San Basilio
8 Dicembre Dic 2016 1200 08 dicembre 2016

San Basilio, viaggio nel quartiere dimenticato

Occupazioni. Lotte per la casa. Abbandono scolastico e disoccupazione record. Ma non razzismo, dicono gli abitanti. Storia di una ex borgata ed ex fortino Pci condannata alle etichette.

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In principio era la criminalità comune. Poi lo spaccio. Ora la nuova etichetta di San Basilio è il razzismo. Come se questo quartiere dimenticato della periferia Nord Est di Roma appoggiato al Grande Raccordo Anulare non possa fare a meno di un marchio. Vero, quel «Qui non vogliamo negri. Tornate a casa col gommone» urlato contro una famiglia marocchina a cui era stato assegnato regolarmente un appartamento di edilizia popolare suona come una coltellata.

LA BATTAGLIA DEL 1974. Uno sfregio, soprattutto in un quartiere che ha conosciuto bene, e a sue spese, la lotta per la casa e il diritto all'abitare. Nel 1974, nel corso di quella che poi divenne la «Battaglia di San Basilio» contro gli sgomberi, in mezzo ai fumogeni, perse la vita Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante di Autonomia Operaia colpito da un proiettile. «I disordini scoppiarono in tutta Roma a partire dal 1973», racconta a Lettera43.it Federico, nato 24 anni fa tra questi casermoni. «Le occupazioni furono migliaia. L'anno successivo il governo riuscì a sgomberare la maggior parte degli alloggi. A resistere fu solo San Basilio dove, rompendo una sorta di patto di non belligeranza con lo Stato, si concentrò la risposta delle forze dell'ordine».

Proprio per la sua storia e la sua gente, liquidare i fatti di San Basilio come razzismo non serve a nulla. Tantomeno a comprendere la realtà di questo quartiere - il XXX - diviso idealmente in due: la parte vecchia, con le case a schiera costruite coi soldi del Piano Marshall e quella nuova, palazzoni anonimi e spesso fatiscenti. Di cui il 98% è di edilizia popolare.

IN PREDA ALLA FRUSTRAZIONE. «Ciò che è accaduto», continua Federico, «è spiacevole. Ma è un problema che riguarda quasi tutte le periferie delle grandi città dove le condizioni di vita sono difficili, si mastica frustrazione, mancano lavoro e informazione». O, meglio, spesso l'unica informazione è quella che passa attraverso trasmissioni che non fanno altro che riversare ogni colpa «sugli immigrati o gli zingari». Le persone hanno bisogno di un nemico, di dargli un volto e si accontentano della risposta più semplice. Si fomenta così una guerra tra ultimi in cui «l'immigrato è competitore». E un po' lo è. «Gli stranieri sono il nuovo sottoproletariato», annuisce Federico allergico alla parola «poveri». Il meccanismo è sempre lo stesso. Prima a portare via il lavoro e le case erano i «i baraccati del centro, poi i terroni. E ora sono gli immigrati».

IL PIANO CASA NON SI FERMA. Da tempo la tensione in queste strade è alta. «Il piano casa Lupi aveva inserito San Basilio tra i quartieri maggiormente interessati all'alienazione delle case popolari», spiega Alessandro dell'Associazione San Basilio Storie di Roma. «E senza una chiara volontà politica l'iter non si fermerà certo. La paura per nuovi sgomberi e sfratti aumenta e rischia di esplodere». I numeri parlano chiaro: in due anni nella sola Roma sono state inviate 50 mila lettere di morosità, metà dall'Ater e metà dal Comune. Il patrimonio immobiliare pubblico, è il ragionamento, è da sempre considerato solo uno spreco da tagliare e svendere. Gli alloggi disponibili, in Italia già sottonumerati, conseguentemente calano. «Quello che non viene spiegato», si arrabbia Alessandro, «è che le case non si occupano per sfizio ma per necessità, perché non si ha un tetto sulla testa». A San Basilio la solidarietà si tocca con mano, e non da oggi. A ogni sgombero, gli inquilini scendono in strada cercando di bloccare l'operazione. «Quel "non vogliamo i negri"», aggiunge, «non è certo giustificabile, ma va contestualizzato. Se a presentarsi invece di una famiglia marocchina fosse stato un uomo calvo e in sovrappeso si sarebbe urlato: "Vattene a casa grassone di m...". Come nel 1974 la popolazione si scagliava contro i baraccati del centro "deportati" a San Basilio mentre gli abitanti del quartiere restavano senza casa».

