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19 Maggio Mag 2017 1845 19 maggio 2017

Danilo Tipo: «Ho sbagliato, ma non sono un avvocato di mafia»

Al processo Nolostand in aula il legale arrestato a luglio 2016. Ha perso tutto. «È stato un errore trasportare in macchina 295 mila euro. Avevo divorziato e dovevo rientrare di un debito». La storia.

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«Quel 23 ottobre del 2015 ho sbagliato, ma non sono un avvocato di mafia». Fino al 2016 Danilo Tipo era un principe del foro di Caltanissetta, legale con uno studio da 250 clienti e presidente della Camera penale nissena. A poco più di 50 anni aveva già seguito i grandi processi di mafia degli Anni 90 («ho avuto udienze con Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca»), stimato e temuto dai colleghi. Poi quel 23 ottobre è finito tutto.

«STO RICOMINCIANDO A VIVERE». «Ho perso ogni cosa: la mia vita professionale, economica. È stata una lenta discesa, ora non ho più niente, ma sto ricominciando a vivere». Al processo Nolostand, sulle infiltrazioni mafiose in Fiera Milano, scaturito da una operazione durante l'estate 2016 della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Ilda Boccassini, è andata in scena la testimonianza di quello che le indagini avevano già definito «un avvocato della mafia».

I contanti nella sua Fiat 500? All'epoca si difese dicendo che erano parcelle in nero dei suoi clienti. E così fece persino durante il primo interrogatorio

Tipo fu arrestato mercoledì 6 luglio 2016 per riciclaggio con aggravante mafiosa. Le forze dell'ordine che seguivano il suo cliente Liborio Pace avevano trovato nella sua Fiat 500 circa 295 mila euro. Lui all'epoca si difese dicendo che erano parcelle in nero dei suoi clienti. E così fece persino durante il primo interrogatorio davanti al gip di Milano Maria Cristina Mannocci. «Sì, ho avuto delle reticenze, ma ora sto dicendo tutta la verità. Non sono un avvocato di mafia».

«FU CASUALE L'INCONTRO CON PACE». Tipo rispose alle domande del procuratore e della difesa. Parlò di problemi famigliari, ma soprattutto ha cercato di spiegare alla corte che su quei soldi del suo assistito non sapeva ci fosse stato un decreto di sequestro da parte della Guardia di finanza. Anzi. Ha raccontato che quel 23 ottobre l'incontro con Pace era stato del tutto casuale. Perché era salito al Nord per avviare un nuovo studio legale in città. Poi però l'errore di nascondere quei soldi.

«DOVEVO PAGARE LA MIA EX MOGLIE». Perché? Tipo ha spiegato al pm Paolo Storari i motivi di quel comportamento e del trasporto del denaro che nella tesi della procura serviva per ingrassare le casse delle cosche siciliane. «Avevo appena divorziato e dovevo rientrare di un debito di 200 mila euro», ha detto l’ex avvocato, «così per averli da Pace che me li aveva promessi accetto di trasportare quel denaro. Nella follia di quel momento pensavo che così facendo avrei vincolato lo stesso Pace al pagamento della somma per il piacere ottenuto. Volevo che questo signore», concluse indicando l’imprenditore Liborio Pace, «si sentisse obbligato a darmi i soldi. Che mi servivano a onorare i debiti e far fronte alle richieste della mia ex moglie».

A chi serviva quel denaro? Una pista che si apre potrebbe essere quella legata alla latitanza di Matteo Messina Denaro e alle risorse necessarie per sostenerla

Denaro che, secondo Tipo, doveva arrivare al padre di Pace in quel di Pietraperzia. Tuttavia che quel denaro fosse diretto proprio a casa di Pace senior non è così scontato, tanto che il pm il 19 maggio 2017 ha depositato una serie di intercettazioni «irrilevanti e non trascritte» di alcune conversazioni tra lo stesso Pace e i genitori in cui non si fa mai menzione di quel carico di denaro contante.

MAFRICI, UOMO CHIAVE DI FIERA MILANO. Una pista che si apre potrebbe essere dunque ancora una volta quella legata alla latitanza di Matteo Messina Denaro e alle risorse necessarie per sostenerla. Si fa strada l’ipotesi che quel denaro potesse in realtà arrivare a persone molto più vicine alla "primula rossa" di Cosa nostra e agli uomini cerniera seguiti da vicino dagli investigatori di Milano e Palermo. Il pm Storari in aula ha fatto riferimento all’imprenditore delle grandi opere svizzere Antonio Giuliano Mafrici, che in una delle intercettazioni agli atti viene individuato dagli imprenditori a processo come «Quello che ci ha fatto entrare in Fiera (Fiera Milano, ndr)».

Pace non era un mio amico, era un mio cliente. Lui come gli altri 250. E in questo processo non ho contatti personali con nessuno dei coinvolti

L'EX AVVOCATO DANILO TIPO

«Ho sbagliato, lo ammetto». L'avvocato che partecipò ai processi per la strage di Capaci dove morì Giovanni Falcone ricorda di aver avuto diversi clienti che poi sono diventati collaboratori di giustizia e di aver difeso in aula anche appartenenti alle forze dell’ordine. Non solo. Ricorda che 10 anni fa aiutò la questura di Caltanissetta con un suo cliente per dirimere un caso di omicidio. «Lo stesso Pace», ammette, «non era un mio amico, era un mio cliente. Lui come gli altri 250. E in questo processo non ho contatti personali con nessuno dei coinvolti».

UN'ORA DI LIBERTÀ PER LA SPESA. Ora è ancora ai domiciliari. Vive da solo. Non ha parenti. Anche gli amici gli hanno voltato le spalle. Ha chiesto il permesso di un'ora di libertà per andare a fare la spesa al supermercato. Permesso accordato dal collegio giudicante della sesta sezione penale del tribunale di Milano.

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