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FEMMINICIDIO 13 Giugno Giu 2017 1650 13 giugno 2017

Uccisa dal marito dopo 12 denunce, condannati i pm che non lo fermarono

Il caso risale a 10 anni fa: nel Catanese Marianna Manduca fu vittima del compagno Saverio Nolfo, che deve scontare 20 anni di carcere.

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Dodici denunce per maltrattamenti, minacce e percosse non bastarono a Marianna Manduca per salvarsi la vita. Nonostante avesse segnalato agli inquirenti anche il progetto omicida del marito, che le mostrò persino il coltello con cui l'avrebbe ammazzata, nessuno fermò la mano dell'assassinio che portò a termine il suo piano. Ora, dopo una lunga battaglia legale, il Tribunale civile di Messina ha condannato la presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire 300 mila euro di danni patrimoniali ai tre figli della donna, il più piccolo dei queli aveva 3 anni all'epoca dei fatti.

APPLICATA LA NORMA SULLA RESPONSABILITÀ CIVILE. I giudici hanno applicato la norma sulla responsabilità civile dei magistrati, ritenendo che i pm che si occuparono del caso, in servizio nella Procura di Caltagirone, in provincia di Catania, non fecero quanto in loro potere per evitare il femminicidio. L'importo pari a 300 mila euro, compresi gli interessi, è stato calcolato sulla base dei guadagni che percepiva la vittima che svolgeva un lavoro regolare.

I TRE FIGLI ADOTTATI DA UN CUGINO. Era l'ottobre di dieci anni fa quando Marianna, 30enne, fu uccisa a coltellate a Palagonia, in provincia di Catania, dove viveva con i bambini e il marito violento che aveva problemi di droga. Poco dopo il delitto il marito, Saverio Nolfo, fu arrestato. Sta scontando in carcere 20 anni, pena inflitta con il rito abbreviato. I tre bambini furono adottati da un cugino della vittima, Carmelo Calì, che viveva a Senigallia, nelle Marche, con la moglie e tre figli.

«SONO CONTENTO PER I RAGAZZI». L'uomo, che non aveva mai conosciuto i tre figli della cugina uccisa, decise di adottarli per sottrarli alla casa famiglia dove stavano per essere assegnati. «È stata una battaglia dura, ma alla fine abbiamo ottenuto giustizia, con questi soldi per il risarcimento sono sicuro riusciremo a fare crescere con più serenità i tre ragazzi», dice il padre adottivo. «Questa del Tribunale di Messina», ha proseguito, «è una sentenza importante per tutti quelli che si sentono danneggiati da un errore dei magistrati. Io quando mia cugina è morta ho richiesto di adottare questi ragazzi perché erano rimasti senza punti di riferimento, ma era giusto avere anche giustizia per la morte della mia povera cugina che era stata maltrattata dal marito in vita ma anche dallo Stato che non è mai intervenuto». L'uomo ha aggiunto: «Sono felice per i ragazzi. Io ho delle difficoltà economiche, perché con mia moglie avevamo già altri tre figli e non è facile al giorno d'oggi portare avanti una famiglia numerosa. Ora dopo la sentenza sarà più facile».

DANNO NON PATRIMONIALE NON RICONOSCIUTO. Per l'avvocato Licia D'Amico, legale del padre adottivo, si tratta di una sentenza importante: «Come prevede la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, è stata condannata la presidenza del Consiglio che se vorrà potrà rivalersi sui pm». Uno dei due magistrati ormai è in pensione, la collega che si occupò del caso invece lavora in un altro Tribunale. I legali avevano chiesto anche il risarcimento per danno non patrimoniale, pari a 1,5 milioni di euro.

L'AVVOCATO: «LEGGE DA RIFORMARE». «Non ci è stato concesso perché la legge lo prevede solo in casi di privazione della libertà e la vicenda in questione non rientra in questa categoria», ha spiegato l'avvocato D'Amico dello studio Galasso, «il tribunale correttamente ha applicato la legge, ma a nostro avviso bisogna riformare la norma perché è evidente che i tre bambini hanno subito la privazione del concetto di libertà, perché orfani di madre e col padre in galera. Facciamo appello al legislatore affinché intervenga su questo vulnus».

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