Delitto Caccia, ergastolo per Schirripa
17 Luglio Lug 2017 2017 17 luglio 2017

Omicidio Caccia, ergastolo per Schirripa

Sentenza in primo grado dopo 34 anni anni e un processo annullato. «È lui il killer del procuratore di Torino». Ma restano i misteri.

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Con la condanna di Rocco Schirripa all'ergastolo è arrivata, a distanza di 34 anni, una verità giudiziaria di primo grado sull'esecutore materiale dell'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia. La Corte d'Assise di Milano, presieduta da Ilio Mannucci Pacini, ha accolto l'impianto accusatorio del pm Marcello Tatangelo che, insieme all'aggiunto Ilda Boccassini, ha coordinato l'indagine sull'uccisione del magistrato voluta dalla 'ndrangheta nel giugno del 1983.

L'ARRESTO NEL DICEMBRE 2015. Schirripa, ex panettiere di 64 anni, sempre presente in aula, era stato arrestato il 22 dicembre 2015 e, stando alle indagini, avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco che quella sera a Torino freddò a colpi di pistola il magistrato, all'epoca uscito senza scorta per una passeggiata con il suo cane. La procura milanese (competente sui reati commessi contro toghe torinesi) ha ricostruito che l'assassinio sarebbe stato una dimostrazione di «fedeltà» e una «prova di coraggio» data da Schirripa ai boss, in particolare a Domenico Belfiore dell' omonimo clan, già condannato in via definitiva all'ergastolo come mandante.

ANCORA MOLTI ASPETTI DA INDAGARE. Le due figlie del procuratore, Paola e Cristina, hanno definito «giusta» la sentenza ma, secondo loro, sul caso «ci sono ancora tanti aspetti da indagare e pezzi di verità da aggiungere». Il legale di parte civile, Fabio Repici, infatti, si è spesso scontrato con la procura milanese chiedendo a più riprese di indagare anche su una pista che intreccia mafia, clan calabresi e servizi segreti e il riciclaggio di denaro al casinò di Saint Vincent su cui stava indagano Caccia prima di morire.

PUNITO PER 'ESTREMO RIGORE. Dopo il verdetto, il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi ha sottolineato che «la sentenza è un altro passo importante, dopo molti anni, verso la verità e la giustizia». Secondo i pm, a scatenare la reazione della cosca sarebbe stato «l'estremo rigore» del procuratore, che con il suo interessamento verso le «attività finanziarie» dei clan avrebbe impedito loro di fare affari, nonostante la compiacenza di altri magistrati. Tra le prove nel processo a Schirripa, ripartito da zero alla fine dello scorso anno per un errore procedurale della procura, una serie di dialoghi registrati con un virus inoculato negli smartphone di Belfiore e altri 'ndranghetisti, tra cui suo cognato Placido Barresi. Era diventata inutilizzabile, invece, dopo il vizio di forma, la conversazione avvenuta tra Barresi e Schirripa in cui il primo diceva al panettiere: «Ti sei fatto 30 anni tranquillo, fattene altri 30». La Corte ha disposto a carico di Schirripa risarcimenti in favore della Regione Piemonte, del Comune di Torino, della presidenza del Consiglio e del ministero della Giustizia, con provvisionali dai 50 mila ai 300 mila euro per i familiari del magistrato.

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