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14 Maggio Mag 2017 1200 14 maggio 2017

Vecchi traffici e affari “legali”: i business dei nuovi Casalesi

Dal 2010 nel casertano non si spara più. Ma l’attivismo del clan non è diminuito. A guidarlo, ora, sono le mogli e le figlie dei boss finiti in carcere. L'articolo di Pagina99.

  • IGNAZIO RICCIO
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Caserta. Da anni a Casal di Principe e nell’hinterland dell’Agro aversano non si spara più. L’ultimo vero omicidio di camorra in provincia di Caserta risale al 2010, dopodiché l’offensiva dello Stato si è fatta asfissiante nei confronti del clan dei Casalesi. A quei tempi, in 24 mesi, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli è riuscita a decapitarne i vertici, con gli arresti di Antonio Iovine, detto ‘o ninno, e di Michele Zagaria, uno dei boss più feroci dell’organizzazione criminale casertana. Oggi le attenzioni mediatiche sono rivolte al territorio napoletano: giornali e televisioni hanno concentrato il loro interesse sugli omicidi efferati degli ultimi anni e sui gruppi di minorenni dediti alle attività criminali, ovvero sul fenomeno delle “paranze”, sviscerato da Roberto Saviano nel suo ultimo romanzo, La paranza dei bambini (Feltrinelli).

SEQUESTRI PER MILIARDI DI EURO. «Non ci lascia tranquilli il fatto che a Casal di Principe non si spari. Le organizzazioni criminali sono abituate ad agire sottotraccia ed è evidente che i processi economici illegali sono più floridi quando non si fanno morti». A parlare è il pubblico ministero Catello Maresca, della Dda di Napoli, che ha indagato per tre anni sul boss Zagaria, fino al suo arresto. Recentemente il magistrato ha ribadito che il clan dei Casalesi è vivo e vegeto: non basta colpire l’ala militare di un’organizzazione camorristica ramificata sul territorio nazionale e all’estero per sconfiggere un sistema consolidato, capace di estendere i propri affari ai mercati legali (sale da gioco autorizzate, appalti, agroalimentare), tramite rapporti diretti con esponenti delle istituzioni statali. Dal 2010 a oggi, grazie alla collaborazione di numerosi pentiti, sono stati sequestrati ai Casalesi beni per miliardi di euro, a dimostrazione della forza economica dell’organizzazione.

CLAN ANCORA MOLTO PERICOLOSO. Poche settimane fa, anche il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda di Napoli, Giuseppe Borrelli, ha confermato la pericolosità del clan dei Casalesi. «Non bisogna abbassare la guardia. Non basta l’azione della magistratura, perché in Campania, e non solo, le condizioni economiche, sociali e culturali sono così difficili da favorire il proliferare del ricorso alle strade dell’illegalità: e su questo terreno è soprattutto lo Stato che deve intervenire».

Walter Schiavone, il figlio di Sandokan

Ma chi sono i nuovi Casalesi e, soprattutto, qual è il loro business? In gran parte sono i figli e i nipoti delle famiglie storiche a reggere le fila del clan, ma altri gruppi locali alleati stanno curando, per conto dei vecchi boss, gli affari illeciti. Walter Schiavone, detto la capra, figlio di Sandokan (Francesco Schiavone), è stato arrestato lo scorso mese di febbraio per il racket del gioco d’azzardo. Gli inquirenti lo accusano di controllare il ricavato dei proventi sulle scommesse online, utilizzato per stipendiare gli affiliati e le famiglie dei detenuti.

PUNTO DI RIFERIMENTO DELLE NUOVE LEVE. Ultimamente, avvalendosi del sostegno della famiglia Russo, ha assunto un ruolo di coordinamento ed è considerato il punto di riferimento per le nuove leve del clan dei Casalesi. L’inchiesta del pool antimafia della procura di Napoli è partita dall’indagine sull’ex sottosegretario dell’ultimo governo Berlusconi, Nicola Cosentino. L’esponente del centrodestra campano condannato per camorra condivide con i Russo una parentela: suo fratello ha sposato Maria Russo, la figlia di Giuseppe Russo, meglio conosciuto come Peppe ‘o Padrino, il quale rappresenta l’espressione imprenditoriale della fazione degli Schiavone.

In senso orario: Francesco Schiavone, Carmine Schiavone, Francesco Schiavone Jr, Maria Rosaria Schiavone, Nicola Schiavone, Ivanhoe Schiavone, Emanuele Libero Schiavone, Walter Schiavone, Antonio Iovine e Antonio Schiavone.

