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6 Luglio Lug 2017 1615 06 luglio 2017

Omicidio stradale, una legge che non ferma le morti

A poco più di un anno dalle nuove misure gli incidenti mortali sono stati 843. Si continua a guidare ubriachi e fatti o senza patente. E il caso Diele lo conferma. Ma spesso i colpevoli non scontano l'intera pena.

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Nessun lettore ricorderà la notte del 24 aprile 2008. Può venire in soccorso l'archivio: quella notte, le vittime di alta velocità furono nove in cinque incidenti. Il più vecchio aveva 20 anni. Da allora la casistica non ha fatto che crescere, in una una geometrica potenza criminale scandita da vigorosi appelli alla responsabilità. Quanto a dire che un'emergenza, se cronicizza, non lo è più: è routine. Breve flash-forward e arriviamo a marzo dell'anno scorso: Renzi, in maniche di camicia, vara con pompa solenne, accerchiato da parenti di vittime e soprattutto tanti bambini, un po' alla dittatore dello Stato libero di Bananas, la nuova legge sull’omicidio stradale: basta lassismo, basta permissività, adesso si fa sul serio.

LA "STRETTA" DELLA NUOVA LEGGE. Il nuovo delitto di omicidio colposo stradale contempla quattro diverse ipotesi, punite con pene via via più gravi: con la reclusione da due a sette anni per chiunque provochi la morte di una persona per violazione del codice della strada; con la reclusione da cinque a 10 anni per chi uccide una persona a seguito di incidente stradale causato perché guidava ubriaco con un tasso alcolemico compreso tra 0,8 e 1,5 g/l e nelle ipotesi in cui la morte sia la conseguenza di gravi imprudenze commesse dal conducente; con la reclusione da otto a 12 anni per chi provoca la morte di una persona perché guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o con un tasso alcolemico nel sangue superiore a 1,5 g/l. L’omicidio stradale con la morte di più persone, ovvero di una o più persone e di lesioni a una o più persone, è punito con la pena prevista per la più grave delle violazioni aumentata fino al triplo, fino a un massimo di 18 anni di reclusione. Conseguenze pesantissime sono previste per i responsabili di omicidio stradale che si siano dati alla fuga, si siano posti alla guida privi di patente o con patente sospesa o revocata, o di un veicolo sprovvisto di copertura assicurativa.

PATENTE ADDIO. O QUASI. Per il delitto di omicidio stradale, inoltre, sono previste conseguenze molto gravi per la patente: è previsto il ritiro immediato e la sospensione cautelare per un tempo che varia in relazione alla gravità della colpa e che nell’ipotesi più grave può arrivare fi no a 10 anni. Con la condanna definitiva è prevista la revoca della patente e si dovranno aspettare almeno cinque anni – 30 nel caso di fuga - per poterla conseguire una seconda volta.

Franco Gabrielli.

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Risultato di cotanta speme: dal 25 marzo 2016, data di entrata in vigore della “severissima” legge, al 4 giugno 2017, la Polizia stradale ha rilevato 843 incidenti mortali e 26.812 incidenti con lesioni; 456 sono stati gli incidenti per i quali si è proceduto per il reato di omicidio stradale e fra questi in 388 casi (pari all’85%) si tratta dell’ipotesi base punita da due a sette anni di reclusione. In 215 casi si è trattato di incidente plurimortale o con lesioni di una o più persone; 817 sono stati gli incidenti per i quali si è proceduto per il reato di lesioni gravi o gravissime e fra questi in 182 casi si è trattato di incidente con lesioni gravi o gravissime di più persone. Gli incidenti stradali con esito mortale sono aumentati del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2016 (da 695 sono passati a 727). Nel dettaglio, nei primi sei mesi del 2017 ci sono state 55 vittime in più rispetto allo stesso periodo del 2016, una crescita netta del 7,4%. Si sono verificati 35.444 incidenti, il 3,2% in meno del 2016, quando nelle stesso periodo furono 36.615. Ma nonostante questo, sono aumentati sia il numero degli incidenti mortali, passati da 695 a 727, il 4,6% in più, sia quello delle vittime, salite da 745 a 800, con una crescita appunto del 7,4%.

ALLA GUIDA FATTI. Ha commentato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, al telegiornale: «Non vorrei che la legge venga denigrata, che si concluda per la sua inefficacia». Per poi aggiungere il 6 luglio: «L'introduzione del reato di omicidio stradale viene giudicata assolutamente positiva dagli operatori ma chi si aspettava soluzioni miracolistiche resterà deluso: la forza di questa legge non è nei numeri ma nella valenza culturale». Ma no, la legge funziona benissimo, argina stupendamente, lo conferma pure un sondaggio condotto da Skuola.net e Università Niccolò Cusano, appena diffuso. Alla domanda: «Ti è mai capitato di esserti messo alla guida dopo aver fatto uso di droghe?», l'11% ha risposto «sì» (di questi il 5% «qualche volta» e il 6% «spesso»). Con l'alcol ci si esalta anche di più: il 19% ha ammesso di aver guidato in stato di ebrezza (il 13% «qualche volta» e il 6% «spesso»). Un combinato disposto - quello tra droga e alcol - che negli ultimi cinque anni ha fatto aumentare del 25% gli incidenti stradali (15% quelli mortali e 10% quelli con feriti gravi).

