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20 Aprile Apr 2017 1853 20 aprile 2017

Eni, colpo all'accusa: la Nigeria non si costituisce parte civile

A Milano va in scena l'udienza preliminare per la presunta maxitangente da 1,92 miliardi di dollari del 2012. Primo punto alla difesa. L'élite degli avvocati sfila in Aula. Tra gli imputati, presente Bisignani.

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Da un lato un giovane ragazzo in manette, guardato a vista dagli agenti di polizia penitenziaria e in attesa di giudizio. Dall’altra i migliori avvocati italiani, da Francesco Mucciarelli a Nerio Diodà, da Carlo Federico Grosso a Guido Alleva, impegnati nell’udienza preliminare per il processo Eni-Shell sulla presunta tangente da 1,92 miliardi di dollari per l'acquisizione della licenza nel 2012 del giacimento petrolifero Opl 245, in Nigeria. Il Cane a sei zampe ha sempre sottolineato «la correttezza dell'operazione relativa all’acquisizione del blocco Opl 245» e lo ha ribadito anche dopo la puntata di due settimane fa di Report, replicando su Twitter alle accuse della trasmissione di RaiTre.

Non succede nulla di eclatante nella piccola Aula 31 al settimo piano del tribunale di Milano, tra eccezioni su rogatorie, traduzioni di atti e letture di verbali, durante l’udienza apertasi il 20 aprile davanti al gup Giuseppina Barbara. Sono imputati per corruzione internazionale l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, l'ex 'numero uno' Paolo Scaroni, il giornalista e uomo d’affari Luigi Bisignani con altre otto persone. Il processo va avanti per tutta la mattinata, nel solito via vai del tribunale, con le altre udienze in corso e carabinieri di stanza nei corridoi. Unica nota rilevante è questa: il governo della Nigeria non chiede di costituirsi parte civile nel processo. In questo modo l’accusa perde una delle sue armi più importanti, anche perché proprio l'esecutivo di Abuja era l’unica parte offesa nel procedimento.

Paolo Scaroni.

Assenti Descalzi e Scaroni, in Aula ci sono solo l’accusatore Vincenzo Armanna e Bisignani. Il secondo è accompagnato dal legale Massimo Pellicciotta. Mentre il primo, ex responsabile Eni nell'area del Sahara, annuncia di volersi fare interrogare. Forse succederà il prossimo 18 maggio, mentre l'11 maggio l'udienza sarà dedicata alla requisitoria dell'accusa: i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro chiederanno di nuovo il rinvio a giudizio per tutti gli imputati. Al contempo le organizzazioni non governative Heda, Corner House e Re Common, rappresentate dagli avvocati Marco Casellato, Matteo Ceruti e Carmelo Marcello, fanno istanza per entrare nel processo e chiedere un risarcimento.

SEVERINO DIFENDE DESCALZI. Federico Grosso e Nerio Diodà tutelano l’Eni, indagata come società, mentre Descalzi è seguito dall’ex ministro di Grazia e Giustizia Paola Severino. Alberto Moro Visconti difende Scaroni, mentre Alleva il capo esplorazioni Eni Roberto Casula. Infine, Pellicciotta e Fabrizio Manganiello seguono i mediatori Bisignani e Gianluca di Nardo.

Il Tribunale di Milano.

Stando all’accusa, la presunta maxitangente sarebbe servita a corrompere politici e manager nigeriani. Una parte sarebbe stata anche retrocessa ai dirigenti del Cane a sei zampe. Sarebbe stato Scaroni a dare il via libera all’operazione grazie all’intermediazione di Obi Emeka, altro presunto faccendiere nigeriano, coinvolgendo nell’affare pure Descalzi, che in quegli anni era responsabile della Divisione Exploration & Production di Eni.

APPUNTAMENTO AL 18 MAGGIO. Al centro dell'inchiesta ci sarebbe pure l'incontro di Scaroni e Descalzi con l'allora presidente nigeriano Jonathan Goodluck «per definire l'affare». Tra gli imputati anche l'ex ministro nigeriano Dan Etete e Gianfranco Falcioni, presunto intermediario e viceconsole onorario in Nigeria. Nel corso delle prossime udienze dovrà essere valutata anche la società Malabu, riconducibile a Etete, che sarebbe stata usata per distribuire e smistare le mazzette, oltre ai famosi trolley per portare i 50 milioni di euro. Armanna, difeso dall’avvocato Fabrizio Siggia, potrebbe già spiegare molte cose durante l'udienza del 18 maggio.

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