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CHIESA 7 Marzo Mar 2017 0800 07 marzo 2017

Vaticano, gli ostacoli alle riforme di Bergoglio

L'operazione trasparenza sulle finanze procede a rilento a causa delle resistenze della Curia. Mentre lo scandalo sugli abusi sessuali torna a fare discutere. Così la Chiesa pare boicottare i piani del pontefice.

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Ammutinamento. La Curia resiste alle riforme chieste da papa Francesco: rallenta, si oppone, fa melina, non esegue o esegue a metà. Insomma mette i bastoni tra le ruote al pontefice e a quella parte dei cardinali che lo seguono. Mentre si chiude il quarto anno di pontificato - Francesco venne eletto il 13 marzo del 2013 – in Vaticano il clima diventa sempre più pesante. Sul tavolo ci sono due questioni cruciali sulle quali la Chiesa universale ha scontato un clamoroso crollo di credibilità: lo scandalo abusi sessuali e l'opacità finanziaria.

IL SISTEMA DI CONTROLLO. La macchina della riforma bergogliana rischia di incepparsi. E non per caso. Se infatti riformare lo Ior, avviare un percorso di trasparenza e adeguamento a un sistema di norme internazionali nell'ambito strettamente finanziario è stato relativamente facile, ben più complesso sembra essere applicare gli stessi criteri a ogni singolo dicastero vaticano, agli apparati, al cuore nevralgico della Chiesa cattolica. Dal punto di vista pratico l'operazione trasparenza della gestione economica della Santa Sede doveva confluire nella pubblicazione di un bilancio che tenesse conto di tutti gli enti, i dicasteri e gli uffici, delle entrate e delle uscite, degli eccessi e delle carenze. Insomma una rendicontazione completa. Per fare questo e programmare il budget, di anno in anno, in modo coordinato e omogeneo è stato creato dal Papa e dai suoi collaboratori un complesso sistema istituzionale del quale fanno parte la Segreteria per l'Economia sotto la guida del cardinale australiano George Pell, il Consiglio per l'Economia, guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx (presidente dei vescovi tedeschi che pure contribuiscono al ripianamento del deficit vaticano), e l'ufficio del Revisore generale.

I BILANCI MONCHI. Il passo successivo e annunciato era la pubblicazione dei nuovi bilanci per mostrare, come farebbe qualsiasi grande organizzazione con un forte profilo etico, la propria trasparenza operativa. Dai Sacri palazzi, però, oggi dicono che quell'annuncio è stato improvvido, precipitoso: far ragionare tante teste e tanti uffici all'unisono non è cosa semplice, si osserva, soprattutto Oltretevere dove ogni dicastero è geloso della propria gestione. Così, nel frattempo, di fronte alle richieste crescenti dei media, dal Vaticano è uscito uno scarno comunicato che intendeva fornire almeno qualche ragguaglio. Il deficit della Santa Sede per il 2015 è diminuito, ora è di 12,4 milioni contro i circa 26 del 2014; il bilancio del Governatorato, tecnicamente lo Stato vaticano, è invece in attivo per 59,9 milioni. Ma in realtà questi numeri da soli servono a ben poco e non si discostano troppo da quelli diffusi in passato.

LE DOMANDE SENZA RISPOSTA. Il punto è un altro: quali sono le cifre complessive delle entrate e delle uscite? Come sono state calcolate? Per esempio, il miliardo e 400 milioni di euro 'scoperto' dal cardinal Pell un paio di anni fa nelle casse dei dicasteri vaticani - cifra accantonata per le emergenze, fece sapere subito il Vaticano - come verrà inserito in bilancio? O ancora: sono stati valutati per intero il patrimonio immobiliare di Propaganda fide (la congregazione per l'evangelizzazione dei popoli) e la sua rendita finanziaria? E il dicastero delle cause dei santi, che in passato è stato al centro di qualche rivelazione imbarazzante circa le spese necessarie per far procedere la causa di questo o quel servo di Dio, ha messo tutto in regola? Senza contare lasciti, donazioni, debiti, cattive e buone amministrazioni dei beni.

