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14 Giugno Giu 2017 1540 14 giugno 2017

Migranti, le missioni di salvataggio sempre più vicine alla Libia

Con i dati di Frontex, il Nyt mostra come dal 2014 i profughi vengano soccorsi sempre più a ridosso della costa africana. La commissione Difesa esclude collusioni tra Ong e trafficanti. Ma il caos nel Canale è un fattore attrattivo.

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Se le accuse sui rapporti tra Ong e trafficanti nel Mediterraneo sono cadute, non si può non vedere a cosa il soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia abbia portato negli ultimi tre anni. Il 16 maggio 2017 la commissione Difesa del Senato, impegnata a indagare sui presunti rapporti tra alcune organizzazioni non governative e gli scafisti, ha escluso nella sua relazione finale qualsiasi collusione tra gli operatori umanitari e i trafficanti. Ciò nonostante, la confusione che si è creata nel tratto di mare tra Italia e Libia, dovuta alla mancata coordinazione tra gli svariati soggetti che vi operano, ha portato a conseguenze inaspettate e dannose.

IL PROBLEMA DEL FATTORE ATTRATTIVO. «Il direttore di Frontex e il procuratore capo di Catania hanno fatto riferimento a un operato non del tutto trasparente di alcune organizzazioni non governative, nonché a elementi», si legge nella relazione conclusiva, «che sembrerebbero dare corpo quanto meno all’ipotesi che vedrebbe la presenza delle Ong a ridosso delle acque libiche come fattore di attrazione (cosiddetto pull factor) del fenomeno migratorio ovvero incentivo per i trafficanti a organizzare le partenze».

LE MISSIONI A RIDOSSO DELLA LIBIA. Usando i dati di Frontex, il New York Times ha provato come un'altra conseguenza della disorganizzazione sia stato il progressivo avvicinamento delle operazioni di salvataggio alla costa libica.

Prima del 2014, le missioni di soccorso avvenivano prevalentemente vicino all'Italia.

Circa a partire dal 2014, i salvataggi hanno iniziato ad essere fatti sempre più a Sud.

Nel 2015, le operazioni sono arrivate a ridosso delle acque territoriali libiche.

Per il 2016, le missioni sono entrate nelle acque libiche, arrivando in alcuni casi a pochi chilometri dalla costa. Per i critici, l'avvicinamento delle navi di soccorso alla costa è stato un incentivo per sempre più migranti a tentare il viaggio e per i trafficanti a far partire più imbarcazioni. «I profughi intraprendono il viaggio perché sono a conoscenza e confidano nell'assistenza umanitaria che può portarli in Europa», scrive un esauriente rapporto di Frontex del febbraio 2017.

I MIGRANTI LASCIATI ALLA DERIVA A POCHI KM DALLA LIBIA. Gli scafisti, dopo che l'Unione europea nel 2015 ha autorizzato la distruzione delle barche di legno in Libia, hanno iniziato ad usare sempre più spesso gommoni, molto più instabili e pericolosi. Con le missioni di soccorso che si avvicinavano progressivamente alla costa, i trafficanti hanno iniziato a utilizzare una nuova strategia: riempire i serbatoi con abbastanza benzina per portare i migranti fuori dalle acque libiche, spostare i motori su un'altra barca e tornare indietro lasciando i migranti alla deriva.

«Sappiamo che quello che facciamo non è la soluzione», ha detto al Nyt Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni di Medici senza frontiere, «non siamo la fonte del problema, non siamo la soluzione ad esso. È semplicemente la necessità di salvare delle vite adesso, quando sono a rischio».

LATORRE: «TROPPO CAOS IN QUELLO STRETTO». «Si può dire che ci sono elementi che vanno chiariti per capire se qualcuno si comporta in maniera sbagliata», ha spiegato il 24 aprile a L43 il senatore Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa del Senato, «noi abbiamo in questo momento in quel tratto di mare una presenza enorme tra imbarcazioni istituzionali, Ong e almeno cinquanta navi mercantili. In questo caos è chiaro che può accadere di tutto. Alcuni dicono che le organizzazioni sono un fattore attrattivo del fenomeno migratorio, io dico che il fattore attrattivo è proprio il disordine».

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