Il XXX quartiere di Roma, San Basilio.

I titoloni e l'indignazione d'ufficio della sindaca Virginia Raggi e dell'assessore al Welfare Laura Baldassarre, che si sono affrettate a condannare l'accaduto e a portare la loro solidarietà alla famiglia cacciata, rischiano di confondere la realtà. «Criminalizzare chi è costretto a occupare e dipingere San Basilio come piazza dello spaccio fa il gioco di chi vuole disfarsi dell'edilizia popolare», attacca Alessandro. «La solidarietà delle istituzioni è giusta, ma dov'erano sindaco e assessori quando altre centinaia di persone venivano sgomberate?». Anche la dinamica dello sgombero di mercoledì solleva qualche dubbio. Perché, ci si chiede, erano presenti polizia municipale, delegati Ater e, cosa strana, la famiglia assegnataria? Tutto porta a pensare a una «provocazione» da sbattere su giornali e tivù.

LA TRADIZIONE DELLE OCCUPAZIONI. Va detto che le occupazioni a San Basilio sono quasi la normalità. Anzi, come dice Federico amaro, una «tradizione». Sono state almeno tre le ondate: la prima è quella degli Anni 60 e 70, poi quella del 1988 quando furono "presi" 800 alloggi, e, infine, quella del 2013. Insomma, «chi oggi occupa una casa sfitta, spesso è figlio o nipote di occupanti». Anche per questo le voci dell'esistenza di un racket delle case gestito dalla criminalità organizzata sono rispedite al mittente esattamente come quelle di razzismo. «Servono solo per distrarre l'attenzione, per non affrontare i problemi reali», è l'accusa. Con gli sgomberi, poi, «non si risolve nulla se non a buttare altri disperati in mezzo alla strada».

«NON SIAMO LA NUOVA GORINO». San Basilio non ci sta a passare per razzista, per la nuova Gorino. Qui non sono radicate formazioni di estrema destra pronte a organizzare e cavalcare rivolte contro i migranti come accaduto a fine 2015 a Casale San Nicola. «Complici la crisi e la mancanza di fiducia nelle istituzioni», mette in chiaro Federico, «serpeggiano sentimenti vicini a quell'ambiente ma dietro non c'è la regia di qualche CasaPound».

L'EX ROCCAFORTE PCI. Il XXX quartiere della Capitale era invece una roccaforte Pci, che qui veleggiava su percentuali bulgare intorno al 70%, e della sinistra extraparlamentare. Erano i tempi della coscienza di classe, delle lotte e della solidarietà non della guerra tra poveri. Una presenza, quella del partito, che negli anni si è diluita fino a scomparire, portandosi dietro la sua coscienza. Basta dire che alle ultime elezioni comunali a San Basilio il Pd ha preso il 25,5% dei voti.

LE LISTE INFINITE. Se il bersaglio è sbagliato, lo stesso non si può dire della lotta. Detto altrimenti, l'emergenza abitativa c'è ed è inutile girarsi dall'altra parte criminalizzando chi occupa. Ma il nemico non è certo l'immigrato. «Le assegnazioni non arrivano, di contro ci sono tantissime case colpevolmente abbandonate», spiega Federico. «Ci sono persone e famiglie in lista da 20 anni senza mai avere avuto una risposta». Famiglie come quella sgomberata dall'appartamento assegnato poi al nucleo marocchino, padre, madre e tre figli piccoli: 12 mila euro di reddito l'anno in tutto. Ma prima di occupare quella casa da tempo sfitta, per tre anni un'altra famiglia composta da tre persone e un cane ha vissuto in una cantina e in un camper.

L'uomo sfrattato dall'appartamento davanti al camper.

