza di lunga durata (Ltc), l'assegnazione e l'accesso agli organi ai fini di eventuali trapianti e, infine, i programmi pubblici di vaccinazione per contrastare le malattie contagiose.
SI SOSTENGONO I COSTI, POI C'È IL RIMBORSO. Tale decreto garantisce ai cittadini comunitari un'assistenza indiretta. Non a caso, i pazienti italiani che volessero usufruire di tale forma di assistenza sanitaria dovrebbero anticipare i relativi costi e, solo successivamente, potranno richiedere il rimborso al sistema sanitario nazionale presso l'Asl competente. Tale rimborso però, potrà esser concesso solamente se le prestazioni sanitarie fornite all'estero sono comprese nei cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (Lea) – le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione – previsti dal ministero della Salute.

Spese coperte sulla base delle tariffe regionali

Per non gravare eccessivamente sui bilanci dello Stato, però, le spese sanitarie che i cittadini italiani sostengono mentre si trovano in queste 'trasferte mediche' nell'Unione europea, possono essere coperte dal Servizio sanitario nazionale in base alle tariffe regionali vigenti, e il rimborso non può essere mai superiore al costo effettivo dell’assistenza ricevuta.
Vi è inoltre la possibilità per ogni singola regione del nostro Paese e per le provincie autonome di rimborsare a proprie spese eventuali livelli di assistenza extra rispetto ai normali canoni dei Livelli essenziali, vale a dire le spese di viaggio, quelle di alloggio e gli eventuali costi supplementari sostenuti a causa di una o più disabilità da parte del paziente.
LORENZIN: «ATTRARRE PAZIENTI IN ITALIA». Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, appena emanata la normativa, ne ha illustrato alcuni vantaggi: «Uno degli obiettivi a cui l'Italia deve puntare è sicuramente quello di attirare i pazienti stranieri a farsi curare sul suo territorio e di guadagnarsi una posizione di ancora maggiore spicco in ambito sanitario a livello europeo. Migliorare sempre di più il Servizio sanitario nazionale, valorizzare le nostre eccellenze, e ne abbiamo tante, essere competitivi nel contesto europeo e attrarre, di conseguenza, pazienti e investimenti. Se il nostro Ssn riuscirà davvero a configurarsi competitivo nello scenario sanitario europeo e ad attrarre, in ragione della sua qualità e della sua efficienza, i pazienti degli altri Stati dell'Unione europea, ciò comporterà nuove entrate finanziarie dovute al pagamento delle prestazioni erogate dalla sanità italiana».
Ma quanti usufruiscono della norma? Veramente pochi, viste che diverse falle nel sistema informativo fanno sì che la legge finisca in un flop.
SOLO 1 SU 10 CONOSCE I PUNTI DI CONTATTO. A delineare il quadro sconfortante è un rapporto della Commissione europea. Già nel 2015 il Sole 24 Ore pubblicò un reportage che indicava come meno di due cittadini su 10 risultavano informati sulla possibilità di potersi curare all'estero ed esser poi rimborsati, mentre appena uno su 10 conosceva l'esistenza dei Punti nazionali di contatto, pensati appositamente per fornire tutte le informazioni necessarie citate all'inizio.
L'inchiesta registrava crolli della consapevolezza sparsi qua e là in tutta Europa, dal 24% registrato a Malta (comunque solo un quarto dei cittadini) al 6% della Gran Bretagna, col nostro Paese che registra quote migliori, fermandosi al 10%. La situazione non è affatto migliorata, dato che la Commissione europea registrava che gli italiani che avevano usufruito di questo servizio nel 2015 erano solo poche decine. E le cifre, se rapportate a tutta l'Unione europea, sono ancora molto basse, dato che il rapporto riferiva che nello stesso anno la maggior parte degli Stati membri ha ricevuto meno di 100 richieste di autorizzazione preventiva. L'Italia è appena al di sopra della media continentale dato che si registrano 194 richieste, di cui 73 accolte. La maggior parte, 37, riguardavano cure fatte in Germania.

In Italia arrivano pochissimi pazienti stranieri

Ma sono negativi anche i dati in senso inverso – a differenza dei propositi del ministro della Salute Lorenzin – con solamente cinque cittadini stranieri rimborsati dopo esser venuti in Italia nel 2015 per farsi curare.
Mentre alcuni Paesi come Belgio e Danimarca hanno numeri molto consistenti, e cioè oltre 30 mila richieste di rimborso riguardanti cure in Germania e Spagna, le cifre del resto del continente sono basse: mentre in Italia sono state appena 127, il numero più alto di richieste, 334, proviene dal Lussemburgo, noto paradiso fiscale.
A MALTA UNA SOLA RICHIESTA. Il numero, invece, decresce andando nei Paesi di recente entrata nell'Ue, come l'Ungheria, o Malta dove si è avuta una sola richiesta di rimborso medico. Eppure, se si ascoltano i dati ricavati da un'indagine Eurobarometro sul potenziale di tale iniziativa, si registrano dati piuttosto positivi, dato che il 49% degli intervistati si definiva disposto a «andare in un altro Paese per poter ricevere trattamenti adeguati».
Una delle più grandi deficienze sistemiche si riscontra nella diffusione delle informazioni in relazione al diritto di rimborso per le prestazioni ricevute, dimostrando come l'Ue, a livello di informazione sanitaria, è letteralmente divisa, dato che solo 17 dei 21 Stati che hanno previsto l’autorizzazione preventiva riescono a fornire informazioni adeguate sulle domande di autorizzazione, col risultato che si sono avute solo 560 richieste di autorizzazione, 360 delle quali andate in porto. L’Italia, su 177 richieste ricevute, ne ha autorizzate 103.
DATI PIÙ ELEVATI SENZA AUTORIZZAZIONE PREVENTIVA. I dati, però, cambiano notevolmente quando trattiamo casi di prestazioni non soggette ad autorizzazione preventiva: lì Paesi avanzati come la Francia, il Lussemburgo o la Finlandia registrano dati molto elevati: 422.680, 117.962 e 17.142 rimborsi, dati che uniscono quelli della direttiva e quelli degli altri meccanismi che erogano prestazioni sociali. Negli altri 20 Stati, sono stati erogati ben 39.826 rimborsi direttamente riconducibili alla direttiva. La gran parte in Danimarca, dove si è arrivati a 31.032 rimborsi.
Quali sono i motivi di questo fallimento? Perché la mobilità dei pazienti dell'Unione europea, sulla base della citata direttiva, è così bassa? Secondo il commissario europeo per la Salute, Vytenis Andriukaitis, i cittadini dell'Unione europea non sono consapevoli dei loro diritti, e quindi di questo strumento. «La Commissione europea è impegnata per aiutare gli Stati in tal senso», ha spiegato il commissario, «in questo periodo difficile in cui l'euroscetticismo è in crescita, dobbiamo essere più vicini ai cittadini e questo strumento va in questa direzione: mostra cosa può fare la solidarietà per le persone».
Una mancanza di consapevolezza che non coinvolge solo l'aspetto sanitario, ma altri aspetti della vita quotidiana, anche rispetto ai rimborsi, e che dimostrano come la via per l'unità europea è ancora lunga.

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