Prato fabbrica campolmi
11 Giugno Giu 2017 1200 11 giugno 2017

Prato, viaggio nella Cenerentola dei redditi

Nella capitale (in declino) del tessile si registrano buste paga tra le più basse d'Italia. Il calo maggiore dal 2007. Si lavora ancora, ma molto in nero e con più precari. Il racconto nella città di Malaparte e dei cinesi.  

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da Prato

Il dato si è infilato come un pugno nello stomaco nell'epicentro produttivo della Toscana, la città di Curzio Malaparte e dei cenciaioli che è ancora il primo distretto tessile italiano e la prima per lanifici in Europa, nonostante il grave e incontrovertibile declino del settore. Spulciando le statistiche delle Finanze su base comunale, il Sole 24 Ore ha inquadrato Prato come la provincia d'Italia che più ha sofferto i 10 anni di crisi economica per deterioramento dei redditi: i 20.188 euro dichiarati in media nel 2016 (per anno d’imposta 2015) dai suoi quasi 254 mila abitanti equivalgono a un calo del 6,22% del loro potere d’acquisto dal 2007. Quasi cinque volte tanto la media nazionale al -1,3%.

NELLA MEDIA NAZIONALE. Il presidente della provincia e sindaco in quota Pd Matteo Biffoni, di questi tempi noto soprattutto per la sua delega all'Anci sull'immigrazione, ha rimarcato come, nella stessa analisi, la media nazionale di reddito di 20.798 euro (di circa 600 euro più alta) corrisponda «più o meno a quella dei pratesi». Tante aree italiane, soprattutto in Sardegna e nel Meridione, sotto i 15 mila euro sono certo più povere per redditi annui e registrano cali anche del 5% del potere d'acquisto. Eppure, al netto del politically correct, chi conosce bene i toscani sa che la notizia di buste paga più basse qui che a Caserta ha suscitato un tuffo al cuore nei pratesi.

Nel Macrolotto cinese.

Anche il renziano Biffoni ha ammesso come nella sua città «una crisi dura» si sia portata via «più di 6 punti percentuali», sofferenza visibile anche dai «dati del servizio sociale». Eppure lo spaccato, mettendo insieme i dati e passeggiando tra le fabbriche, si profila più che tragico contraddittorio: anche uno studio nazionale sul 2016 dell'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro evidenziava, un paio di settimane fa, come gli stipendi della provincia fossero calati parecchio (Prato 73esima, con un reddito medio mensile di poco meno di 1.243 euro, dopo appunto Caserta); e tuttavia a Prato la disoccupazione, al contrario che a Crotone (28,4%) e nella stessa città campana (21%), risultava al 7,9%. Un dato non allarmante, in calo dell'1% dal 2015.

+28% DI FALLIMENTI. Le rilevazioni statistiche riflettono la realtà. Nei distretti industriali le macchine delle fabbriche aperte girano. Si lavora anche su turni di notte, perché a Prato, dicono i pratesi, «ci si rimbocca sempre le maniche». Si va avanti, anche se accanto al tuo portone c'è un capannone sigillato da lucchetti in cerca d'acquirente. Dal 2010 il tribunale di ha registrato un climax di procedure fallimentari (dai 95 di sette anni fa ai 122 del 2013, ai 166 del 2014: un aumento annuale del 28%, quasi un'impresa in bancarotta ogni due giorni). Da un paio di anni, per la prima volta, hanno chiuso i battenti anche delle ditte cinesi, le fabbriche vuote si vedono. Ma altri stabilimenti sgomberati vengono rivenduti o affittati a nuove ditte, piccoli e medi impreditori che ritentano un’attività.

L'incremento demografico di Prato è dovuto essenzialmente all'immigrazione. Una parte considerevole di queste persone, per lo più cinesi, sta uscendo dal sommerso

Andrea Tempestini, Confindustria

Campolmi, 2017.