IL CASO DIELE. E NON SOLO. L'eroe dei nostri tempi di questi giovani spericolati (di tutte le età) sembra essere l'attore Domenico Diele, appena spedito agli arresti domiciliari a casa della nonna, naturalmente con braccialetto elettronico (che non si trovava) d'ordinanza. Una favola da Libro Cuore, la vegliarda che veglia sul nipote un po' stonato. Diele, appena dichiarato socialmente pericoloso, tornando da una festa imbottito di alcol e droghe aveva falciato alle due del mattino una malcapitata in motorino. La poveretta, centrata dall'auto, ha fatto un volo di 100 metri prima di spiaccicarsi esanime. Lui era recidivo, patente sospesa per guida pericolosa in stato di alterazione, ma questo non gli ha impedito di fare quello che voleva. Al giudice ha detto: «Che ci volete fare, sono eroinomane, mi dovete curare, in carcere io non ci posso restare» e anche questo è notevole, un comportamento che nelle Facoltà di Giurisprudenza insegnano essere aggravante viene ormai invocato come una scriminante. Anche il “fotografo dei vip” Fabrizio Corona, che le foto più che scattarle le usava come arma di ricatto, per uscire di galera aveva detto di essere tossicomane.

Domenico Diele.

Forte di cotanto curriculum, Diele è stato immediatamente liberato, 12 giorni dentro ha fatto, ma solo perché in attesa del benedetto braccialetto, e portato da nonnà. Dicono i garantisti: giusto così, non si può carcerare uno prima della sentenza. Lui rischia fino a 16 anni e li farà. Ma chi ha esperienza di queste cose solleva il sopracciglio, sa che il braccialetto elettronico è l'anticamera dell'impunità previo patteggiamento o altra cavilleria avvocatesca.

LA CERTEZZA DELLA PENA (CHE NON C'È). L'ultrà fermano Amedeo Mancini, giusto un anno fa, accoppava a mani nude un nigeriano dopo avere chiamato «scimmie» lui e la moglie: ha fatto due mesi in galera, lo hanno fatto passare per vittima, è stato scarcerato con braccialetto elettronico (che non si trovava), infine gli hanno dato quattro anni teorici e tolto anche il braccialetto. È un uomo liberissimo e, di fatto, non sconterà un giorno per omicidio preterintenzionale, la condanna è virtuale: i garantisti al selz, i Pangloss del Diritto, sono serviti. Domenico Diele è recidivo, incorreggibile per diretta ammissione dei giudici, «socialmente pericoloso», cioè uno che, appena lo liberi, ci riprova, uno che non si sa controllare. Inutile girarci intorno, è stato graziato preventivamente perché più o meno famoso, in galera difficilmente ci tornerà, lo manderanno dal solito don Mazzi a far barchette di carta per qualche settimana. «Non vorrei», ha detto una parente della sua vittima, «che fra qualche mese ce lo ritrovassimo sul set». Sbagliava, forse sarà questione solo di qualche settimana. Se così avverrà, sarà il segno che le “severissime leggi” che sempre per tutto s'invocano, come quella di Renzi sul “piraticidio”, sono bellamente inutili.

I NUMERI PARLANO DA SOLI. Non di plurimae leges abbiamo bisogno, ma di rigore nell'applicare quelle che ci sono. Altrimenti, puoi anche prevedere l'ergastolo, la sedia elettrica, lo squartamento a cavalli ma se basta un cavillo, un patteggiamento di cartone a disinnescarla, siamo alla farsa. Fece scalpore un medico che, nel 2008, dichiarò: «Tra 10, 15 anni ci troveremo davanti al problema di dover gestire masse di persone col cervello bruciato». Tra 10 anni? Comunque ci siamo arrivati e il cervello bruciato è diventata un'attenuante buona per don Mazzi, un monumento all'impunità. Un cronista del Corriere nel 2009 andò nelle discoteche romagnole dopo l’ennesima strage e scrisse che il «popolo della notte» le stragi le esorcizzava ubriacandosi e stordendosi di più: «Senza sballo che gusto c’è?». Un locale ebbe allora il macabro gusto di celebrare alcuni habitué, appena sfracellatisi, con una festa in memoriam. Il fine settimana dopo, sull’asfalto ne rimasero altri nove, quello ancora successivo uno solo, ma la carambola coinvolse sette auto con 11 feriti. Il capo della Polizia, Gabrielli, invita a non considerare fallimentare la legge sul “piraticidio”, ma, con tutta la buona volontà, dopo 843 incidenti mortali e un aumento dell'incidenza letale di quasi il 5% in un anno, è difficile dargli retta.

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