San Giovanni Bosco
5 Giugno Giu 2017 1324 05 giugno 2017

Reliquie rubate e venerate: storia di un culto che sopravvive

Il frammento di cervello di San Giovanni Bosco rubato, il precedente del sangue di papa Wojtyla, le ombre di satanismo. La devozione verso i resti dei santi è attestata fin dal II secolo. E dura ancora oggi.

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Ragazzata, satanismo o furto su commissione? Nessuna pista viene esclusa dai pm di Asti che si occupano del furto di un frammento di cervello di San Giovanni Bosco. E non c’è chi non si sia chiesto come sia possibile, in una società pienamente laicizzata, tanta attenzione, nel bene e nel male, per le reliquie, al centro delle cronache anche in tempi recenti: la reliquia di Sant’Antonio trafugata nel 1991, il sangue di Wojtyla rubato nel 2014.

DILAGANTE RELIGIOSITÀ POPOLARE. La venerazione delle reliquie dei santi è attestata fin dal II secolo: una lettera testimonia che i cristiani di Smirne avevano raccolto le ossa del vescovo Policarpo martirizzato. Da allora questo aspetto del cristianesimo, che gli storici definiscono religiosità popolare, ha conosciuto una diffusione instancabile. E va detto che non bisognò attendere le Riforme o l’illuminismo per criticare il culto delle reliquie, osteggiato da subito da chi, come Vigilanzio, prete delle Gallie, condannava la venerazione di oggetti inanimati, in particolare quella dei corpi di Pietro e Paolo grazie ai quali Roma fu riconosciuta centro della cristianità come ricordava domenica Vittorio Messori in un intervento sul tema pubblicato dal Corriere della sera. Quello di Vigilanzio non fu un caso isolato, al punto che ci si preoccupò di dare fondamento teologico al culto delle reliquie.

TRA ANIME DEI SANTI E MIRACOLI. Ecco allora che Sant’Agostino giustifica l’omaggio religioso alle reliquie per «associarsi ai meriti dei martiri sì da assicurarsi la loro intercessione attraverso la preghiera». Le Chiese cristiane d’Oriente andarono oltre, attribuendo alle reliquie poteri miracolosi. Fu Tommaso D’Aquino, nel XIII secolo, a dare sistematicità al dibattito, enucleando tre motivi per i quali le reliquie dovevano essere oggetto di culto: erano il ricordo fisico dei santi; hanno di per sé valore in quanto connesse con l’anima dei santi; operando miracoli presso le tombe dei santi stessi Dio dimostra di volerne la venerazione.

La reliquia di San Giovanni Bosco, in una immagine di repertorio.

All’inizio non si affermò il culto delle reliquie vere e proprie ma quello dei brandea, cioè oggetti che erano stati in contatto con il santo o con la sua tomba. Gregorio Magno portava al collo, per esempio, un piccolo crocifisso contenente limatura delle catene di San Pietro. Presto i brandea non poterono più competere con i corpi dei santi: risale al 415 la scoperta del corpo di Santo Stefano, primo martire cristiano.

IL PROBLEMA DELL'AUTENTICITÀ. Il problema consisteva nel fatto che spesso queste scoperte venivano legittimate perché si voleva fossero ispirate da visioni o sogni: ma come era possibile stabilirne l’autenticità? Questa condizione di anarchia creò non pochi problemi durante tutto il Medioevo. Così durante la I Crociata le truppe credettero che l’eremita Pietro Bartolomeo avesse davvero rinvenuto la Santa Lancia ad Antiochia, ma contro di lui si scagliò il vescovo di Le Puy Ademaro. Insomma la Chiesa ufficiale predicava contro le “vacue rivelazioni” sulle reliquie mentre il popolo si appassionava sempre più al culto dei santi e dei loro resti.

Il mercanteggiare sulla fede era favorito anche dal fatto che i sovrani ricercavano le preziose reliquie con tutti i mezzi possibili soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli

Con la diffusione, a partire dal IV secolo, della credenza secondo la quale le reliquie fossero necessarie per la consacrazione di una chiesa, si diede vita a un commercio non dissimile da quello dei mercanti d’arte. Un mercanteggiare sulla fede favorito anche dal fatto che i sovrani non disdegnavano certo le collezioni di preziose reliquie, anzi le ricercavano con tutti i mezzi possibili soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli (1204) e la dispersione della collezione di reliquie degli imperatori bizantini.

I RESTI ERANO SIMBOLO DI PRESTIGIO. Tutti volevano appropriarsene - vescovi, re e principi - per garantirsi prestigio e autorità. Ciò spiega perché Luigi IX di Francia volle arricchire la Sainte Chapelle con una serie prodigiosa di reliquie: la corona di spine, una parte della vera Croce, un pezzo della Santa Lancia, frammenti del mantello purpureo di Cristo.

