SIKH
16 Maggio Mag 2017 1106 16 maggio 2017

Lama sacra no, lavoro in nero sì: la dura vita dei sikh alle prese coi valori italiani

La sentenza della Cassazione fa discutere. Eppure in Italia sono ancora tanti i migranti sfruttati. Anche se la Costituzione parla chiaro: il lavoro è una pietra fondante della nostra democrazia.

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«La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto e non è tollerabile che l'attaccamento ai propri valori porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». Respingendo il ricorso di Jatinder S., sikh 32enne multato per essere uscito di casa col Kirpan, il coltello sacro della sua religione, la Cassazione ha messo un punto fermo: gli immigrati hanno l'obbligo di rispettare i valori italiani.

I VALORI DIMENTICATI. Ma quali sono i "nostri" valori? Quelli espressi dalla Costituzione «più bella del mondo» verrebbe da rispondere. La Cassazione spiega: «Se l'integrazione non impone l'abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell'art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante». Bene. Appena sopra, però, all'articolo 1 la Carta stabilisce che «l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Che il lavoro sia centrale nella nostra scala valoriale è ribadito anche all'articolo 36: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

«PER LAVORARE HO TOLTO IL TURBANTE». Rajinder ha 42 anni ed è in Italia da 10. Lavora come bracciante a Latina. Lui però l'obbligo di rispettare i nostri valori proprio non riesce a rispettarlo. «Io sono sikh ma non porto il turbante perché il padrone non vuole», ha raccontato nel 2015 a Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scentifico dell'associazione In Migrazione. «Dice di tagliarmi anche la barba. Perché non lo so, a lui non piace così. (...) Il lavoro per me è importante, senza soldi come mangiamo io e mia famiglia? Allora ho tagliato la barba e tolto il turbante, ma io no mi sento bene così, ho pianto tanto. (...) Il mio padrone mi deve 4.000 euro. Credo non li vedrò più e ho bisogno di soldi. Non sono contento dell’Italia. (...) Qui a Latina lavoro in una cooperativa vicino Sabaudia, il lavoro è troppo duro e i soldi sono troppo pochi. Arrivo la sera stanco, prego, mangio poco e poi dormo perché sono stanco».

«DUE TRE MESI SENZA STIPENDIO NON È VITA». Anche Hardeep, 30 anni, sikh e residente in Italia da 7 non conosce né rispetta i nostri valori. «Da contratto io ho 8 euro, ma padrone mi dà 3 o 4 euro», ha raccontato sempre a Omizzolo che ha raccolto le testimonianze dei "nuovi schiavi" dell'Agropontino nel dossier Punjab, fotografia di una comunità migrante invisibile, «dipende da come vuole lui. Come è possibile così vivere? (...) Io sono un bravo lavoratore, sempre zitto, mai problemi. Io non faccio come gli italiani che quando lavorano troppo, lasciano tutto e vanno via. Io sto sempre zitto e lavoro ma mai soldi, come è possibile? Sono stanco: due, tre, cinque mesi senza stipendio, non è vita così. (...)».

Il caporalato in agricoltura genera un business stimato intorno ai 10 miliardi di euro.

E poi c'è anche Sukirat, 30 anni, da due in Italia. «Il mio ex padrone è un ladro. Volevo la carta identità perché ho sempre problemi con i Carabinieri senza. Lui mi ha chiesto 800 euro per fare la carta identità, lo stipendio di un mese. Ho dato i soldi ma poi niente carta di identità. Sono rimasto senza soldi per un mese e non ho avuto la carta d’Identità. No è possibile questo, non è giusto. Io lavorato tanto, pago l’affitto di casa, mando soldi alla famiglia in Punjab. (...) Sono un lavoratore bravo, mai creato un problema. La carta identità è importante per me».

L'INFERNO DELL'AGRO PONTINO. Nell'Agro pontino lavorano circa 12 mila braccianti regolari con buste paga però da 4, 5 ore al giorno. Altre stime parlano di 25 mila lavoratori, molti dei quali in nero, sfruttati e sottopagati. Percepiscono 3,5 euro l'ora contro i 9 che imporrebbe il contratto nazionale. Spesso, per sopportare il dolore e la fatica, arrivano a doparsi con antidoloriofici e droghe. Un inferno sulla terra che non tutti riescono a sopportare. Come Singh, 24 anni, che a fine marzo 2016 si è tolto la vita a Fondi, impiccandosi a una antenna della tivù. L'anno prima, la stessa disperazione aveva ucciso un altro bracciante indiano che ha deciso di farla finita nella serra di Sabaudia dove lavorava. «Dopo lo sciopero del 18 aprile 2016», spiega a L43 Omizzolo, «i braccianti con coraggio hanno cominciato a collaborare con le Forze dell'ordine e con la nostra associazione. Ma la situazione nelle campagne non è cambiata di molto. In alcuni casi i datori di lavoro hanno aumentato la paga di un euro o due arrivando a 4,50. La metà di quello previsto dal contratto».

IL SOMMERSO CREA 12,7 MLD DI RICCHEZZA L'ANNO. Sikh, senegalesi, maliani non c'è differenza. A Latina, Nardò, Rosarno, Rignano garganico, nella piana di Siracusa ogni giorno i "valori" vengono calpestati e ignorati. La piaga del lavoro nero e dello sfruttamento cresce rigogliosa nei campi di tutta Italia, ma anche nei nostri cantieri e nelle nostre case. In barba a Costituzione, Codice penale e pure alla recente legge anti-caporalato. A voler liquidare il problema solo dal punto di vista economico, il sommerso vale il 13% del Pil, percentuale che nel comparto agricolo arriva al 18%. A "non rispettare" i nostri valori, oltre a Jatinder, sono circa 558 mila lavoratori stranieri non in regola, il 20% degli occupati. Secondo le stime fornite dalla Fondazione Leonardo Moressa nel settembre 2016, questi lavoratori avrebbero prodotto una ricchezza di 12,7 miliardi di euro l'anno (un punto del Pil), il che equivale a un mancato gettito nelle casse dello Stato di 5,5 miliardi.

EVASIONE E CONTRIBUZIONE. Se nel nostro Paese l'evasione fiscale contributiva si aggira sui 110 miliardi l'anno, cresce però il numero di cittadini nati all'estero che pagano le tasse. Stando alle dichiarazioni dei redditi 2016, gli stranieri che hanno versato l'Irpef sono stati 2,3 milioni per un gettito di 7,2 miliardi: un aumento del 6,4% rispetto al 2015. Speriamo che almeno loro non si integrino troppo.

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