Aziende che avranno forse vita più breve e lavoratori peggio retribuiti e più precari delle precedenti: l'età dell'oro di Prato è finita. La chiave per capire gli ultimi dati critici è la maggiore flessibilità, che per le aziende cinesi significa lavoro nero e volatilità. Questa realtà cittadina non è mai stata un mistero e per l'imprenditore pratese Andrea Tempestini, vicepresidente di Confindustria Toscana Nord, «bisogna contestualizzare il calo del reddito medio»: «In questi anni Prato ha avuto incremento demografico imponente, dovuto essenzialmente all'immigrazione. Una fetta considerevole di queste persone, per lo più cinesi», spiega a Lettera43.it, «sta uscendo dal sommerso ma si trova in una fase di transizione». È Prato infatti la città italiana con più residenti immigrati.

PIÙ PRECARI E PART TIME. Se prima una parte significativa di questa popolazione (solo nel Comune di Prato, i cinesi sono passati dagli 8.600 del 2005 ai 19 mila ufficiali del 2016) era del tutto sconosciuta al fisco, adesso figura nelle statistiche ma con redditi bassi: proprio a Prato si registra anche l'aumento maggiore di contribuenti, il 5% in più dal 2007. Ma il contrasto stridente tra la caduta del reddito medio e una disoccupazione più bassa del trend nazionale si spiega anche con l'acuirsi della forbice tra i lavoratori con contratti di lavoro a tempo pieno da 1800-1600 euro al mese e una fetta crescente di pratesi – soprattutto donne e giovani – che invece non ne portano a casa più di 600-800. «Tra i motivi dei redditi bassi», precisa Tempestini, «ci possono essere anche il frequente ricorso al part-time o delle ripetute interruzioni di attività».

Macrolotto cinese.

C'è poi anche a Prato la selva delle partite Iva, dei contratti a progetto e dei voucher ritirati: una massa di lavoratori che rientra nelle dichiarazioni dei redditi ma non nel conteggio dei disoccupati dall'impiego dipendente. E ci sono centinaia di nuovi senza lavoro 40 e 50enni, spesso fuori dal mercato: perché se l'acme della contrazione del tessile si è avuta tra il 2001 e il 2010, con più di 2 mila tra piccole e medie imprese pratesi chiuse e oltre 10 mila posti di lavoro bruciati – mentre nel Macrolotto industriale dilagavano migliaia di confezioni pronto moda cinesi –, ora si sono iniziate ad arrendere anche alcune grosse aziende e i lanifici storici.

CHIUSURE STORICHE. Anche gli stabilimenti centenari che resistono, come la manifattura Pecci, hanno subito tagli e ristrutturazioni. E tra il 2015 e il 2017 sono finite in liquidazione ditte di famiglie forti nel tessile come il lanificio Caverni & Gramigni o di gruppi importanti come Fedora. Altre decine tra operai e impiegati sono rimasti per strada dopo anni di vertenze, mobilità e cassa integrazioni. Nella città che per la nuova biblioteca ha scelto l'architettura post-industriale dell'ex lanificio Campolmi hanno di recente cessato l'attività anche alcuni noti negozi e ristoranti del centro, aperti da decenni. Ne sono spuntati altri, più piccoli e gestiti da giovani.

Nel 2013 Prato era seconda solo a Bolzano per record di occupati. Ora Bolzano è la provincia con il reddito medio che è cresciuto di più e Prato di meno

La biblioteca ex fabbrica.

M.Badiani

Prato è una città indaffarata da sempre che reagisce con l’inventiva, una forza tramandata dai nonni ai nipoti. «Passata la tempesta del 2008/2009, la redditività delle società di capitali manifatturiere, quasi tutte con titolare italiano, è continuata sempre a salire. Al nostro Centro studi», conclude Tempestini, «risulta nettamente superiore a quella pre-crisi, con un costo del lavoro rimasto sostanzialmente inalterato rispetto al fatturato».

LO SPREAD CON BOLZANO. A Prato però la disoccupazione (più bassa anche della media regionale Istat del 9,5%) resta di due punti superiore al 2013. Allora Prato (5,7%) era seconda solo a Bolzano (4,4%) per minor tasso di senza lavoro, ora Bolzano è la provincia con il reddito medio che è cresciuto di più e Prato di meno.

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