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Caserma
17 Luglio Lug 2017 0906 17 luglio 2017

La storia di I.D. e quei cuori rubati nelle caserme

Uno stupro in caserma. L'omertà dei superiori. Un lungo percorso di riabilitazione. E il coraggio di raccontarlo dopo decenni di silenzio che pesano quanto le urla zittite in una notte di orrore.

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«Il mio cuore triste sbava a poppa/sotto i lazzi della truppa/che scoppia in una risata generale…». È la storia di un adolescente del Nord, timido e sognatore, che arriva nella Capitale e finisce in una caserma, dove una notte viene violentato dalla soldataglia ubriaca e ghignante. Si chiama Arthur Rimbaud, è un poeta, e trasforma le sue urla soffocate dagli aguzzini in una poesia, Il cuore rubato, che agli amici sembrerà niente più che uno scherzo goliardico. Solo molti anni dopo i critici la leggeranno per quello che realmente è: l’allucinato resoconto di uno stupro di gruppo.

L'OMERTÀ E LE MINACCE. I. D. non è diventato un poeta né un mercante d’armi in Africa, come il più famoso dei maudits: oggi è consigliere comunale in un paese del suo Piemonte. Ma a diciassette anni ha vissuto la stessa esperienza, non nella Parigi del 1871 incendiata dalla Comune, bensì nella Roma del 1982, in una camerata da sei della caserma della Cecchignola, sede del Reggimento Genio Trasmissioni. I. D. non ha trasmesso nei versi i suoi incubi di ragazzino violato e costretto al silenzio dalle pressioni dei superiori, preoccupati più del «buon nome» dell’istituzione che della vita e dell’integrità di una «spina» che voleva diventare un ufficiale. Li ha rivissuti e superati con una lunga psicoterapia, che a poco a poco gli ha restituito il cuore rubatogli in quella tremenda sera di maggio, e il coraggio di raccontarla: le percosse, lo svenimento, il sangue, il dolore, la nudità, le minacce, tutto.

«Il capitano venne in infermeria a dirmi che se avessi riferito l’accaduto sarei stato congedato con demerito e non avrei avuto accesso ai concorsi»

I. D.

«Il capitano venne in infermeria a dirmi che se avessi riferito l’accaduto sarei stato congedato con demerito e non avrei avuto accesso ai concorsi», ricorda l’oggi 53enne I. D. E così lo stupro in caserma viene messo a verbale come un’aggressione nei giardini della stazione Termini da parte di ignoti barboni. «Avrò conati di stomaco, io, se il mio cuore è degradato», scriveva Rimbaud, in un’epoca in cui chi subiva violenza, maschio o femmina che fosse, doveva solo tacere, vergognarsi e, se proprio non reggeva allo strazio, impazzire o uccidersi. Epoca che crediamo finita per sempre, finché qualche sindaco non chiama «bambinata» lo stupro di gruppo su una minore. «Anche se meno che in passato, nelle caserme italiane fatti del genere possono ancora succedere,» dice I. D. «Voglio esortare le vittime, i ragazzi che oggi hanno l’età che ho io, a non farsi schiacciare dal silenzio». Anni, decenni di silenzio che pesano quanto le urla zittite in una notte di orrore. Quanti cuori rubati non hanno ancora ritrovato la voce?

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