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15 Maggio Mag 2017 1144 15 maggio 2017

Omicidio di Emmanuel, Fermo riabbraccia il 'suo' Amedeo Mancini

L'uomo che quasi un anno fa causò la morte del 37enne nigeriano è libero. La città si stringe attorno a lui, sindaco incluso. E qualcuno si chiede «chi lo risarcirà». Mentre le responsabilità si spostano sulla vittima.

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da Fermo

«Doveva andare così», dicono a Fermo. Specialmente adesso che la città ha finalmente ottenuto la promozione calcistica in Lega Pro che le spettava. Doveva andare così, senza ombra di ironia, viceversa con assoluta convinzione. E un pizzico di amarezza: «Sì, ma adesso chi lo risarcisce, questo figlio nostro, questo fratello, amico, ultras, camerata?». E il figlio, fratello, eccetera è Amedeo Mancini, che da venerdì 12 maggio è un uomo completamente libero: il gip Maria Grazia Leopardi, considerando la buona condotta mantenuta dallo scorso ottobre, gli ha revocato la misura residua degli arresti domiciliari, cui era sottoposto in conseguenza del patteggiamento a quattro anni per omicidio preterintenzionale.

«LO DEVE FA'». Mancini è appunto il capo ultrà che, meno di un anno fa, aveva abbattuto con un violentissimo pugno in piena faccia Emmanuel Chidi Nnamdi, 37enne nigeriano, al culmine di una lite da strada. Non voleva, ha sempre sostenuto. Ma un attimo prima aveva apostrofato lui e soprattutto la moglie, Chiniery, come «scimmie africane» mentre la coppia gli passava davanti, in un viale poco distante dalla piazza centrale, facendosi i fatti suoi; alle reazioni del giovane, che intendeva difendere la compagna, era scattato il pugno del pugile dilettante, il quarantenne con quattro Daspo e diversi precedenti per resistenza a pubblico ufficiale, uno del quale a Fermo, con simpatia, dicono: «Lo deve fa'». Lo deve fare, deve picchiare, come per un istinto naturale.

Dopo il fattaccio, a Fermo era successo di tutto, puntualmente in favore del “figlio” oppresso e vilipeso: supertestimoni che vedevano orde di nigeriani “mafiosi” a sciamare sul luogo della rissa (poi dissoltisi misteriosamente); telecamere chissà come fuori uso; rabbiose reazioni della città contro gli intrusi; raccolte di soldi per l'imputato, nel frattempo finito in carcere (ci sarebbe rimasto un po' meno di 4 mesi, ed è questa la faccenda che ai fermani non è mai andata giù: non lo meritava, lui è la vera, unica vittima); canzoncine rap su youtube; stendardi, poster, bandiere col Mancini gladiatore.

SOLIDARIETÀ TRASVERSALE. Un vasto movimento cittadino sui social e nelle botteghe avvertiva: io sto con Amedeo; le intimidazioni per i pochi che non sposavano la vulgata assolutoria; l'odio per don Vinicio Albanesi, immediatamente degradato da santo a santone, il sacerdote che aveva aggregato alla Comunità di Capodarco la coppia di nigeriani già scampata alle torture di Boko Haram, il prete reo di aver parlato di razzismo e di poca attenzione per le vittime; un atteggiamento di aperta solidarietà da parte dei media locali, praticamente al completo e con qualche esempio da radiazione, se un Ordine ci fosse, per l'omicida; curiosi personaggi che, già che c'erano, ne approfittavano per mettersi in mostra, per appuntarsi titoli professionali che non avevano, che cercavano con ogni evidenza i media.

Lentamente, costantemente, lo spostamento della responsabilità sul morto, che, alla innocente provocazione, così come riassunta dal fratello di Mancini - «Amedeo è un buontempone, lui tira noccioline ai negri» –, aveva reagito con una provocazione questa sì intollerabile, aveva osato sfidare, lui, ospite, africano, non fermano, l'orgoglio dell'altro facendoglisi sotto con un palo raccattato da terra col quale aveva «massacrato Amedeo, mentre la nigeriana si faceva a calci sotto come una furia»: c'erano almeno 50 testimoni a poter giurare su questa ricostruzione subito adottata da tutta la città. Poco importava se di quei 50 nessuno poi ne era rimasto, se gli stessi vigili avevano visto niente, se i supertestimoni si sgonfiavano (“Andate via, ma cosa volete da me”, dopo avere rilasciato interviste più di Obama), se Mancini non aveva fatto subito un giorno di prognosi, se fisicamente tra lui e Emmanuel c'era un abisso di stazza, se la ragazza calzava un paio di ballerine, se della “mafia nigeriana” a Fermo nessuno aveva mai visto l'ombra, se...

