Riina Carcere
6 Giugno Giu 2017 1826 06 giugno 2017

Riina? Lo Stato può permettersi di essere diverso dal Male assoluto

La mafia c'è ancora, ma lui no. Tenerlo a morire in un loculo non servirà né alla decenza né alla giustizia. Mandarlo a casa è un gesto di umanità che gli stessi Falcone e Borsellino non gli avrebbero negato.

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Nel 2013 la figlia di Totò Riina “u' curtu”, Lucia, è andata alla televisione svizzera a dire: sono fiera, sono onorata del cognome che porto. Aggiunse che le spiaceva per le vittime, ma così, con distacco, non le addebitava, le vittime, al famigerato (ma per lei perseguitato) genitore. Erano danni collaterali, incidenti di percorso, provocati chissà da chi, non certo da suo padre.

FAMIGLIA, LUPARA E MANDOLINO. La faccenda finì con l'infastidire non poco i piatti, normali svizzeri che, non essendo in grado di apprezzare le sottigliezze siciliane, italiane, invocarono la rimozione dell'intervista. Ma forse l'avevano fatta in senso antropologico, per far vedere che gli italiani erano sempre quelli della lupara e del mandolino, tant'è vero che i commenti in patria, la nostra, furono molto più sfumati, comprensivi: brava Lucia, la famiglia innanzitutto, il cognome innanzitutto.

DONNA CON LA DUREZZA NEGLI OCCHI. La famiglia, prima la famiglia. Sacra, nuova, eterna, spietata. Questa Lucia Riina era, è una bella donna, elegante, misurata, pareva lontana anni luce dall'abiezione paterna, familiare ma a guardarla bene si ritrovava negli occhi tutta la durezza della sua famiglia e si capiva che l'unico mondo di Lucia Riina era ancora e sempre quello del sospetto, del vittimismo, della rimozione della realtà, della spietatezza in cui era nata e cresciuta.

Lucia Riina, figlia di Totò.

Nessuno va in televisione a dire che, tante scuse alle vittime, ma il cognome viene prima. La figlia di Totò chiese un lavoro in Svizzera e molti ci ricamarono sopra, alienazione, no, messaggio, vuol dire che è pronta a subentrare, vuole far capire che può gestire le attività dall'esterno. Ma forse era semplicemente l'incapacità di mettere a fuoco la sua situazione, un disperato tentativo di frullare le ali oltre il suo piccolo, brutale mondo, che lei pure sembrava considerare il migliore dei mondi possibili.

CULTO FANATICO DEL COGNOME. Non si sapeva se considerarla una complice morale o una vittima dell'orrore, questa giovane donna con occhi duri, senza debolezze, ma certo era difficile comprenderla, condividerla se non si nutriva il culto fanatico della famiglia prima di tutto.

IN CARCERE DURO PER 24 ANNI. E che sia una famiglia diversa, non ci sono dubbi. Il capo, Totò, capace di una ferocia talmente insensata da rivelarsi distruttiva per la stessa mafia, quello che “forse”, secondo costume siciliano dove niente è mai certo ma tutto è probabile, venne consegnato agli sbirri da “u' tratturi” Provenzano, si è fatto 24 anni di galera durissima, in totale isolamento, ed era già 63enne. Duro, spietato, dalla crudeltà paranoica ma logorato, lui come gli altri boss, da una vita comunque nella latitanza, comunque esposta a faide e ritorsioni, al logorio di guidare quella che sotto il suo dominio si era palesata come l'organizzazione criminale più potente e spietata della terra.

Riina è un vecchio di 86 anni, gravemente malato di cuore, reni saltati, diuresi problematica, impossibilità a stare seduto e men che meno dritto in piedi, guai neurologici e cerebrali

Chiuso in uno stanzino senza aria, senza contatti, visite al minimo, il regime di isolamento che per molti è inumano ma lui non ha mai ceduto, giusto i lamenti coreografici, i messaggi ai familiari deliranti, farneticanti come sempre per ribadire, per difendere un ruolo che non aveva più. Così per un quarto di secolo. Adesso la Cassazione ha aperto alla possibilità che vada a morire a casa sua, questo vecchio di 86 anni, gravemente malato di cuore, reni saltati, diuresi problematica, impossibilità a stare seduto e men che meno dritto in piedi, guai neurologici e cerebrali. Si è aperto un contenzioso col tribunale, che lo giudica pericoloso come sempre, ma la suprema Corte ha detto che anche uno come lui ha diritto a una morte dignitosa, anche perché imminente.

SI HA PAURA PURE DEI FANTASMI. Ora, la Sicilia è la terra dell'impossibile che si fa possibile, della mafia che fa i suoi miracoli alla rovescia, aspetta decenni per eseguire una sentenza, sa che il potere del Male non si estingue mai completamente. Ma se si nega a un rottame, sia pure di autore di ogni abominio, il diritto umano di spirare nel suo letto dopo 24 anni di isolamento totale, allora vuol dire che della mafia si temono anche i fantasmi e se i fantasmi bastano a strangolare un'isola allora non c'è speranza.

SENZA PIETÀ CON I BAMBINI. Certo, Riina è quello della guerra senza tregua e senza pietà, dell'”attentatuni”, del martirio di Falcone e Borsellino, delle 200 vittime, alcune delle quali a mani nude; quello che teneva in emergenza l'intero Paese, non da solo, non senza aiuti dalle istituzioni che avrebbero dovuto contrastarlo; quello che scatenava faide chicagoane per la strada e se qualche mafioso inorridiva, restandoci in mezzo anche i bambini, rispondeva: «Ma di che vi preoccupate, non sapete quanti ne muoiono in Africa?».

Se è vero che agli attentati dell'Isis bisogna reagire senza replicare odio e paura, a maggior ragione lo Stato può concedere un gesto di umanità al Male che sta morendo

Ma è proprio questo che, oggi, non deve più paralizzare. Se è vero che agli attentati del fondamentalismo islamico tutti dicono che bisogna reagire senza replicare odio e paura, e sono stragi attuali, di un pericolo che sembra inarginabile, a maggior ragione lo Stato può concedere un gesto di umanità al Male che sta morendo. Indro Montanelli, a proposito dei terroristi, particolarmente quelli che lo avevano gambizzato, diceva che, una volta sconfitti, una volta che avessero pagato, era dispostissimo a caldeggiarne la libertà perché era inutile infierire ancora: un nemico lo si combatte quando e fin che c'è, non ancora dopo che non c'è più.

A CASA PER MORIRE, NON PER VIVERE. La mafia c'è ancora, ma Riina non c'è più. È incapace di rimorso, questo lo sappiamo, e se ne va nella tomba con la sua ferocia delirante. Ma lo Stato in questo caso può permettersi di essere umano. Di essere altro da lui. Tenerlo a morire in un loculo non servirà né alla decenza, né alla giustizia. Mandarlo a casa è un gesto di umanità che, probabilmente, gli stessi Falcone e Borsellino non gli avrebbero negato. Sempre che, sia chiaro, a casa ci torni a morire: se deve tornarci a vivere, allora no.

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