Mogli, figlie e madri a capo dei clan

Scendendo nel dettaglio degli assetti criminali interni al cartello, risulta ancora operativa la famiglia Zagaria di Casapesenna e, nonostante i provvedimenti giudiziari ne abbiano ridotto gli organici, rimane attivo, sul litorale domizio, il nucleo Bidognetti, che controlla il territorio anche grazie ad alcune alleanze, come quella con il gruppo Gagliardi-Fragnoli-Pagliuca, presente nell’area di Mondragone, e con il clan Perreca di Recale. Un ruolo sempre più strategico lo stanno assumendo le donne: mogli, figlie e nuore dei capi in carcere si occupano in prima persona di dirigere i traffici illeciti.

LE DONNE ULTIMO BALUARDO. Tra le 31 persone arrestate a febbraio – a vario titolo, per associazione mafiosa, ricettazione ed estorsione – ci sono due figlie e la nuora di Francesco Bidognetti, Cicciotto ‘e mezzanotte, il capo storico del clan dei Casalesi. Katia Bidognetti è finita in carcere, arresti domiciliari invece per la sorella, Teresa, in stato di gravidanza. Carcere anche per Orietta Verso, nuora del capoclan, moglie di Raffaele Bidognetti, secondogenito del boss, detto ‘o Puffo. Secondo i pm a fare da collegamento tra loro e il resto della cosca era Vincenzo Bidognetti – non imparentato con la famiglia del boss – unico autorizzato a intrattenere rapporti con le donne del clan.

Militari a Casal di Principe per la lotta alla camorra.

Le ramificazioni del potere criminale

Nell’ultima relazione della Dda è confermata sia la forza di intimidazione e controllo del territorio dei Casalesi – nonostante i boss siano in carcere – sia la commistione dell’organizzazione con le amministrazioni e gli imprenditori locali. In un territorio dove la corruzione è dilagante, questi rapporti hanno un impatto devastante: si moltiplicano le autorizzazioni, le licenze e le varianti urbanistiche illecite; i controlli non vengano effettuati; le assunzioni clientelari vengono imposte; gli incarichi di progettazione affidati a ditte amiche; le gare aggiudicate alle imprese legate alla camorra.

IL 'METODO DEL TAVOLINO'. Tra le tecniche più usate per orientare gli appalti c’è il “metodo del tavolino”, che garantisce alle imprese coinvolte di aggiudicarsi a turno l’appalto, tramite un tacito accordo sui preventivi da offrire nella gara pubblica. Il clan è un «associato in partecipazione occulta» alle imprese, contribuendo al “patrimonio aziendale” invece che con il denaro, con la forza di intimidazione camorristica, e ricavandone come compenso una percentuale degli incassi degli imprenditori. Un paradigma spesso usato anche nel settore sanitario. La strategia di contaminazione del territorio, attuata attraverso l’opera di professionisti e apparati istituzionali compiacenti, sembra consolidarsi anche fuori la Campania e all’estero, specie in Romania, dove i gruppi camorristici sono presenti nel settore del gioco e delle scommesse illegali, anche online, talvolta insieme a ‘ndrangheta e cosa nostra.

Droga e agroalimentare, business più fiorenti

Tra le principali fonti di finanziamento, oltre alle scommesse, c’è il traffico di stupefacenti. Potendo contare su reti criminali strutturate, in grado di modificare continuamente le rotte internazionali e le tecniche usate per occultare i carichi illegali, i Casalesi sono sempre più inseriti nella gestione dei grandi flussi della droga di provenienza sudamericana e nordafricana. Anche su questo fronte le indagini registrano consolidate relazioni affaristiche con narcotrafficanti stranieri, facilitate dal trasferimento all’estero di pregiudicati campani.

VERI E PROPRI CARTELLI. Altro importante settore in cui il clan ha grossi interessi è l’agroalimentare. In questo comparto le mafie tendono a fare “cartello”, agendo sull’intera filiera: dall’accaparramento dei terreni agricoli all’intermediazione nella vendita, nel trasporto e nello stoccaggio dei prodotti, fino al reinvestimento dei profitti illeciti nei centri commerciali, dove impongono i marchi e i generi alimentari che devono essere venduti. Senza dimenticare lo smaltimento illegale dei rifiuti, altro tradizionale business del clan. Un ventaglio di attività talmente ampio e prolifico da rendere difficile fare i conti in tasca ai Casalesi. L’ultima stima risale al 2008. La Direzione nazionale antimafia valutò intorno ai 30 miliardi di euro il giro d’affari del clan.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, "guadagni 50 mila euro? in Italia sei ricco", in edicola, in digitale e in abbonamento dal 12 all'18 maggio 2017.

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