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Europa sotto attacco

Torino
27 Dicembre Dic 2016 1136 27 dicembre 2016

Amri, il rischio di infiltrazioni nell'hinterland di Milano

Gli jihadisti preferiscono nascondersi nelle periferie. Per mimetizzarsi ed evitare aree troppo controllate. Ma l'Italia non ha le stesse condizioni socio-economiche che hanno permesso al terrorismo di crescere e proliferare.

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Ha viaggiato indisturbato e solo dalla Germania alla Francia fino all'Italia con un permesso di soggiorno italiano falso. Senza che nessuno, almeno dai primi elementi, gli si avvicinasse. Il vestito di lupo solitario però ad Anis Amri va stretto. Più verosimile che il 24enne tunisino si muovesse forte di una rete logistica alle spalle. A partire dalla Tunisia, dove nel corso di un'operazione delle forze di sicurezza è stata smantellata una cellula terroristica composta da tre persone, tra cui il nipote di Amri. Nell'interrogatorio il giovane avrebbe riferito che lo zio - con cui comunicava tramite Telegram - lo aveva reclutato inviandogli del denaro e documenti contraffatti perché lo raggiungesse in Europa e si arruolasse nella rete tedesca dell'Isis, guidata dal salafita iracheno Abu Walaa, arrestato lo scorso 8 novembre. Il sospetto è che Amri contasse su appoggi anche in Italia.

CINTURA MILANESE NEL MIRINO. L'arrivo alla stazione di Sesto San Giovanni potrebbe non essere casuale. «A livello nazionale», spiega a Lettera43.it Andrea Foffano, esperto di terrorismo islamico e docente di Sicurezza e Intelligence presso la Scuola di Competizione economica Internazionale di Venezia, «la Lombardia e la cintura milanese rappresentano da tempo una base di transito per gli operatori del Jihad». E questo perché nei paesi e in provincia «i controlli sono meno stringenti rispetto a Milano o qualsiasi altra grande città italiana». Lo conferma il fatto che il tunisino sia stato fermato da una pattuglia impegnata in controlli di routine e non in un blitz delle forze speciali, dunque per caso. «Questo la dice lunga su come per i terroristi alcune zone siano preferibili rispetto ad altre», spiega Foffano.

Amri in stazione centrale a Milano.

ANSA

«I palazzi popolari della metropoli milanese», continua l'esperto, «o gli ambienti riconducibili al centro di viale Jenner, già in passato oggetto di indagini, sono molto meno sicuri» per chi vuole fare perdere le sue tracce o è in fuga. Inoltre l'hinterland è da sempre approdo dei flussi migratori. Negli Anni 60 e 70 ad arrivare erano i meridionali in cerca di lavoro, ora sono gli stranieri. La vita in questi centri costa meno e c'è la possibilità, ieri come oggi, di entrare in contatto con corregionali e connazionali. «Sono aree a ridosso di Milano, capitale economica e snodo fondamentale per il transito verso il Nord Europa». Che è possibile raggiungere senza difficoltà grazie alla rete di trasporti pubblici: treni locali, metro e bus.
Ed è proprio un autobus che avrebbe portato Amri da piazza Lima, poco distante da Centrale, a Sesto. «Bisogna pensare come un terrorista», spiega l'esperto. «Sui mezzi è facile confondersi tra gli altri passeggeri». Il tunisino inoltre si è mosso impunemente, facendosi riprendere dalle telecamere di video sorveglianza alla stazione di Lione, a quella di Torino e a quella di Milano nascondendosi sotto un berretto e indossando uno zainetto. «Ciò significa che i dati biometrici non sono la principale fonte di segreto, come se Amri non avesse paura di essere riconosciuto».

RISCHIO DI INFILTRAZIONE. A Sesto c'era qualche complice che lo aspettava? Difficile escluderlo. Anche perché, continua il docente, «negli ultimi 10, 15 anni nella cintura milanese si sono concentrate le comunità musulmane. È pensabile che al loro interno esistano minoranze che appoggiano il radicalismo e sensibili al reclutamento». Per lo stesso motivo, fa notare Foffano, c'è un alto rischio che tra le migliaia di migranti che attraversano il Mediterraneo o che seguono la rotta balcanica si infiltrino jihadisti o aspiranti tali. «Il nostro Paese come il Kosovo per la rotta dei Balcani», dice, «ospita "stazioni" per il cosiddetto personale di transito». Non sempre, è il ragionamento, un terrorista può lasciare «legalmente» con un visto valido tre mesi, i luoghi di origine o di addestramento e raggiungere l'Europa. A maggior ragione «se è già stato segnalato». Mescolarsi coi migranti, nonostante il viaggio sia pericoloso e ben più lungo, resta così l'unica opzione disponibile.

Anis Amri nel video in cui giura fedeltà all'Isis.

L'hinterland milanese (o quello di altre grandi città) però non è paragonabile a Molenbeek, il quartier di Bruxelles dove si concentrarono le indagini dopo gli attentati parigini del novembre 2015. L'Italia è sì un'area di transito, ma non è solo per questo motivo che le cellule jihadiste per il momento non hanno colpito in casa nostra. «Certo, aiuta il fatto che non si mette a rischio un'area strategica per una singola azione», ribadisce il docente, «ma lo scenario è più complesso. Nel nostro Paese non ci sono ancora le terze o quarte generazioni di immigrati», le più arrabbiate, frustrate e quindi prede più facili per l'ideologia del Califfato. Non solo. «In Italia non si sono ancora registrati fenomeni sociali riconducibili allo scontro tra civiltà e non abbiamo comunità islamiche forti» come in altri Paesi europei, ma a macchia di leopardo, il cui collante è rappresentato da centri culturali più facili da monitorare. «In Belgio poi esistono interi quartieri controllati solo da islamici, zone franche in cui vige la sharia».

IL RAPPORTO CON LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. Nell'hinterland poi da decenni esistono altre e ben note infiltrazioni criminali, 'Ndrangheta in primis. A cui un'eccessiva attenzione delle forze dell'ordine non andrebbe certamente a genio. «Ogni rete criminale», conclude Foffano, «ha un solo obiettivo: ingrandirsi e fare business. Senza differenza di colore politico o religioso. L'importante è il soldo». Si possono allora creare connivenze tra mafie e reti jihadiste? «Difficile dare una risposta. In linea accademica non si può escludere. Se si cerca un'arma, per esempio, ci si rivolge a chi può fornirla ma credo siano casi assolutamente circostanziati».

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