ANCHE IL SINDACO SI SCHIERA. Perfino il sindaco, mentre le polemiche infuriavano, s'era fatto un dovere di dichiarare che, fermo restando lo sconcerto per Emmanuel, «la città sta tutta con Amedeo». E che l'ultrà in qualche modo vicino a Forza Nuova fosse finito in carcere, no, proprio non poteva essere accettato da nessuno. Ma adesso è finita. Il patteggiamento per omicidio preterintenzionale, lo scorso autunno, aveva considerato non la legittima difesa, ma l'aggravante razziale sì, benché controbilanciata dall'attenuante della provocazione: insomma era stato Emmanuel a cominciare, brandendo il palo stradale, circostanza rilevata anche di recente dai difensori di Mancini, che sono tornati a rimarcare le dichiarazioni non coerenti della moglie Chiniery (nel frattempo indotta, per il suo stesso bene, a lasciare la città).

Ma il palo, sul quale i difensori, comprensibilmente, hanno puntato fin dall'inizio, è una strategia: non risultavano le impronte della vittima, c'erano quelle dell'aggressore, ma quest'ultimo aveva un livido su un fianco, eccetera. Una questione di lana caprina. Qui c'è uno che, dopo una vita di soprusi e un insulto mortificante di troppo, anche perché del tutto gratuito, non lo ha accettato e per questo si è ribellato, ha preso un pugno terribile, è caduto a terra ed è morto, e c'è un altro che lo ha sferrato, dopo avere chiamato «scimmie» il suo bersaglio e la moglie, e che poi ballava su quel corpo steso a terra: «Come lo so' preso bene, lo so' allungato», diceva a un compare (subito sparito dal radar). E già Emmanuel non c'era più.

UN CITTADINO DA RIABILITARE. Per farla corta, da venerdì Amedeo Mancini non ha più il vincolo degli arresti domiciliari quando non svolge lavori agricoli, è semplicemente tenuto all'obbligo di firma dai carabinieri in attesa della sentenza della Cassazione, che il prossimo 28 novembre dovrà pronunciarsi proprio sulla faccenda della aggravante razziale contrapposta alla provocazione. Dopodiché chiederà verosimilmente di “scontare” il resto dei quattro anni in affidamento sociale. Chissà, potrebbe anche svolgerlo nella stessa Comunità di Capodarco che aveva adottato informalmente la sua vittima, così il cerchio pietistico della redenzione sarebbe mirabile e completo. Per il momento, c'è il riconoscimento della buona condotta, e c'è, se così si può chiamare, il sollievo di una città che comunque non rinuncia a sprazzi polemici: «Visto? Se non era innocente mica stava fuori. E deve essere riabilitato. Via quella condanna». E molti gli dedicano la promozione della Fermana Calcio.

Ma non proprio tutti sono d'accordo. C'è un nucleo di istituzioni e associazioni che, a caldo, ha mandato un comunicato, firmato da Comitato “5 Luglio” – Fermo, Associazione Casa Comune, Cgil, Anpi, Fiom, Sprar-progetti Fermo-Porto San Giorgio: «Non commentiamo», si legge tra l'altro, «le decisioni della Magistratura (anche perché, a volte, si commentano da sole). Ci limitiamo a registrare i fatti: un uomo condannato per omicidio – con aggravante razziale –a quattro anni di detenzione, dopo 10 mesi dal reato è libero; Emmanuel Chidi Nnamdi è morto, e il suo omicida è libero. Non siamo giustizialisti, né nutriamo alcuna forma d’odio verso il “condannato” (semmai combattiamo duramente la sottocultura di cui è imbottito); ma ci chiediamo quale sia il valore di quella vita umana, stroncata dopo essere stata insultata».

QUALE MESSAGGIO ARRIVA? «Ci chiediamo», si legge ancora, «quale sia il messaggio che arriva ai più giovani da questa vicenda; ci preoccupiamo non di Mancini, ma dei possibili Mancini di domani. Ci chiediamo, infine, come sarebbe andata tutta questa vicenda (dentro e, soprattutto, fuori dalle aule di tribunale) se il morto fosse stato bianco (...)». Forse il comunicato, nella sua enfasi retorica è un po' impreciso: a ruoli invertiti, se cioè la vittima fosse stata non tanto bianca, ma fermana, l'unica legge che probabilmente la città avrebbe accettato sarebbe stata quella del taglione, come in un fumetto di Tex Willer.

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