Cappato
11 Maggio Mag 2017 1318 11 maggio 2017

L'equivoco di chiamare "suicidio assisito" la fine di una non-vita

I giudici non mollano Cappato che accompagnò Dj Fabo in Svizzera. Ma come si può processare chi vuole piantarla di lasciarsi crepare un po' per giorno atrocemente? Smettere di non vivere con dignità è un diritto.

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La magistratura la tira un po' in lungo sulla faccenda di Marco Cappato aggiustatore di destini terminali, quello che aiuta la gente ad andare a suicidarsi in Svizzera. Per il caso specifico di dj Fabo le due pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno chiesto l'archiviazione, rilevando il definitivo diritto a vivere, e specialmente a morire, con dignità, il gip Luigi Gargiuolo ne ha preso atto ma poi ha chiesto un approfondimento in forma di udienza di discussione tra le parti, in data 6 luglio 2017.

PER QUALCUNO È ASSASSINIO. Cosa poi ci sia da discutere non si capisce, tanto più che la parte principale non c'è più o meglio ha smesso di non esserci più, di chiamare con gli occhi, di invocare con gli occhi una pace che gli si voleva negare. Intanto, davanti al Palazzaccio milanese qualcuno ha attaccato uno striscione che vuole "l'assassino Cappato in galera". Ma Cappato, rilevano in punto di logica i pubblici ministeri, in realtà non ha staccato nessuna spina: ha accompagnato chi glielo chiedeva in una struttura (estera) dove staccano la spina. Anche per questo, il proscioglimento pare cosa certa, seppure rimandata. Ma la magistratura vuole andarci cauta, sente una pressione confessionale che in Italia continua a pesare.

GIORNI PEGGIO DELL'INFERNO. Andare a suicidarsi, peraltro, non pare proprio la definizione giusta per uno che non ne può più, che sta al di là di qualsiasi miracolo, e che da solo non riesce più nemmeno a respirare: casomai, si tratta di andare a smettere di non vivere, smettere di morire lentamente, crudelmente. Curioso che non si possa processare un suicida, per ovvi motivi, ma si voglia processare uno che, in realtà, vuole smettere di lasciarsi crepare e quindi in un certo senso di suicidarsi un po' per giorno: e sono giorni più atroci di ogni inferno, che chi non li ha vissuti da vicino non immagina.

Non è vero che si istiga, si spinge la gente ad ammazzarsi. È il diritto di arrendersi in chi si arrende, e ogni istante gli pesa, come fosse una primula sotto uno sputo

È l'urlo muto di chi non può più neanche gridare. Chi invece ha attraversato quei destini terminali si è sentito spesso rivolgere quella preghiera: basta, non ne posso più, spegnetemi del tutto. Non a torto, perché una non-vita come quella semplicemente non è vita. Non più.

C'È ANCHE CHI HA UNA FIAMMELLA. Nessun obbligo, non è vero che si istiga, si spinge la gente ad ammazzarsi. Questa è una forzatura grottesca, ma anche evidente. Al contrario, c'è chi preferisce resistere, perché ha ancora una fiammella dentro, perché non se la sente di non sperare, ed è un suo altissimo, indiscutibile diritto: e nessuno lo discute. Ma altrettanto alto è il diritto di arrendersi in chi si arrende, e ogni istante gli pesa, come fosse una primula sotto uno sputo.

SONO GIÀ MORTI CHE SOFFRONO. Non è andarsi ad ammazzare, è prendere atto che si è già morti, morti che soffrono, che pensano, ma non più vivi. Perché la vita è una cosa diversa, una pienezza relativa, graduabile, ma non questo pieno di vuoto, questo colmo di sofferenza: chi potrebbe sindacare una presa d'atto così intima, fondata sull'atrocità di una sensazione che si specchia nell'impotenza, nella consapevolezza che domani, se possibile, andrà ancora peggio di oggi?

La verità è che morire, consumandosi, perdendo i pezzi, morire aspettando di morire, è indecente, è ingiusto: e chi impone l'accanimento della natura su un altro?

Parlano di giurisprudenza creativa, ma qui di creativo c'è poco, se mai c'è, anche da parte del giudice, la constatazione di una realtà: perché è bello credere ai miracoli, ma non sulla pelle altrui. «Si può vivere con dignità, ma non morire», dice il dottor House. Ecco, la bella morte, la morte epica e letteraria è sempre una faccenda di romanzo, un ideale per chi resta, ma la verità è che morire, consumandosi, perdendo i pezzi, morire aspettando di morire, è indecente, è ingiusto: e chi decide il contrario, chi impone l'accanimento della natura (lo chiamano terapeutico, e fa perfino un po' sorridere) su un altro?

A OGNUNO IL SUO SENSO DEL DIVINO. Un sistema no, perché si finisce dritti in bocca allo Stato etico, Dio ce ne scampi e liberi. Allora un Dio? E sia, ma quel Dio deve restare dentro chi deve decidere e ha bisogno di chiunque anche per un semplice atto da pianta come respirare. Se Dio c'è ancora, in quel corpo senza vita, allora lo si rispetti. Ma se se n'è andato anche lui, se chi dovrebbe sentirlo non lo avverte più, allora la sua decisione va rispettata. Non si può imporre a un altro il proprio senso del divino.

Cari amici che “difendete la vita”, questo non è suicidarsi, non è aiutare a suicidarsi, non è omicidio. È difendere quel che resta di un uomo, la sua sofferenza abissale, i suoi occhi

Non sono d'accordo quelli degli striscioni, del Movimento per la Vita e anche la parlamentare Eugenia Roccella, che ha un articolato curriculum politico: spesso scopre di non trovarsi bene dove si è accasata, e allora si trasferisce. È un suo diritto, così come lo è quello di essere passata, nell'arco di una quarantina d'anni, dai Radicali ai Pro Life, da “Aborto: facciamo da noi” alla totale chiusura verso la pillola Ru 486 “che introduce l'aborto a domicilio”, cioè quello che lei auspicava nel 1975.

UN MARTIRIO DA FARE SMETTERE. Si sa che da giovani si pensa di saper far tutto, e cambiare idea è una qualità di chi riflette. Ma c'è anche chi, consumato dal martirio, non ha più idee se non una: farlo smettere, farsi smettere. Cari amici che “difendete la vita”, questo non è suicidarsi, non è aiutare a suicidarsi, non è omicidio. È difendere quel che resta di un uomo, la sua sofferenza abissale, i suoi occhi che chiedono una sola cosa: non più di vivere con dignità, non di morire con dignità, ma di smettere di non vivere con dignità.

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