Mafia Montanari
11 Agosto Ago 2017 1800 11 agosto 2017

Foggia: dentro la "mafia dei montanari", dalle faide alla politica

Territorio dai pedinamenti difficili. Copertura telefonica scarsa. Omertà della popolazione. Nessun pentito. Così si muovono gli invisibili delle cosche nel Gargano. Tra crimini e affari coi palazzi del potere locale.

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«Non possiamo aspettare il morto, come sempre succede in Italia, per dire che a Foggia c'era la criminalità e nessuno lo aveva detto». Così parlo l’ex questore di Foggia Piernicola Silvis il 27 e 28 giugno del 2014 davanti dalla commissione del Senato presieduta da Doris Lo Moro che indagava sulle intimidazioni agli amministratori locali. Tre anni dopo i fatti si sono incaricati di far suonare le parole di Silvis come una profezia. Due uomini che nulla c’entravano con la guerra di mafia in corso nel Gargano sono caduti sotto i colpi di un fucile d’assalto e ora il Foggiano e le sue cosche occupano le prime pagine dei giornali.

ASCESA DEI NUOVI CORLEONESI. A sancire che oggi la faida del Gargano debba essere una «questione nazionale» è stato lo stesso ministro dell’Interno Marco Minniti. Al solito l'annunciata risposta «durissima» prevede reparti speciali (192 uomini in più) e addirittura droni. Ma c’è chi a denti stretti ammette che servirebbero più che altro bravi investigatori e magistrati preparati, perché di fronte lo Stato si troverà un gruppo criminale che tanto ricorda i corleonesi di Totò Riina ai tempi dell’ascesa da «viddani» (i villani) a mafiosi di rango all'assalto di Palermo. Prima facendo "cantare" le armi e poi andandosi a sedere al tavolo degli appalti da Nord a Sud.

Silvis lanciò l’allarme sull’emersione della cosiddetta «società foggiana» che si è imposta tra rapine a portavalori e autobombe. In Puglia la presenza della sacra corona unita (Scu) ha messo in ombra tutti gli altri movimenti criminali, ma, puntualizzava il procuratore della Direzione nazionale antimafia (Dna) Francesco Mandoi in una delle relazioni annuali, «Il quadro della criminalità organizzata pugliese si presenta quanto mai variegato, essendo del tutto inappropriata l'identificazione dell'associazione mafiosa comunemente nota come “sacra corona unita” con tutta la criminalità di tipo mafioso operante sul territorio della regione».

BOSS CHE AGISCONO SOTTOTRACCIA. Se la Scu, geograficamente confinata alla zona del Salento e dedita soprattutto al supporto di altre organizzazioni come ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra, si è inabissata, sottotraccia, nonostante attentati dinamitardi, fuochi d’artificio per i boss usciti dal carcere e assalti in pieno giorno ai portavalori, si sono fatte strada le cosche del Foggiano. I nomi sono gli stessi da tempo: in città i Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino e i Trisciuoglio, che costituiscono la «mafia di Capitanata». Più a Est i protagonisti della strage del 9 agosto 2017: i Romito, i Li Bergolis, i Notarangelo, i Gentile, i Ricucci, i Martino e i Di Claudio-Mancini.

I clan in provincia di Foggia (Fonte: Direzione investigativa antimafia).

Questi ultimi sono quelli che gli investigatori hanno definito da tempo come «mafia dei montanari». Al suo interno la faida è esplosa tra i Li Bergolis e i Romito, in particolare dopo una indagine in cui i Romito furono indicati quali confidenti della polizia in danno degli stessi Li Bergolis. Nelle sentenze di primo e secondo grado (che si concluse nel 2009) il ruolo di confidenti fu sottolineato e il 21 aprile del 2009 Franco Romito venne ucciso.

L'80% DEGLI OMICIDI RIMASTO IMPUNITO. A settembre dello stesso anno scampò a un attentato Mario Luciano, poi ammazzato il 9 agosto 2017. Tuttavia per i giudici il fatto che i Romito fossero confidenti escludeva la loro mafiosità. Solo una frangia del clan Li Bergolis venne riconosciuta come mafiosa negli anni successivi. Ma la scia di sangue che contraddistingue le faide interne ai clan piantò le radici almeno 30 anni fa. Il procuratore nazionale antimafia ha ricordato ai microfoni di Radio 1 che in tre decenni sono avvenuti «300 omicidi, di cui l’80% è rimasto impunito». Fino a oggi però la mafia foggiana è stata considerata una mafia di serie B, anche nelle aule della giustizia italiana.

