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25 Aprile Apr 2017 0900 25 aprile 2017

25 aprile, storia e testimonianze sulla Brigata ebraica

Molti ebrei lasciarono l'Europa per sfuggire alla Shoah. Ma tornarono per unirsi alla guerra di liberazione. Storia del contingente al centro delle polemiche attraverso le voci raccolte dallo scrittore Primo Fornaciari. 

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Da stigma la stella gialla puntata sugli abiti divenne sulle uniformi motivo di orgoglio e di appartenenza. Un simbolo di cui andare fieri. Quella stella sulle divise del contingente partito dal protettorato britannico in Palestina per combattere i nazifascisti in Italia per di più stupiva e disorientava chiunque nelle valli e nelle campagne. Dopo anni di propaganda fascista, rastrellamenti di intere famiglie e deportazioni nei campi era difficile riconoscere il «nemico giudeo», nelle vignette di regime coi capelli ricci e il naso adunco quasi rapace, in quei ragazzoni alti, biondi, forti e per di più armati arrivati per liberare il Paese dai nazifascisti.

LE BATTAGLIE IN ROMAGNA. Sbarcarono in 5 mila fra uomini e donne. Poi dalla Puglia risalirono fino alla Romagna, combattendo a fianco di britannici, canadesi e naturalmente partigiani, cattolici e comunisti. «A Mezzano, per esempio, vicino alle valli ravennati erano al fianco della Brigata Garibaldi», ricorda a Lettera43 Primo Fornaciari, ravennate e autore de I ragazzi venuti dalla terra di Israele (Longo Editore). «Erano legati da un sentire comune, si sentivano tutti senza patria». Con molti romagnoli e con i partigiani si crearono rapporti di amicizia, e i contatti tra reduci negli anni sono rimasti ottimi. Una quarantina di soldati della Brigata riposa nel cimitero di guerra a Piangipane, vicino a Ravenna. Per questo l'autore non ha dubbi circa le polemiche scoppiate sulla presenza della Brigata ebraica alle manifestazioni del 25 aprile: «Quello delle bandiere è uno stupido pretesto», mette in chiaro. «Non rispecchia certo il sentire di chi ha combattuto. Partigiani e Brigata ebraica sono sempre stati dalla stessa parte».

L'APERTURA DI ANPI ROMA. Polemica che alla fine è rientrata con l'apertura dell'Anpi Roma. «Siamo per la ricomposizione del fronte antifascista nel segno dell'unità», ha infatti dichiarato il vicepresidente dell'associazione, Stefano Valentini. «Aderire al nostro corteo significa anche sottoscrivere i valori della Costituzione. Avere con noi i rappresentanti della comunità ebraica e della Brigata ebraica ci farebbe molto più che piacere».

Soldati della Brigata ebraica.

In realtà i soldati ebrei erano presenti nelle fila dell'esercito britannico fin dall'inizio della guerra. Gli uomini e le donne della Brigata ebraica, tre battaglioni di fanteria, appartenevano all'ultimo scaglione di arruolati. «Alcuni di loro avevano lasciato l'Europa proprio per fuggire alla Shoah», continua Fornaciari. «E ritornarono per combattere i nazisti sul serio. Erano contadini, operai, giovani dei kibbutz. Ma anche intellettuali». Persone di diversa estrazione e storia, ma tutte orgogliose di combattere sotto una propria bandiera, tanto da issarla ufficialmente nelle basi insieme con la Union jack. La stessa bandiera che qualche anno più tardi divenne quella dello Stato d'Israele.

L'IMPORTANZA DI ESSERE UNA BRIGATA. «Essere utili soldati assegnati alle diverse formazioni dell’VIII Armata britannica, agli ordini dei comandanti inglesi era un fatto», ha raccontato Hanoch Bartov, soldato diventato poi scrittore, «ritrovarsi in precise compagnie composte di soli ebrei, con una propria organizzazione, un distintivo e una propria bandiera, un comandante della stessa religione, in pratica essere riconosciuti ufficialmente come Brigata ebraica, era tutta un’altra cosa».

La copertina de I ragazzi venuti dalla terra di Israele di Primo Fornaciari (Longo Editore).

A differenza degli altri eserciti stranieri, continua Fornaciari, gli uomini della Brigata ebraica non erano più giovanissimi, erano una sorta di riservisti. Anche per questo, forse, l'atteggiamento che avevano nei confronti dei civili era particolare. «Durante la guerra i soldati arrivavano e occupavano le case», sottolinea lo scrittore. «I testimoni però raccontano che a differenza dei canadesi, giovani e quindi irruenti e un po' spacconi, gli ebrei erano più discreti, entravano nelle case quasi con timore». Un soldato, per esempio, diede per qualche tempo ripetizione di matematica a un ragazzino delle nostre parti, dice ancora l'autore. «E si stupivano nel trovare Bibbie nelle abitazioni, dimostrazione di come anche i cattolici fossero osservanti».

QUELLA INCISIONE MISTERIOSA. Piccoli ricordi che si perdono nelle valli e nelle campagne romagnole. E si mescolano ai sapori, come quello dei strichét, pasta all'uovo tipica, che una famiglia di Villanova offrì ai soldati. Questi per sdebitarsi regalarono alla più piccola di casa un tagliacarte con una incisione che rimase misteriosa finché Fornaciari non la tradusse dall'ebraico: «Auguri per uno splendido 1945!».

Stemmi della Brigata.

La Brigata, oltre a combattere contro i nazifascisti contribuendo a sfondare la linea Gotica, cercò di prestare aiuto alle comunità ebraiche delle città. O, meglio, a ciò che ne era rimasto. «Rimisero in piedi le comunità distrutte, aprirono scuole per i bambini e corsi professionali per i reduci dei campi nazisti», spiega ancora Fornaciari, «spesso di nascosto dai britannici». Non solo. Organizzarono il trasferimento di molti ebrei in Palestina, nonostante il blocco navale imposto dal Regno Unito. «Più che per la famosa battaglia sul Senio», fa notare lo scrittore, «la Brigata nelle nostre città è proprio ricordata per questa attività parallela».

UNA MEMORIA CALPESTATA. Per questo, conclude l'autore, le polemiche che ogni anno si riaccendono in occasione del 25 aprile «sono inutili e stupide». E, ed è la cosa più grave, «minano la memoria non solo della liberazione, ma anche della Shoah e delle persecuzioni».

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