Le reliquie di San Giovanni Bosco, il sacerdote dei giovani, a New Delhi nell'ambito di un tour mondiale.

Il traffico di reliquie, che assume a partire dall’XI secolo proporzioni allarmanti, fu condannato come «sacrilegio e simonia» dal quarto concilio lateranense. Ciò non impedì, come racconta la storico Jonathan Sumption, all’imperatore latino di Costantinopoli, Baldovino, di dare in pegno ai veneziani la corona di spine al fine di ottenere i soldi per preparare una campagna militare contro i Bulgari.

IL FURTO? UN MALE CHE NON NUOCE. Ma poiché molti mercanti non erano affidabili, si ritenne doveroso affidarsi al “pio furto” per ottenere reliquie autentiche: una pratica cui si deve la realizzazione di grandi chiese poi meta di pellegrinaggi: Santa Fede a Conques, San Nicola a Bari e San Marco a Venezia, San Benedetto a Fleury. Com’era possibile giustificare il furto del corpo di un santo? Semplice. Come fa Niceforo raccontando il celebre furto del corpo di San Nicola: non è male la frode che non nuoce a nessuno. Soprattutto se è il santo, operando miracoli dopo la traslazione, a dimostrare che il nuovo culto gli si addice più del precedente.

Nel 1087 un gruppo di mercanti baresi organizzò il trafugamento del corpo di San Nicola: in 47 si presentarono armati di tutto punto al monastero

Il furto del corpo di San Nicola fu uno dei più clamorosi: il santo era vescovo di Mira (ai suoi miracoli si collega anche la leggenda di Babbo Natale) e lì era sepolto, ma la città si era progressivamente spopolata dopo il crollo del potere bizantino. Nel 1087 un gruppo di mercanti baresi organizzò il trafugamento del corpo: in 47 si presentarono armati di tutto punto al monastero e chiesero il permesso di pregare sulla tomba del santo. Poi dissero ai monaci che il papa in persona aveva ordinato di rimuovere il corpo del beato vescovo.

«ANGOSCIOSI LAMENTI» PER PUNIRLI. Giunsero a minacciarli armi in pugno e si fecero dire il punto esatto della sepoltura: individuarono il corpo e se lo portarono a Bari, con immancabile corollario di eventi miracolosi. Niceforo giustificò l’azione arrivando a dire che i monaci dissero ai mercanti: San Nicola non vi permetterà di portarlo via. Ma quando videro che il santo non opponeva resistenza al furto, cominciarono a levare «angosciosi lamenti» pensando che volesse punirli. «È chiaro che non siamo degni di tanto santo», dovettero alla fine concludere i derubati.

FRAMMENTI D'OSSA E DITA ADDENTATE. Se questo era l’andazzo, era logico che l’ostensione delle reliquie avvenisse sotto la continua vigilanza dei monaci che le avevano in custodia. Il diritto alla reliquia era del resto considerato comune a tutti i cristiani: non altrimenti si spiega l’atteggiamento di Sant’Ugo narrato dal suo biografo. Ugo di Lincoln, ospite dell’abbazia di Fécamp, si fece infatti mostrare il braccio di Santa Maria Maddalena. Poi tirò fuori un coltello, squarciò la fasciatura e tentò di ricavare dal braccio un frammento d’osso. Non vi riuscì e allora addentò un dito, riuscendo a staccare due frammenti…

L'ampolla col sangue di Wojtyla.

Non mancavano gli scettici, che spesso denunciavano anche le frodi sottese al commercio delle reliquie. Gilberto di Nogent per esempio assistette ai discorsi truffaldini di un piazzista di reliquie a Laon che pretendeva di vendere alla folla una scatoletta contenente un pezzo del pane masticato da Gesù durante l’ultima cena. Proprio a Gilberto, abate di Nogent, si deve un “Trattato sulle Reliquie” in cui critica aspramente quelle venerate ai suoi tempi con toni severi e rigorosi: com’era possibile - scriveva - conservare un dente da latte di Gesù nell’abbazia di San Medardo a Soissons se Gesù era risorto?

LA PROVA DEL FUOCO COME CERTIFICATO. Come fare allora a provare l’autenticità di una reliquia? Secondo le credenze dell’epoca bastava ricorrere a una pratica stabilita con l’ufficialità del canone dal concilio di Saragozza: gettarla nel fuoco e vedere se rimaneva intatta. I monaci di Montecassino per esempio, che possedevano un frammento del panno con cui Gesù aveva lavato i piedi dei discepoli, posero la reliquia in un crogiolo infuocato dove «diventò del colore del fuoco, ma non appena ritirata dai carboni riprese il suo aspetto originario».

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