La basilica di San Pietro.

Certamente occorre tempo per mettere ordine, ma per quel che si apprende gli uffici hanno fatto resistenza spesso passiva, ritardando di mesi le risposte a ogni richiesta di informazione necessaria al completamento del quadro finanziario. Che le cose non filino proprio lisce lo si evince pure dallo stesso comunicato della Segreteria per l'Economia relativo al bilancio consuntivo della Santa Sede. «La Segreteria per l’Economia», si legge, «ha informato il Consiglio per l’Economia che il percorso verso la piena applicazione delle Vfmp (le politiche vaticane di financial Management) è saldamente in corso e ha evidenziato che sarà, tuttavia, necessario qualche anno per il completamento di questo processo e per l’attuazione di una revisione contabile completa». Viene poi messo in evidenza che «il rendiconto annuale consolidato 2015 rappresenta un passo importante sia per le riforme economiche sia per il percorso di adozione delle nuove politiche, le quali stanno ben procedendo». Work in progress, allora, e fin qui nulla di strano. Ma «qualche anno» per completare il processo comincia a essere davvero eccessivo.

IL RISCHIO DEL ROSSO. Non solo. «Il Consiglio per l'Economia», continua la nota, «ha preso atto del rendiconto annuale consolidato 2015 che, in questo periodo di transizione, non è stato sottoposto a revisione contabile» . A quanto pare, però, nessuno ha approvato i bilanci, visto che non c'è stata revisione contabile. Insomma, la seconda parte della riforma finanziaria, quella che tocca i gangli interni del potere vaticano, è in mezzo al guado. Per il futuro pare che le cose vadano un po' meglio: «Il budget 2017 è stato presentato al Consiglio per l’Economia, per la prima volta, prima dell’inizio del nuovo anno solare, e ne ha raccomandato l’approvazione». In altre parole la prova di forza è in corso anche se la scelta è obbligata: se la Santa Sede non vorrà precipitare in un rosso di bilancio drammatico dovrà razionalizzare le risorse e tagliare le prebende. Ma ci sono settori che, evidentemente, resistono.

Papa Francesco.

Sull'altro fronte caldo, quello degli abusi sessuali, le dimissioni dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori di Marie Collins, irlandese ed ex vittima di abusi da parte di un sacerdote, hanno fatto scalpore in tutto il mondo. Collins ha chiamato in causa nientemeno che la Congregazione per la dottrina della fede e la Curia in generale, e ha denunciato come una parte di quest'ultima non sia «ancora entrata nel 21esimo secolo».

ABUSI SOTTO I RIFLETTORI. Il cardinale Gerhard Muller, prefetto dell'ex Sant'Uffizio, ha replicato osservando che quelli usati da Collins sono solo dei cliché per parlar male del Vaticano. Volano stracci, dunque, e di quelli pesanti. Nel frattempo lo scandalo abusi sessuali è tornato al centro dell'attenzione mediatica sia in Australia, dove sono emersi migliaia di casi relativi agli ultimi decenni, sia in Italia a causa della vicenda da film horror dell'Istituto Provolo per sordomuti di Verona, struttura nella quale per decenni decine di ragazzi portatori di handicap hanno subito abusi e violenze gravissimi da parte di numerosi sacerdoti. Vale anche la pena ricordare che Marie Collins ha citato la Chiesa italiana come una di quelle più restie ad accettare le politiche per la tutela dei minori e il perseguimento dei responsabili. La Commissione di cui faceva parte, guidata dal cardinale americano e arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Mlley, si era battuta per l'istituzione di processi canonici anche per i vescovi responsabili di aver occultato gli abusi e protetto i preti colpevoli. È proprio su questo punto che lo scontro sta divampando.

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