MILANO
16 Febbraio Feb 2017 1618 16 febbraio 2017

Milano, che città sarebbe senza stranieri ed esotismi?

Polemiche sulle piante perché per alcuni non autoctone. Come il sushi, i brunch, gli open bar, lo zafferano, l'aperitivo. E i terùn. Ecco le conseguenze dell'autarchia meneghina.

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Sono spuntati palme e banani in piazza Duomo ed è subito polemica. La capitale morale d'Italia si è risvegliata rivierasca come Sanremo, esotica come Hammamet che pure con Milano ha qualcosa in comune. Poco importa se gli arbusti provengono da un vivaio nel cuore della Brianza e che già nell'800 abbellissero il centro della città. Nulla convince i tanti passanti che davanti al cantiere scuotono la testa indignati. Anche Matteo Salvini ha detto la sua sul progetto, invocando per l'occasione motoseghe invece delle solite ruspe. «Palme e banani in piazza Duomo? Follia», ha sentenziato sui social. «Mancano sabbia e cammelli, e i clandestini si sentiranno a casa. #motosega #starbucksgohome». A rigor di logica, però, a casa si dovrebbe sentire anche la Madunina dorata che protegge la città, più a suo agio forse tra fronde che regalano un effetto Betlemme che immersa nella scighera (il nebbione).

PEDIGREE MILANESE? CHI L'HA VISTO. Ora le palme tout court e in Duomo possono anche non piacere, ci mancherebbe. Ma richiederne la rimozione perché «non tipiche milanesi» è una spiegazione che non regge. Perché seguendo questo ragionamento dovremmo rinunciare a un sacco di cose che fanno di Milano Milano, nel bene e nel male. Come esistesse ancora un pedigree ambrosiano...

Le palme in piazza Duomo.

Partiamo dai meridionali, i terùn. Cosa sarebbe Milano senza gli immigrati 1.0? Il milanese Diego Abatantuono costruì la sua fortuna proprio sul personaggio del terrunciello poi celebrato in versione tifoso milanista in Eccezziunale veramente. Passeggiando per corso Vittorio Emanuele dovremmo, se non altro per coerenza, rinunciare ai celeberrimi panzerotti fritti di una nota catena pugliese entrata nell'immaginario meneghino da decenni.

SUSHINO ADDIO. Rimanendo in area gastronomica, addio anche a sushi, sashimi e ramen. Il cosiddetto «sushino del sabato sera» che tra l'altro ora rischia di essere spodestato dal peruviano ceviche. Leggero, sano, chic, d'élite (prima dell'avvento degli all you can eat fusion), la specialità giapponese ha conquistato i palati milanesi molto prima di quelli del resto d'Italia. Orfani di bacchette, alghe e wasabi ci delizieremmo con i pur ottimi cassoeule, nervetti e ossibuchi. Con un risotto per gli autarchici ortodossi senza zafferano, pianta originaria dell'Asia minore e del bacino del Mediterraneo.

Diego Abatantuono.

Pure la Milano da bere, ormai in tempi di crisi dissolta con il ghiaccio nei bicchieri dell'aperitivo, potrebbe subire delle restrizioni. Il Negroni per esempio nasce a Firenze. E senza Negroni il barman Mirko Stocchetto, scomparso lo scorso novembre, non avrebbe creato lo Sbagliato, drink culto in città. E addio anche allo spritz, che come è noto arriva dal Veneto. Almeno un Martini, allora. Eh no, ha origini piemontesi. E a dirla tutta sabauda è pure la tradizione stessa dell'aperitivo. Passando dal profano al sacro, non è milanese nemmeno il patrono della città. Sant'Ambrogio nato a Treviri, oggi nel Land della Renania-Palatinato. Comunitario, ma comunque straniero.

I NUOVI SALVATORI. E arrivederci anche a Johnny Aggiustatutto, il negozio in piena Chinatown a cui molti cittadini inviano ex voto per avere loro risolto una delle calamità peggiori in città: la rottura dello smartphone. E con Johnny addio a tutti quei commercianti e artigiani non milanesi a cui ci rivolgiamo ogni giorno per risparmiare. E che dire degli ambulanti del Bangladesh che a cinque euro vendono i bastoncini per i selfie di cui andiamo pazzi? Già che ci siamo stop anche alle file disumane davanti ai take away di via Sarpi per accaparrarsi un cartoccio di ravioli e involtini caldi. Cinese ormai è l'Inter: chi non ricorda il «Fozza Inda» di Zhang Jindong? E pure il Milan, il cui primo presidente era inglese, sembra veleggiare nella stessa direzione. Senza cedere ai catastrofismi, ci sarebbe anche una nota positiva. Dalle piazze e dai locali milanesi scomparirebbe la bamba-neve-barella-riga-raglia-botta e cioè la cocaina, simbolo negativo della Milano dello sballo, per il cui consumo la città è tra le prime città italiane. Solo nel 2016 le forze dell'ordine hanno arrestato 2.458 spacciatori: 51 a settimana di media.

L'ESTINZIONE DEI MESTIERI. La ripercussione più grave invece sarebbe l'estinzione di molte professioni che qui hanno trovato, complice l'aria internazionale, il loro maggiore splendore. Fashion blogger, controller, analyst, social media manager, stylist, visual designer, light designer, digital evangelist, user experience designer, marketer, hair stylist. Ma anche dei rider di Foodora che Milano condivide con Torino. Ne conseguirebbe un'invasione di ragionieri, impiegati, segretarie, smanettoni di internet, architetti di luci, parrucchieri, trovarobe e nuovi sfruttati. Non è finita. Chiacchiere tra signore in carriera del tipo: «Guarda, ero dal mio hair stylist e parlavo con il Business Development Manager della nuova branch della joint venture di quell'azienda e mi raccontava delle skills dello skiman del nuovo retail che hanno aperto a Courma» potrebbero diventare solo un ricordo.

OPEN BAR? UN RICORDO. Allo stesso modo la città resterebbe a secco di opening, brunch, vernissage (perché diciamolo vernice proprio non si può sentire), free drink, open bar, chill-out, contest e cooking show. Una tragedia. Insomma, senza esotismi o "stranieri" (che dire di Leonardo da Vinci o Giorgio Strehler?) Milano non sarebbe una gran Milan. E si fermerebbe a contemplare e difendere oltre il panettone, l'opera di Piero Manzoni, nato in realtà a Soncino nel Cremonese: la merda. D'artista.

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