ABORTO
24 Febbraio Feb 2017 0800 24 febbraio 2017

Aborto, la 194 è una guerra dei diritti con due pesi e due misure

Fa gridare alla discriminazione il concorso nel Lazio riservato a ginecologi non obiettori. Che però vengono esclusi dagli ospedali pubblici cattolici. Così in Italia le tutele di medici e donne sono calpestate.

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La polemica sul concorso per due medici non obiettori di coscienza lanciato dalla Regione Lazio si è trasformata in una guerra tra diritti. Diritti antitetici che convivono in una stessa legge, la 194/78, e che dovrebbero essere ugualmente tutelati e garantiti, ma che allo stato delle cose non lo sono: il diritto dei medici obiettori e quello delle donne che intendono ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg).

TUTELE, MA NON PER TUTTI. Il condizionale purtroppo è necessario perché, come spiega a Lettera43.it Mario Puiatti, presidente dell'Associazione italiana per l'educazione demografica (Aied), «mentre i medici sono automaticamente tutelati e basta che certifichino di essere obiettori al direttore sanitario dell'ospedale in cui operano, per le donne il discorso è diverso».

Ridurre la discussione sul diritto all'aborto a percentuali e statistiche è limitante. Ma davanti alla richiesta del presidente dell'Ordine dei medici di Roma Giuseppe Lavra alla Regione Lazio di revocare «l'atto iniquo» dell'assunzione di due medici non obiettori perché «discriminatorio per chi esercita un diritto sancito dalla bioetica e dalla deontologia medica», forse è meglio fare parlare i numeri. Se non altro per capire da che parte stanno l'iniquità e la discriminazione.

RECORD DI OBIETTORI NEL LAZIO. Solo il 60% degli ospedali italiani eroga il servizio, senza peraltro precisare se si tratti di Ivg o di aborti terapeutici. Il 70% dei ginecologi italiani è obiettore, percentuale che in alcune regioni supera l'80%, come il Lazio (85,6%), la Basilicata (84,1%), la Campania (83,9%), la Sicilia (83,5%) e il Molise (82,8%). Lo stesso vale per gli anestesisti: gli obiettori arrivano al 77% in Molise e Campania e per il personale non medico le cui punte si toccano l'82,5% in Sicilia e l'82% in Molise (qui le infografiche).

ITALIA COME IRLANDA E POLONIA. Nonostante esista una legge che garantisce alle donne di interrompere legalmente ed entro i tre mesi la gravidanza, l'Italia è sbalzata così ai livelli di Paesi in cui l'aborto è vietato come Irlanda e Polonia, ben distante dalla civiltà della Francia dove l'obiezione è al 7% e del Regno Unito dove è al 10%. La legge dunque c'è. Ma è costantemente boicottata.

Perché quando gli ospedali cattolici fanno consorsi per soli obiettori non si parla di discriminazione? Si usano due pesi e due misure

Silvana Agatone, Libera associazione italiana ginecologi per l'aplicazione della 194/78

E anche i diritti e la professionalità dei medici non obiettori vengono calpestati. Come spiega a L43 Silvana Agatone, presidente della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l'aplicazione della 194/78), nei tanti ospedali cattolici del sistema sanitario nazionale i concorsi sono limitati agli obiettori. «Perché in questi casi non si parla di discriminazione? Si usano due pesi e due misure», allarga le braccia. «E se un obiettore cambiasse idea? in queste strutture c'è l'obbligo all'obiezione, pena il licenziamento».

QUELLA STRANA "MOBILITÀ". Per il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che ha condannato la decisione della Regione Lazio, la soluzione è nella stessa legge che «prevede invece la possibilità, qualora una struttura abbia problemi di fabbisogno, per quanto riguarda singoli specifici servizi, di poter chiedere alla Regione di attingere anche in mobilità da altro personale». Una soluzione che non convince per nulla Agatone. «La legge parla di mobilità», spiega la n.1 della Laiga, «ma non chiarisce chi deve muoversi: gli obiettori o i pochissimi non obiettori?».

GINECOLOGI, NON ABORTISTI. Va poi ricordato, anche se dovrebbe essere scontato, che un obiettore è un ginecologo a tutti gli effetti e tale deve essere considerato. Segue la donna in tutte le sue scelte e fasi della vita. I ginecologi non sono insomma "specialisti dell'aborto" da spedire da una regione all'altra.

