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15 Agosto Ago 2017 0900 15 agosto 2017

Il caso Kappler, i sospetti sull'evasione di Ferragosto

Il colonnello nazista condannato per l'eccidio delle Fosse Ardeatine fuggì dal carcere Celio nel 1977 e morì un anno dopo in Germania. Per molti non si trattò di un'azione rocambolesca ma di un favore agli "amici" tedeschi.

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Ferragosto 1977: una Roma assolata e deserta, 40 anni fa, è teatro di una fuga clamorosa che incendia l’estate politica italiana. Il colonnello Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, con l’aiuto della consorte Annelise, fugge dall’ospedale militare del Celio nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Secondo una prima versione i dettagli della fuga sono rocamboleschi, da film hollywoodiano: la moglie avrebbe chiuso Kappler, minato e indebolito da un cancro al colon, in una valigia calandolo poi da una finestra. A bordo di una Fiat 132 rossa il prigioniero più importante detenuto in Italia avrebbe proseguito il suo viaggio per raggiungere il confine e trovare quindi rifugio in Germania, a Soltau, dove muore l’anno successivo, il 9 febbraio del 1978. La vedova, che nel frattempo ha venduto migliaia di copie delle sue memorie, assicurerà che l’ex Ss in punto di morte si era pentito dei suoi peccati e della strage compiuta il 24 marzo del 1944.

IL SOSPETTO DEI RADICALI. L’Italia è scossa da polemiche roventi per un’evasione che ha il sapore della beffa: il governo Andreotti riesce a galleggiare nella tempesta, arginando il terremoto con la sostituzione del ministro della Difesa Lattanzio il quale alla Camera, dopo la fuga di Kappler, aveva fornito risposte da tutti ritenute insufficienti. Si concretizza da subito il sospetto, avanzato con forza dai Radicali italiani, che nel piano di fuga del colonnello ci sia stato lo zampino dei soliti Servizi segreti. Un favore sottobanco agli amici tedeschi, che da tempo reclamavano la grazia per Kappler. Dalla Germania federale arrivavano da anni, infatti, sollecitazioni affinché il prigioniero, ormai in fin di vita, fosse liberato. Un provvedimento di clemenza veniva però ritenuto impossibile nel clima politico dell’epoca. Tuttavia era stato consentito a Kappler di lasciare il carcere militare di Gaeta, dove si trovava rinchiuso dalla fine della Seconda Guerra mondiale, per essere ricoverato al Celio.

Kappler si era macchiato dell’infamia delle Fosse Ardeatine, applicando in modo spietato la rappresaglia annunciata dai tedeschi dopo l’attentato compiuto dai partigiani gappisti in via Rasella a Roma, dove perirono 33 soldati della XI compagnia del Terzo Battaglione delle Ss Polizei Regiment Bozen e un bambino di appena 11 anni, Piero Zuccheretti (alcune fonti parlarono di cinque civili morti). La legge della rappresaglia prevedeva appunto l’esecuzione di 10 prigionieri per ogni militare tedesco ucciso. Vennero uccisi così 335 italiani, in maggioranza civili ed ebrei.

LE ACCUSE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME. Kappler fu condannato come responsabile della strage il 20 luglio del 1948. Il colonnello godeva di cattiva fama anche presso gli stessi nazisti: Eugen Dollmann, il diplomatico tedesco che intratteneva a Roma rapporti col Vaticano per ordine di Himmler e che cercò invano di fermare la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, lo considerava spietato, un algido esecutore di ordini. Proprio quella di avere obbedito a una legge di guerra militare eseguendo gli ordini stabiliti fu la difesa di Kappler durante il processo, la stessa utilizzata anni dopo dal capitano Erich Priebke, rintracciato e arrestato in Argentina nel 1994. Un’azione civile fu intentata dai familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine anche contro i partigiani responsabili dell’attentato di via Rasella che furono però assolti, ritenendo i giudici che l’agguato ebbe «carattere obiettivo di fatto di guerra» e che i suoi autori erano «degni del pubblico riconoscimento, che trae con sé la concessione di decorazione al valore».

Il sacrario delle Fosse Ardeatine.

Ma torniamo alla fuga: la vicenda si inquadra in una fase in cui l’Italia ha estrema necessità dell’appoggio della Repubblica federale tedesca per la concessione di un consistente prestito di denaro. E dalla Germania fin dagli Anni 60 giungevano pressioni per la liberazione del detenuto Herbert Kappler. Il primo atto fu la lettera ad Aldo Moro nel 1965 della Lega dei rimpatriati tedeschi, un’associazione di ex prigionieri tedeschi, soprattutto provenienti da campi di prigionia sovietici con la quale si auspicava un provvedimento di grazia a favore di Kappler. Anche l’associazione dei reduci tedeschi nello stesso periodo chiese pubblicamente la «liberazione dell’ultimo prigioniero di guerra tedesco». In questo clima si giunge al decreto firmato da Forlani nel 1976 che sospendeva la pena per Kappler e autorizzava il suo trasferimento al Celio. Non va dimenticato inoltre che Andreotti aveva in programma per il 19 agosto del 1977 (quattro giorni dopo la fuga dal Celio) un incontro ufficiale con il Cancelliere tedesco Schmidt. Era in agenda anche il caso Kappler? Non lo sapremo mai perché il colloquio fu rinviato e quando si tenne, quattro mesi dopo, si parlò degli investimenti tedeschi su suolo italiano.

