Carcere
6 Giugno Giu 2017 1213 06 giugno 2017

Diritto alla salute, il problema delle nostre carceri oltre Riina

Cure negate, diagnosi errate, abbandono. Ogni anno muoiono anche per malattia dai 70 agli 80 detenuti. L'ultimo Rapporto di Antigone inquadra questa lacuna. Le storie di tre di loro, per i quali si chiede giustizia.

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La decisione della Cassazione di accogliere per la prima volta il ricorso dell'avvocato di Totò Riina, che ha chiesto il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare per ragioni di salute del capo di Cosa nostra, ha innescato una polemica aspra. C'è chi sostiene che u' curtu, in regime di 41 bis, debba morire in carcere e chi si appella allo Stato di diritto così come sancito dalla Costituzione e dal nostro ordinamento che prevede una pena che sia rieducazione e non vendetta. Il carcere, in altre parole, non è un luogo in cui vige un regime di extraterritorialità rispetto alle garanzie fondamentali assicurate dallo Stato. Il diritto a morire dignitosamente e il diritto alla salute sono, o meglio dovrebbero, essere riconosciuti a ogni cittadino e ogni detenuto. Una tutela che troppo spesso resta solo sulla carta.

L'ODISSEA DELL'EX BOSS STRANIERI. Nel carcere di alta sicurezza di Parma, dove è stato recluso anche Bernardo Provenzano a cui nonostante fosse non in grado di intendere e volere venne rigettata l'istanza di sospensione della pena pochi giorni prima di morire in un ospedale milanese nel 2016, non si trova solo Riina. Dei 63 detenuti al regime del 41 bis, tre sono ultra 90enni. Uno di loro è affetto da Alzheimer. Mentre resta ancora al carcere duro, nel quale si trova ininterrottamente da 25 anni (è entrato a 23 anni) Vincenzo Stranieri, ex boss della Sacra Corona Unita che ha già scontato la sua pena ed è malato terminale.

Spesso i medici, il cui parere è decisivo per l'incompatibilità del soggetto col regime carcerario, non danno credito al detenuto e pensano che stia esagerando per ottenere un beneficio

Per un Riina, poi, ci sono centinaia di detenuti fantasma che muoiono in carcere e a cui non sono riconosciuti i diritti fondamentali. Solo nel 2017 il dossier "Morire di carcere" del centro studi Ristretti orizzonti ha registrato 44 morti di cui 21 suicidi (dati aggiornati al 4 giugno). Nel 2016 i decessi dietro le sbarre erano stati 115 di cui 45 i suicidi e l'anno precedente 123 (43 suicidi). Le cause, quando accertate, vanno dalla malattia all'overdose. Simona Filippi, difensore civico di Antigone alla quale ogni giorno arrivano decine di segnalazioni e richieste di aiuto, spiega a Lettera43.it: «Si tratta di un problema importante che non deve essere sottovalutato né strumentalizzato».

IL RISCHIO STRUMENTALIZZAZIONE. La verità è che sul tema serve chiarezza «a partire dalla nomina dei periti dei tribunali e dalle reali garanzie presenti all'interno dei luoghi di detenzione», fa notare Filippi. «Gli stessi centri diagnostici terapeutici in molti casi versano in condizioni precarie o hanno il personale sotto organico». Altro tema spinoso è il confronto tra il medico di reparto e il tribunale di sorveglianza. Il professionista, il cui parere è fondamentale per stabilire l'incompatibilità del soggetto col regime carcerario, è spesso portato a non dare credito al detenuto, a pensare che stia esagerando per ottenere un beneficio. «È costante il timore di essere strumentalizzati», continua Filippi, «occorre una grande lucidità quando si è chiamati a decidere se si è di fronte a una situazione di salute problematica o a un'esagerazione del detenuto».

Totò Riina.