L'auto usata per l'agguato a Foggia.

Tuttavia nel tempo le dinamiche criminali si sono sviluppate e dalle forme più arcaiche si è arrivati alla modernità. Scrive Franco Mandoi, magistrato della Direzione nazionale antimafia che ha firmato il capitolo dell’ultima relazione annuale sulla criminalità organizzata pugliese: «Le organizzazioni mafiose operanti nel territorio in esame, pur presentandosi frammentate e prive di un vertice aggregante, evidenziano una solida strutturazione interna, forte senso di autodisciplina, capacità di programmare e attuare strategie criminali».

ZONA DI OMERTÀ E ILLEGALITÀ DIFFUSE. E ancora: «Un elemento di supporto alla solidità di tali organizzazioni e alla loro impenetrabilità deriva dal contesto civile della zona, caratterizzata da arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa. Sembra quasi impossibile che da tale contesto si sia sviluppata una criminalità mafiosa moderna e flessibile, vuoi riguardo gli obiettivi che si prefigge, essenzialmente finalizzati a infiltrarsi nel tessuto economico-politico-sociale, vuoi riguardo i modelli relazionali».

Una mafia con regole di vendetta e di punizione mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali

RELAZIONE DELLA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA

Si parla di «una mafia proiettata verso il più moderno modello di “mafia degli affari”, ma che trae la sua forza dalla capacità di coniugare la sua proiezione più avanzata con i tradizionali modelli culturali del territorio, prima tra tutti l’omertà; nonché con una metodologia di imposizione delle proprie regole all’interno e all’esterno dei gruppi basata sulla forza che si trasforma in ferocia; con regole di vendetta e di punizione mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali».

MICIDIALE MIX TRA ARCAICO E MODERNO. Un connubio tra modernità, lungimiranza e metodi arcaici definito da Mandoi «micidiale» che porta «un capillare controllo del territorio, ottenuto e consolidato con una lunga scia di sangue e anche con un numero impressionante di “lupare bianche” (omicidi con occultamento del cadavere, ndr), su cui gli inquirenti del distretto stentano a far luce: nessun apporto collaborativo da parte della popolazione; assenza di collaboratori di giustizia; morfologia ostile del territorio che spesso non consente neanche normali servizi di pedinamento, di osservazione e, talvolta, neanche di attività tecniche, non essendo il territorio integralmente coperto dai servizi di telefonia».

Del resto per comprendere che aria tira anche all’interno dei palazzi della politica locale sono sufficienti le parole di Pierpaolo D’Arienzo, neo sindaco di Monte Sant’Angelo, a una quarantina di chilometri dal teatro dell’agguato di San Marco in Lamis. Il comune del Foggiano è appena uscito dal commissariamento dopo lo scioglimento dell’ente per le infiltrazioni mafiose: «Ho chiesto immediatamente alla prefettura di collaborare con me e abbiamo già avuto due incontri, quindi ogni 15 giorni io vado dal prefetto per aggiornarlo sulle attività dell'ente».

TENTACOLI NELLE ISTITUZIONI. Ma non basta, perché la normativa sullo scioglimento si abbatte esclusivamente sull’organo politico: «Da quanto mi diceva il prefetto», ha detto D’Arienzo davanti alla commissione parlamentare antimafia il 26 luglio, «elementi appartenenti alla macchina amministrativa sono tuttora presenti e hanno addirittura funzioni di responsabili di settore, per cui dobbiamo inevitabilmente avviare un'operazione di allontanamento attraverso una rotazione o l'impiego in altro campo».

COLLUSIONE DAL 2012 IN POI. Dalla montagna ai banchi del comune, il passo è breve: nella relazione del ministero redatta in seguito allo scioglimento del Comune si legge dei legami «di uno degli assessori dimissionari con la locale consorteria, legami che in nessun modo possono essere ritenuti occasionali, attestati dalla partecipazione dell’amministratore a una ricorrenza personale celebrata da un noto esponente malavitoso». Rapporti, quelli tra esponenti politici e funzionari amministrativi con la criminalità, che si sarebbero susseguiti dal 2012 in avanti. Non a caso nello stesso carteggio compare proprio il «clan dei montanari».

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