«LIBERATO SOTTOBANCO DA DC E PCI». A parlare apertamente di «fuga di Stato» fu il radicale Mauro Mellini, che ha ribadito la sua tesi anche 20 anni dopo la vicenda in un’intervista al Giornale: «L'ex tenente colonnello delle Ss Herbert Kappler non fuggì. È stato liberato sottobanco da un accordo fra la Dc e il Pci». Mellini nella sua ricostruzione dei fatti si basava su un elemento molto concreto: «Nel '76 l'allora ministro della Difesa, Arnaldo Forlani», spiegava, «aveva firmato il decreto che concedeva a Kappler la sospensione della pena per motivi di salute. La procura della Repubblica di Roma aveva già emesso il provvedimento di scarcerazione. Questo decreto però fu tenuto nascosto per oltre un anno, fino al giorno seguente alla fuga di Kappler. Il provvedimento aveva ottenuto naturalmente il placet del Pci, ma questo non poteva essere detto...». Una vicenda intricata, che si concluse con la fuga in valigia, «l'unico modo», sosteneva ancora Mellini, «per sgomberare dalla cattiva coscienza nazionale quell'uomo».

IL MINISTRO LATTANZIO CAPRO ESPIATORIO. Fu la stessa Annelise Kappler, nel 2007, 30 anni dopo la fuga di Ferragosto, a cambiare la versione della valigia, tesi alla quale del resto in pochi avevano creduto, in un’intervista al settimanale Oggi. «Avvolsi il colonnello in una coperta e lentamente ci avviammo per le scale, scendendo un gradino alla volta, senza fare il minimo rumore. Giunti in macchina, distesi mio marito sul sedile posteriore e lo coprii con la coperta. Era quasi l’una di notte e io sapevo di poter contare su almeno sette ore di vantaggio: fino al controllo mattutino del prigioniero». La sorveglianza era stata allentata. Per ordine di chi? L’allora ministro della Difesa Lattanzio, interpellato anche lui a 30 anni dall’episodio, ovviamente preferì glissare: «Non sono mai riuscito a sapere con esattezza se fu Moro, Andreotti o Forlani a darlo. Ricordo solo che in quelle ore il governo fu preso dal panico e io pagai per placare l'ira popolare».

Il libro di Anneliese Kappler, moglie dell'Ss.

Il giornalista Paolo Guzzanti ricordando quei fatti fa notare che pagarono veramente solo carabinieri semplici, cui forse la “disattenzione” in quella fatidica notte era stata ordinata dall’alto. «Il clima», ricorda il documentarista Enzo Cicchino, «era come quello di Notorius, il film di Hitchcock che racconta la storia dei nazisti rifugiati in Brasile con i loro intrighi. C’era l’organizzazione Spinner, l’organizzazione Paladin. L’Europa e il mondo erano pieni di questi personaggi e di queste reti». Qui possiamo aggiungere l’organizzazione Gaeta, che era quella che sosteneva dalla Germania i detenuti nazisti che erano rinchiusi in Italia, come Kappler e Reder, nella fortezza di Gaeta. Su tutto questo governavano poi i servizi segreti ufficiali, allora non era ancora nato il SISMI, sorto dalla riforma del 1978, l’anno successivo. I servizi segreti erano a loro volta strettamente connessi con i carabinieri».

CICCHINO: «UN PIACERE ALL'AMICA GERMANIA». «Io da giornalista», continua Cicchino, «posso dire che allora fummo sicuri e oggi resto ancora sicuro che l’Italia chiuse un occhio. Si trattava di fare un piacere all’amica Germania, ossia alla Repubblica Federale tedesca, in un clima di guerra fredda, alleanza militare, servizi segreti strettamente unificati fra di loro. Di qui è facile intuire che probabilmente c’era un consenso del governo italiano che si era reso conto di questa necessità diplomatica alla quale comunque non si poteva dire di sì apertamente. C’era il comandante dei carabinieri Mino, che io ricordo benissimo e che poi morì in maniera tragica, qualche tempo dopo, una pala di un elicottero gli tagliò di netto la testa. Era un uomo della P2, come molti altri protagonisti di questa vicenda, anche se allora la P2 non era nota. Questo comandante dei carabinieri ordinò una inchiesta che si risolse con una volata di stracci perché furono solo dei brigadieri semplici, forse un maresciallo, che pagarono per la loro disattenzione…».

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