Mamma Lavoro
MUM AT WORK 5 Agosto Ago 2017 1400 05 agosto 2017

Mamme, è il fattore sangue che ci frega

Lavoriamo e ci sentiamo in colpa perché emotivamente lasciare il nostro piccolo ci pesa troppo. Stiamo a casa e ci sentiamo frustrate. L'ideale sarebbe trovare un equilibrio. Anche nel nostro arretrato Paese.

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Ho fatto un esperimento. Per cinque giorni - complici l’estate, il caldo, le scuole chiuse - ho vissuto da single. Sono rimasta in città, mentre la mia famiglia era al mare. Ho lavorato, sono uscita. Addirittura ho trovato il tempo per fare shopping, un aperitivo, andare a una mostra, perfino dall’estetista. Ma per lo più ho lavorato. Risultato dell’esperimento? Una vita facile. È molto semplice prendersi cura solo di se stessi e del proprio lavoro. Certo, tutti hanno problemi e difficoltà. Credo però che lavorare - da free lance o da dipendente full time - e non avere figli sia più semplice. Mi rendo perfettamente conto che da un lato - per tanti - questa sia una banalità. E che a tutti gli altri un’affermazione del genere faccia rabbia. Bè, anche per me è una banalità e anche a me fa rabbia. Mica mi hanno obbligato a fare figli.

NON È UN PAESE PER PICCOLI. Capisco le/i tante/i “giovani” 30enni che a fare un figlio non ci pensano proprio. Fare un figlio, crescerlo, educarlo, sfamarlo di cibo e cultura è difficile. In Italia. Altrove non è così. In Europa i bambini sono parte della società. Da noi i piccoli non sono concepiti. In tutti i sensi. Sono pochissimi i nuovi nati (1,3 per donna) e non vengono contemplati. Nei bar? Non un fasciatoio. Nei ristoranti? Se hai un passeggino, capita (mi è capitato più volte) ti mandano via con una scusa. A lavoro? Le dimissioni in bianco e il mobbing post maternità hanno riempito i giornali. I nonni? Si godono - se ce l’hanno - la pensione. Altrimenti lavorano. Gli amici? Sono tutti - o quasi - senza piccoli. Gli zii? Vivono altrove e/o sono nella nostra stessa situazione. Il welfare per le famiglie? Troppo poco. La solitudine delle coppie con prole è quasi tangibile. Fa quasi compagnia, tanto è ingombrante. Ci si abitua. A fare tutto da soli, nella migliore delle ipotesi: da soli in due. Nella peggiore, da sola. La mamma.

Se c’è una persona che rinuncia al lavoro è la mamma. Tanto guadagna meno. Se c’è una che prende il congedo quando il figlio sta male è la mamma. Se c’è una che si sacrifica è la mamma

Se c’è una persona che rinuncia al lavoro è la mamma. Tanto lei guadagna meno. Se c’è una che prende il congedo quando il figlio sta male è la mamma. Insomma, se c’è una che si “sacrifica” è la mamma. Il risultato? In Italia non lavora neanche il 50% delle donne in età attiva (paradossalmente è il dato migliore dal 1977). In Italia il gender pay gap è oltre la media europea. Il cosiddetto “carico di cura” continua a pesare come uno zainetto sulle spalle solo della madri. I padri che condividono l’impegno della gestione quotidiana dei figli sono pochissimi. Forse anche per tutti questi motivi in Italia nascono sempre meno bambini. Queste sono informazioni che negli ultimi tre anni ho ripetuto come un mantra in questa rubrica.

IL FATTORE "AMORE". Ma non ho mai segnalato un dato emerso nel mio rigorosissimo (si fa per dire) esperimento. L’emotività. Il senso di colpa. L’amore. Il legame. Il sangue. Perché tante donne decidono di non lavorare e rimanere a casa con i figli (se possono permetterselo)? Forse da un lato perché il loro è un salario accessorio, come ho sempre raccontato qui. Ma anche perché “lasciare” un figlio di pochi mesi o pochi anni e vederlo poche ore al giorno è difficile a livello emotivo (oltre che costoso a livello economico). Questa sensazione, questa mancanza, probabilmente fanno parte di quel “carico di cura” descritto nelle ricerche. Le donne sono atavicamente e culturalmente abituate a curare, amare, supportare e sopportare. Credo sia molto “femminista” ammetterlo, anche se non mi interessa essere considerata “femminista”.

ALLA RICERCA DI UN PIANO C. Insomma, il vero dato emerso dai miei cinque giorni di singletudine è il cuore, probabilmente, il sangue: «Amo mio figlio e vorrei stare solo con lui». Insomma, messa così, sembra una strada senza uscita. E il famoso Piano C nato a Milano qualche anno fa un miraggio. Del resto se una madre lavora e riesce a essere soddisfatta della propria professione trasmette serenità ai figli, le entrate economiche possono garantire stabilità, probabilmente anche un migliore percorso scolastico. Sono diverse le ricerche che confermano che la maggior parte dello stipendio delle mamme viene utilizzato per l’alimentazione e per l’istruzione dei figli. Benefici non da poco. Ma il dilemma resta. Lavoriamo? (Piano A). Ci sentiamo in colpa: “togliamo” tempo ai nostri figli. Non lavoriamo? (Piano B): siamo delle poverette fallite e senza una lira. L’equilibrio fra vita e lavoro, la conciliazione, il work life balance delle ricerche, il piano C insomma, sono possibili nel nostro arretrato Paese? Forse sì, aziende illuminate ce ne sono. Luoghi speciali e “avanzati” come Piano C esistono. Ma sono - ancora - per poche, fortunate, mamme lavoratrici. E papà lavoratori.

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