E dire che «a pochi chilometri da San Basilio, a Casal Monastero», fa notare Federico, «ci sono tre palazzine popolari ultimate cinque anni fa vuote per metà». Perché? Perché a Roma manca da sempre una vera politica abitativa. Le case popolari, è il ragionamento, abbassano le quotazioni di un intero quartiere e quindi le possibilità di guadagno per i costruttori. Sono loro i veri re di Roma. «Comandano i palazzinari, mica la politica», è la regola. Così gli alloggi disponibili diventano merce rara, per la quale è necessario competere. E combattere contro l'"usurpatore" di turno.

A San Basilio occupare casa è una pratica diffusa, una tradizione che si tramanda da padre in figlio

Certo a San Basilio come in altre periferie italiane esiste chi si fa pagare per sfondare una porta. E c'è chi cede la casa occupata ad altri dietro compenso. «Si possono pagare anche 30 mila euro per subentrare in un bilocale», spiega Gian-Giacomo Fusco, ricercatore a Kent che ha studiato a fondo il caso San Basilio a cui ha dedicato nel 2013 il volume Ai margini di Roma capitale. Un mercato parallelo che è sempre esistito. «Per avere informazioni su disponibilità e acquisti», continua Fusco, «ci si rivolge al "sensale", colui che sa tutto del quatiere, una specie di mediatore». Un termine latino che contamina la parlata degli anziani dell'ex borgata.

LA PIAGA DELLA DISPERSIONE SCOLASTICA. San Basilio non è un quartiere semplice. La dispersione scolastica, continua Fusco, tocca punte del 30%, contro il 17% di media nazionale. Molti bambini non arrivano alla terza media. La disoccupazione si attesta drammaticamente sulle stesse percentuali. Al contempo, però, esiste una rete di associazioni che lavora sul territorio. La presenza degli immigrati è nella media, nel 2013 gli stranieri erano circa il 6% della popolazione e non ci sono mai stati attriti rilevanti, nemmeno con gli abitanti del piccolo campo rom della zona. «Per questo parlare di razzismo è semplicistico», conferma il ricercatore. «Uno dei principali problemi di San Basilio è invece il racconto che ne è stato fatto negli anni. Non siamo alle Vele di Scampia. Ci sono spaccio e delinquenza, ma non sono in mano alla mafia intesa in senso tradizionale». Uno dei "capi mafia" locali, ricorda Fusco, era un ragazzino di 16 anni. In famiglia era l'unico col padre a portare a casa uno"stipendio" visto che la madre era casalinga e la sorella disabile.

IL WELFARE ALTERNATIVO. Lo spaccio, aggiunge Federico, «è diventato un lavoro», spesso l'unico disponibile. «Una larga fetta di abitanti vive di questo, e fa comodo a tutti perché è un ammortizzatore sociale». Questo «welfare» alternativo contiene le tensioni sociali e in seconda battuta mantiene l'ecosistema criminale all'interno di questo fazzolettone di terra compreso tra via Tiburtina, via Nomentana e il Gra.

Un palazzone popolare di San Basilio.

Prima della droga, piaga arrivata negli Anni 80, qui proliferava la criminalità comune. «Quella di vecchia maniera», ammette Federico. Quasi folcloristica, a vederla con gli occhi di oggi. Dopo il furto di un tir carico di abbigliamento, per esempio, si vedevano in giro decine di persone con la stessa tuta. Poi, con lo spaccio tutto è cambiato. Un tempo, aggiunge Fusco, «faceva brutto dire: "Sono di San Basilio", ci si vergognava, si ometteva ai colloqui di lavoro. Ora, invece, è un modo per farsi rispettare», un invito a stare alla larga e non rompere le scatole.

FINALMENTE UN CONTRATTO. Spacciatori, sottoproletariato che sbarca il lunario con lavori saltuari, disoccupati. Ma anche studenti che ogni mattina prendono la metro, spiega Fusco, e vanno all'università. «Li riconosci dal look, sono vestiti diversamente dagli altri, un po' hipster». Anche Federico, che da tre anni vive solo in una casa occupata, vuole continuare gli studi e diventare educatore. «Dopo tanto nero come cuoco ed elettricista è arrivato un colpo di fortuna: ho trovato lavoro come operatore sociale». Poco importa se con un contratto a tempo indeterminato «finto, perché quello del jobs Act», come lo definisce lui. Adesso potrà pagarsi gli studi, «perché no, cara Fornero io non sono choosy».

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