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15 Maggio Mag 2017 1903 15 maggio 2017

Crotone, il prete che riciclava in Svizzera i soldi per i migranti

Colluso col clan Arena e i carabinieri. Capace di manovrare 32 milioni. Distorcendoli dalla gestione del centro accoglienza per i profughi. Storia di don Edoardo Scordio, definito dai pm «un vero 'ndranghetista».

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«Un vero 'ndranghetista». Nelle 2.130 pagine di ordinanza di custodia cautelare sugli affari del clan Arena con la Misericordia dell'Isola di Capo Rizzuto emerge la figura di Don Edoardo Scordio. E, stando alle indagini coordinate dal procuratore Nicola Gratteri nell'operazione Jonny, non si tratterebbe di un semplice parroco di paese, bensì di un boss della 'ndrangheta, capace di gestire un ingente flusso di denaro - quasi 32 milioni di euro sui 100 stanziati da parte del ministero dell'Interno dal 2006 - per uno dei centri di accoglienza per richiedenti asilo tra i più grandi di Europa, con una disponibilità di 1.216 posti.

MANCAVA UNA ANALISI DEI CONTI. Scordio, molto amato dalla comunità locale, è accusato di associazione mafiosa, diversi reati finanziari e altri con finalità mafiose. Insieme con lui è finito in carcere Leonardo Sacco, gestore del centro, con importanti entrature politiche. Gli inquirenti hanno ricostruito nel dettaglio il flusso di denaro negli ultimi 10 anni, evidenziando le uscite particolari e soprattutto la mancanza di un'analisi dei conti da parte della prefettura di Crotone.

«VENIVA DATO CIBO PER MAIALI». Grattieri ha spiegato: «Dieci anni di malaffare nel corso dei quali è stato gestito in modo mafioso dalla famiglia Arena. Una gestione che ha portato uno spaccato certe volte raccapricciante. Umanamente spiace vedere filmati e ascoltare intercettazioni ambientali dalle quali si evince che il cibo non bastava per tutti e spesso era quello che solitamente si dà ai maiali».

IL VESCOVO DI CROTONE TEMPOREGGIA. Scordio vantava collusioni con i carabinieri locali, si serviva della 'ndrangheta, ma soprattutto evitava di invitare il clan Arena alle processioni per non destare troppe attenzioni. Monsignor Domenico Graziani, vescovo di Crotone, ha detto a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane: «Attendo le procedure giudiziarie per parlare di corruzione. Siamo vivamente interessati che i servitori della giustizia ci diano la serenità di un giudizio che ci consenta di camminare con più tranquillità. Ho fiducia nell'autorità giudiziaria e spero che mi aiuti a trovare uno spiraglio di luce».

Il Misericordia come bancomat della mafia: 9 milioni ai clan o ad altre finalità

Quello che desta stupore leggendo le carte è l'inclinazione criminale nella gestione della Misericordia, considerato dagli inquirenti un «bancomat della mafia», come ha spiegato il comandante del Ros Giuseppe Governale. Perché buona parte di quei 9 milioni di euro invece che andare nell'assistenza ai migranti finivano al clan Arena o per altre finalità.

«VITA AGIATA DEI NIPOTI DEL DON». Soprattutto finivano nelle tasche di Don Edoardo per «assistenza spirituale», ma che spesso «servivano alla vita agiata dei nipoti di Scordio». Si parla di svariati milioni di euro. È il pentito Santo Miriachi a parlare del parroco raccontando dei suoi incontri con un membro del clan, Paolo Lentini, che «qualificava don Edoardo come “un uomo nostro”» e spiegando soprattutto che i pasti per gli immigrati, ossia la prestazione dei subfornitori, venivano fatturati «fittiziamente».

«C'ERA PERSONALE COMPIACENTE». In sostanza nel campo «vi era personale compiacente che non segnalava l’effettiva presenza dei profughi all’interno». E Scordio, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, pagava in denaro l’omesso controllo sui migranti.

Soldi in Svizzera al fratello: così il prete riciclava tutto

Non solo. Scordio sarebbe stato così potente da riciclare, grazie al fratello, i soldi in Svizzera. A rivelarlo è stato il pentito Giuseppe Giglio: «Il prete della Misericordia ha un fratello che vive in Svizzera [...] mi hanno detto che dalla Misericordia sono “usciti” molti capitali per contanti che sono stati consegnati al fratello del prete, che a sua volta li ha depositati in conti svizzeri».

ERA AGGIORNATO SULLE INDAGINI. Sul riciclo di denaro all'estero ci sarebbero però altre conferme, da indagini di quasi 10 anni prima, dove già alcuni pentiti descrivevano Scordio come un imprenditore mafioso. Ma soprattutto vantava entrature all'interno dell'arma dei carabinieri, così da essere costantemente aggiornato sullo stato delle indagini che potevano riguardarlo.

RICORDATO COME INTEGERRIMO... E ancora: stava persino attento durante le processioni religiose a non commettere errori, facendo sfilare appartenenti alle cosche. Un uomo potentissimo, un mammasantissima che viene ricordato sull'isola come una persona integerrima, spesso impegnato proprio contro la violenza della mafia che per tanti anni aveva imperversato. Ma la 'ndrangheta c'era ancora.

Collusione coi carabinieri locali: ascoltava le registrazioni in cui si parlava di lui

Il comandante del Ros ha aggiunto: «Edoardo Scordio è un parroco di provincia antitesi di quello che il Santo padre descrive come uno dei più grandi pericoli della Chiesa. Che, ha detto il papa, ha bisogno di persone con una sola vita, di servire il prossimo e le persone in difficoltà. In questo caso questo parroco ha dato indicazione di una doppia vita, di una vita al servizio di chi per tanti anni, per troppo tempo, ha messo sotto i propri piedi la gente di questa terra».

EVITAVA CONTATTI ALLE PROCESSIONI. Sono emersi altri particolari inquietanti. Scordio poteva contare sulla «collusione dei militari dell’arma dei carabinieri che», si legge, «non solo lo hanno informato delle indagini, ma addirittura gli hanno fatto ascoltare alcune registrazioni, in cui si sparlava di lui». Infine, se da un lato il prete «si serviva degli 'ndranghetisti per ottenere favori e utilità, dall’altro preferiva evitare contatti visibili fra di loro, che, anche il portare la croce durante una processione, avrebbe potuto disvelare».

LEGGEVA ARTICOLI SULLE INFILTRAZIONI. Del resto, in una conversazione tra due indagati, si parlava appunto della processione e uno dei due «mostrava di conoscere alcune circostanze dell’accaduto, dicendo che, siccome erano usciti sui giornali diversi articoli sulle commistioni fra 'ndrangheta e processioni religiose, a Raffaele era stato detto di evitare la partecipazione di membri della famiglia Arena in ruoli chiave della processione, onde evitare polemiche e attenzioni».

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