ANSA

«Spesso in questi anni», scrivono Filippi e Susanna Zecca nel XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, «abbiamo sentito i detenuti raccontarci di stare male e di non essere stati ascoltati o di non essere stati creduti. Come è evidente, le conseguenze di questo mancato ascolto (o, in altre parole, di questa mancata fiducia) possono essere gravi o addirittura irrimediabili».

1. Liotta: morto per cachessia nonostante lamentasse grave malessere

Come nel caso di Alfredo Liotta, morto per cachessia il 26 luglio 2012 nella Casa circondariale di Siracusa. Il mese precedente al decesso, Liotta aveva lamentato un grave malessere psicofisco, ma i medici hanno sempre valutato le sue condizioni simulatorie. Il tribunale di sorveglianza aveva così rigettato la richiesta di incompatibilità con le codizioni detentive. Cinque anni dopo, il caso Liotta è arrivato in tribunale: l'accusa nei confronti di nove medici è di omicidio colposo per non aver «posto in essere una adeguata gestione intramuraria dello stesso».

UN DECESSO CHE SI POTEVA EVITARE. I medici, si legge nel capo di imputazione, «omettevano di trattare Liotta in maniera consona, disponendo o facendo disporre un ricovero d'urgenza presso idonea struttura ospedaliera, di disporre o far disporre un Tso, di effettuare adeguate misure di controllo e di monitoraggio dei parametri vitali [...] nonostante il grave e progressivo decadimento fisico dello stesso». La morte, questa morte, si sarebbe dunque potuta evitare.

Il carcere di Parma.

2. Borriello: stroncato in cella da una polmonite a 29 anni

Stefano Borriello, invece, è morto nel carcere di Pordenone il 7 agosto 2015 a 29 anni stroncato da una polmonite batterica. Anche in questo caso, ricordano Filippi e Zecca nel Rapporto, il medico di reparto nonostante evidenti sintomi di infezione non ha proceduto ad alcun accertamento limitandosi a somministrare una terapia non adeguata a base di Diclofenac e Tavor 2,5 mg. Quando le sue condizioni sono precipitate, il personale del 118 lo ha trovato in arresto cardiocircolatorio. La richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Pordenone è stata rigettata dal giudice.

3. A., 39 anni e quell'ictus trascurato

A., 39 anni, detenuto nella la Casa circondariale Nuovo complesso di Rebibbia, dopo essere stato colpito da un ictus è rimasto in stato vegetativo di minima coscienza. Nei giorni precedenti al ricovero, il detenuto aveva manifestato sintomi di allarme: difficoltà a deambulare, a parlare e vomito. Dopo l'allarme lanciato dai compagni di cella è stato accompagnato in infermeria dove gli sono state misurate febbre e glicemia. Tornato in cella, le condizioni si sono aggravate. La scena si è ripetuta alle 4.30 del mattino. E anche in questo caso l'infermiera si è limitata a misurare pressione e glicemia.

RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE RIGETTATA. Per tutta la giornata successiva il detenuto non riusciva a reggersi in piedi, né a mangiare e bere. Solo alle 21.30 è stato visitato da un medico, che non ha rilevato nulla. Nella giornata successiva il detenuto presentava parte della bocca storta, non parlava e bevve solo un bicchiere d'acqua. Due anni dopo la procura ha chiesto l'archiviazione, rigettata dal giudice il 12 gennaio 2017.

TROPPE SCARCERAZIONI ARRIVATE TARDI. Storie di fantasmi, sconosciuti. E dimenticati. Come M. G., 44enne malato terminale di Aids scarcerato da Rebibbia nel 2005 quando ormai era in coma. Più di una volta gli era stato negata la scarcerazione. O, come Mohammed Gasmi, 43 anni, tunisino, morto nella sua cella nel carcere di Ivrea sempre nel 2005. Da tempo, ricorda Ristretti nel suo dossier, soffriva di disturbi da disfunzioni ghiandolari. L'unica speranza è che il dibattito su Riina possa almeno fare puntare i riflettori sul diritto alla salute in carcere. «Tema oggi sempre più urgente», conclude Filippi. «Questo caso scoperchia un mondo».

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