A quasi 40 anni dall'approvazione della 194, insiste Agatone, in Italia esistono ancora due tipi di aborto: «Quello per ricchi e quello per poveri». Perché "l'errore" di una gravidanza non desiderata è democratico e può colpire anche i ceti più abbienti. Spesso però, continua la presidente della Laiga, per riservatezza e privacy queste donne preferiscono rivolgersi a cliniche private dove una Ivg viene fatta passare per resettoscopia per polipo per esempio.

TRA MAMMANE ED EMORRAGIE. Dall'altra parte, ieri come oggi, ci sono le "poveracce" senza alternative. Sono soprattutto immigrate, spesso senza documenti. Fanno ricorso a farmaci e rimedi casalinghi o vanno a bussare alla porta di mammane più o meno improvvisate. «Se arrivano con una emorragia in ospedale e vengono scoperte possono essere multate con una sanzione che va dai 5 ai 10 mila euro», ricorda Agatone, «per questo molti medici chiudono un occhio». Vero è, fa notare Puiatti di Aied, «che una donna con una emorragia in corso deve essere curata, mentre senza documenti dovrebbe pagare l'Ivg».

La vicina Romania non riconosce la reciprocità del sistema sanitario pur facendo parte dell'Unione europea

Per toccare con mano la portata del fenomeno non bisogna pensare solo alle tante donne di colore, soprattutto nigeriane, costrette all'aborto con calci e pugni dai magnaccia oppure che incinta scompaiono misteriosamente dalle strade. È sufficiente affacciarsi alla vicina Romania, spiega Puiatti, Paese che pur facendo parte dell'Unione europea non riconosce la reciprocità del sistema sanitario. «Io lavoro in Friuli Venezia Giulia dove vivono moltissime rumene», racconta. «Se non hanno un'assicurazione privata che copre i costi di un Ivg hanno due possibilità: o tornano a operarsi a casa oppure trovano soluzioni... diciamo "alternative"».

A SAN MARINO SI VA IN CARCERE. Per non parlare della civilissima Repubblica di San Marino dove è in discussione la depenalizzazione dell'aborto, ancora punito con il carcere con pene che possono arrivare ai tre anni. Le cittadine sammarinesi sono così ancora costrette a varcare i confini del Titano anonimamente cercando soluzioni in Italia.

PARAVENTO DELL'ABORTO SPONTANEO. Il problema, secondo il presidente Aied, è che non esistono statistiche e studi sull'aborto spontaneo. Dietro il quale si nasconde la clandestinità e l'illegalità. Per questo «occorrerebbe un'indagine seria a livello nazionale sui ricoveri per aborti apparentemente spontanei». Indagine che «non è mai stata fatta». Ci sono solo stime. Secondo il ministero, gli aborti illegali sarebbero 15 mila tra le italiane e tra i 3 e i 5 mila fra le straniere. Numeri, però, che stando agli operatori dovrebbero essere rivisti al rialzo. E non di poco.

Le altre Regioni devono seguire l'esempio del Lazio, se vogliamo evitare il rischio di un salto indietro alla stagione degli aborti clandestini

Riccardo Magi e Antonella Soldo, Radicali Italiani

In uno Stato democratico i diritti devono essere tutelati, tutti. Siano essi dei medici obiettori, dei non obiettori o delle donne. E la 194 se correttamente applicata va proprio in questa direzione. Come sottolineano Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani, e la compagna di partito Antonella Soldo, «da quando è stata legalizzata l'interruzione volontaria di gravidanza il numero di aborti è andato progressivamente diminuendo: nel 2015 sono stati sotto i 90 mila, cioè il 9,3% in meno dell'anno precedente e oltre il 70% in meno rispetto ai primi Anni 80». Nel 2015, poi, «il maggiore decremento ha coinciso con l'eliminazione dell'obbligo di prescrizione medica del contraccettivo d'emergenza noto come "pillola dei 5 giorni dopo"».

CHI HA SNATURATO LA 194? Un altro dato però è innegabile: la legge 194 è stata snaturata, «proprio come sostengono i vescovi». «Ma ciò», concludono Magi e Soldo, «è avvenuto a causa del numero crescente di medici obiettori, che impedisce di applicarla correttamente. Il ministro Lorenzin quindi dovrebbe difendere e rivendicare la scelta del San Camillo, e anche incoraggiare le altre Regioni a seguire l'esempio del Lazio, se davvero vogliamo tutelare i diritti delle donne e di tutto il personale sanitario ed evitare il rischio di un salto indietro alla stagione degli aborti clandestini».

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