Riina
5 Giugno Giu 2017 1551 05 giugno 2017

Mafia, la Cassazione: «Riina ha diritto a una morte dignitosa»

La Corte: «Il Tribunale di sorveglianza di Bologna riesamini la richiesta di scarcerazione». L'ex capo di Cosa Nostra ha 86 anni ed è in galera dal 1993. Cosa prevede il codice penale. Il precedente di Provenzano.

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Il «diritto a morire dignitosamente» va assicurato a ogni detenuto, anche a Totò Riina. E va verificato se il boss possa ancora considerarsi pericoloso, vista l'età avanzata e le sue gravi condizioni di salute. La Cassazione ha aperto così alla scarcerazione dell'ex capo di Cosa Nostra, in galera dal 1993 e condannato a 16 ergastoli. Riina oggi ha 86 anni ed è affetto da gravi patologie. Sulla base delle indicazioni della Corte, il Tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà tornare a decidere sulla richiesta presentata dalla difesa, finora respinta (leggi anche: L'ex legale di Provenzano: «Neanche Riina è pericoloso per sempre»).

RICHIESTA RESPINTA NEL 2016. L'avvocato di Riina aveva chiesto per il suo assistito il differimento della pena oppure la detenzione domiciliare. L'istanza è stata respinta nel 2016 dal Tribunale di sorveglianza. Ma il giudice, secondo la Cassazione, non avrebbe fatto emergere in che modo sia giunto a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena il mantenimento in carcere di Riina «in luogo della detenzione domiciliare», a fronte del «complessivo stato morboso del detenuto» e delle sue «condizioni generali di scadimento fisico».

CARCERE NON INCOMPATIBILE PER IL TRIBUNALE. Il Tribunale di sorveglianza non ha ritenuto che vi fosse incompatibilità tra le malattie di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e che, quando necessario, il boss è stato ricoverato all'ospedale di Parma. Secondo la Cassazione, tuttavia, è necessario verificare e motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza e un'afflizione» tali da andare oltre «la legittima esecuzione della pena».

LE MALATTIE DELL'EX CAPO DEI CAPI. Riina è affetto da una «duplice neoplasia renale», ha una «situazione neurologica altamente compromessa» ed è «esposto in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili». La Cassazione, quindi, ha ritenuto di dover dissentire rispetto alla decisione del Tribunale, «dovendosi al contrario affermare l'esistenza del diritto a morire dignitosamente». In altre parole, ferme restando «l'altissima pericolosità» e l'indiscusso «spessore criminale» di Riina, il Tribunale non avrebbe chiarito come tale pericolosità «possa e debba considerarsi attuale, in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute» dell'ex capo dei capi.

I DUE ARTICOLI DI RIFERIMENTO NEL CODICE PENALE. Alla base di tutte le agevolazioni giuridiche riservate ai condannati malati ci sono due articoli del codice penale: il 146 e il 147. L'articolo 146 prevede il «rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena» quando il condannato è affetto da Aids, da grave deficienza immunitaria o da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione. L’incompatibilità si verifica quando la persona è in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o di quello esterno, ai trattamenti terapeutici praticati in carcere. L’articolo 147, invece, prevede il «rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena» per «chi si trova in condizioni di grave infermità fisica». Il concetto di «grave infermità fisica» non viene però specificato dal codice e occorre quindi fare riferimento alla giurisprudenza.

IL PRECEDENTE DI PROVENZANO. Per l'uomo che prese il posto di Totò Riina, Bernardo Provenzano, simili agevolazioni non sono mai state concesse. Due istanze di revoca del carcere duro e tre di sospensione dell'esecuzione della pena sono state sempre respinte dai giudici di Bologna e da quelli di Milano. L'ultimo no è arrivato tre giorni prima della morte del boss, deceduto il 13 luglio 2016. Il Tribunale di sorveglianza di Milano, pur riconoscendo le gravissime condizioni di salute del detenuto e l'assenza di pericolosità, con una decisione poi confermata dalla Cassazione ha sostenuto infatti che il capomafia dovesse rimanere in carcere. Per i magistrati, anzi, la struttura ospedaliera in cui era detenuto assicurava al padrino cure che all'esterno non avrebbe potuto ricevere.

I parenti delle vittime di via dei Georgofili: «Siamo basiti»

Il pronunciamento della Cassazione ha suscitato reazioni di segno opposto. «Siamo a dir poco basiti», ha detto Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, «aspettiamo fiduciosi il pronunciamento del Tribunale di sorveglianza di Bologna, un giudice ci sarà pure in questo Paese». A giudizio dell'associazione la dignità e l'umanità invocate dalla Corte «per il macellaio» Riina «possono essere esercitate tranquillamente all'infermeria del carcere o in un ospedale attrezzato per il 41 bis. Si può morire dignitosamente ovunque nelle mani dello Stato, tranne in via dei Georgofili come è avvenuto il 27 maggio 1993 per Dario, Nadia, Caterina, Angela, Fabrizio e quanti ancora oggi spesso non possono condurre la vita che gli resta dignitosamente».

ANTIGONE: «SENTENZA IMPORTANTE». L'associazione Antigone, che si batte per i diritti dei detenuti, ha accolto invece con favore la pronuncia della Corte: «È una sentenza molto importante poiché pone il tema della dignità umana e di come essa vada preservata anche per chi ha compiuto i reati più gravi e, di conseguenza, come la pena carceraria non possa e non debba mai trasformarsi in una sofferenza atroce e irreversibile, ha dichiarato il presidente, Patrizio Gonnella.

I PENALISTI: «DECISIONE CORRETTA». Positivo anche il commento dell'Unione delle Camere penali, che riunisce gli avvocati penalisti: «Una decisione importante e corretta, attesa da tempo. Rimarca come anche i detenuti, compresi quelli che hanno commesso gravi reati, hanno diritto a una morte dignitosa», ha detto il presidente Beniamino Migliucci. La sentenza della Cassazione «traccia in maniera chiara i limiti della pena, se non c'è pericolosità non si può trattare diversamente un essere umano, altrimenti la pena si trasforma in vendetta».

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