Lavagna
16 Febbraio Feb 2017 1115 16 febbraio 2017

Lavagna, una tragedia senza eroi e la ricerca spasmodica del palco

Il suicidio del 16enne trovato con l'hashish ci destabilizza. Anche per quel bisogno di pulpito della madre durante il funerale: più allucinogeno e allucinante delle droghe. Un innaturale rovesciamento del pathos.

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Il Festival non è finito, si sposta da Sanremo a Lavagna ma la musica non cambia, la platea è nazionale e il Paese si spacca sulla tragedia del 16enne gettatosi dalla finestra nel corso di una perquisizione domiciliare a seguito del ritrovamento di pochi grammi di hashish. Cosa che rinfocola le polemiche fra anti e proibizionisti, pretestuose perché in senso stretto c'entrano poco e niente. Ma i motivi di divisione e di rissa mediatica si dilatano oltre il caso specifico, investono il ruolo delle forze dell'ordine, scomodano fantasmi autoritari. Si capisce che molti tirano l'acqua a mulini diversi, non del tutto limpidi, non sempre confessabili.

SI GONFIA LA PROPAGANDA. Da una parte quelli cui non par vero di dare la colpa agli sbirri inquisitori cui prudono le mani, che «non hanno altro da fare che accanirsi su un adolescente per 10 grammi di fumo»; dall'altra gli inflessibili tifosi dell'ordine e della legge, quelli bravi a fare gli onesti coi drammi degli altri. Insomma sinistra o destra purché ci si scanni. E invece ci sono, in controluce, dettagli fastidiosi: da qualsiasi parte la si voglia vedere, questa tragedia serve a gonfiare la piena della propaganda.

Il ragazzino ha avuto una reazione indiscutibilmente spropositata, ma qui la questione appartiene agli psicologi e non è il caso di ricamarci sopra

Primo: il ragazzino ha avuto una reazione indiscutibilmente spropositata. E qui la questione appartiene semmai agli psicologi e non è il caso di ricamarci sopra: quello che si può dire, per amor di verità e di cronaca, è che il giovane non aveva un rapporto sereno con la famiglia, che la psiche di uno di quella età è in formazione e biologicamente a rischio di fronte a eventi traumatici, ma anche che l'uso abituale, compulsivo di sostanze tende a ingenerare reazioni irrazionali e pericolose: valeva quando davamo l'esame di tossicologia forense all'università, vale a maggior ragione oggi che il carico allucinogeno risulta assai potenziato rispetto ai preparati di un tempo.

NESSUNA "REPRESSIONE". D'altra parte, non è corretto insistere sul carattere gratuito della "repressione poliziesca": chiunque pratichi la cronaca giudiziaria sa che una perquisizione domiciliare è contestuale al ritrovamento di sostanza sul soggetto, è praticamente rituale e a maggior ragione qui, nel caso di richiesta di intervento da parte della stessa famiglia. Dove invece l'azione della Finanza sembra essere stata carente, pertanto fonte di responsabilità precise, è nelle modalità dell'operazione; in caso di perquisizione domiciliare, infatti, il soggetto la cui abitazione viene perquisita non può essere lasciato incustodito, mai, neppure per un istante.

PERQUISIZIONE FATTA MALE. Questo i militari di ogni Corpo lo sanno bene, sanno che i casi di autolesionismo sono praticamente la regola, sanno che molti, incalliti, pregiudicati, preferiscono ferirsi anche in modo grave pur di non tornare in galera, oppure tentano di incastrare chi li fruga. Insomma il controllo del perquisito è l'abc del tutore dell'ordine: come abbia potuto un ragazzino spalancare una finestra e lanciarsi nel vuoto, è questione che deve essere appurata su per li rami delle gerarchie, ma che molto probabilmente costerà la testa a qualcuno e forse a più di qualcuno.

"Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta". Recitava così uno striscione appeso alla balconata della chiesa di Santo Stefano di Lavagna.

E così arriviamo all'aspetto probabilmente più sconcertante di tutta la vicenda, che è quello mediatico. Vale a dire quella sorta di omelia recitata da una madre che ha appena perso un figlio, nella chiesa gremita, all'indirizzo di altri come lui. «Non drogatevi», ha detto, «fate volare i vostri sogni» e lo dice con una voce ferma, quasi impostata, a conferma che oramai Sanremo è perenne e ciascuno ha il suo palco.

ESASPERAZIONE COMPRENSIBILE. Si può capire lo strazio di una genitrice con un figlio debole, che ricasca nell'abitudine a indebolirsi di più, che non riesce a reagire, si può capire anche l'esasperazione con cui chiama i gendarmi, come nella favola di Pinocchio, per mettergli paura, per chiedere aiuto quando tutto si è rivelato inutile: pare un comportamento duro, senza empatia, ma chi è pratico di simili dinamiche sa che invece certe richieste di intervento sono più consuete di quanto non si creda. Ed è condivisibile anche l'invito ai ragazzi a «mettere giù il cellulare e parlarvi» occhi negli occhi, a dirsi tutto, a non implodere nella rassegnazione di un veleno. Fino a qui, niente di strano.

LE «ULTIME» PAROLE AL FIGLIO. Quello che sembra stonare è la circostanza, una messa funebre per il proprio figlio; è la pretesa di venire ascoltati, di aiutarne, salvarne degli altri in una situazione simile. Sicuramente non era quello lo stato d'animo di Antonella Riccardi, madre adottiva del giovane suicida, ma pareva affiorare dal suo discorso una sorta di distacco tanto era chiaro, definitivo, addirittura proiettato verso altri significati, altri intenti, più pressanti, più urgenti: «Le ultime parole sono per te, figlio mio...». Le ultime?

Non date, se potete, addosso a una madre che ha perso un figlio suicida, ma per favore risparmiateci la sua canonizzazione qui e ora

Certo siamo abituati allo sconcertante spettacolo della sofferenza che si palesa nei termini più patetici e più gratuiti, mentre qui abbiamo assistito a un destabilizzante rovesciamento del pathos, il dolore asciutto, acquisito, ma non meno invasivo, non meno innaturale. Ed è difficile che anche solo un adolescente possa sentirsi raggiunto, coinvolto da quel monito, perché non era quello il momento e neppure il luogo per un intervento del genere. Intervento che, c'è da aspettarselo, non si limiterà alla gelide navate di una chiesa.

BISOGNO CONTAGIOSO. È rischioso mettersi nei panni di una madre che ha appena perso un figlio, ma a quanto pare non ci sono solo le sostanze inscritte nelle tabelle sanitarie a minare il nostro rapporto con la realtà. Quel bisogno di palco, di pulpito, di pubblico è qualcosa di ancor più allucinogeno e allucinante, e per esso non sono previsti interventi né perquisizioni. È anche contagioso, una sorta di fumo passivo che altera la percezione di chi lo assorbe. Non date, se potete, addosso a una madre che ha perso un figlio suicida, ma per favore risparmiateci la sua canonizzazione qui e ora. Questa di Lavagna è una piccola tragedia senza eroi (e senza carnefici). Facciamo in modo di non tirarne fuori qualcuno a qualunque costo.

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