Energia Elettrica
4 Settembre Set 2017 1511 04 settembre 2017

Cassazione, l'energia elettrica non è un bene indispensabile alla vita

Condannata una donna pugliese che aveva chiesto clemenza per essersi allacciata abusivamente alla rete a causa delle sue condizioni difficili: sotto sfratto, disoccupata e con una figlia a carico incinta.

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Niente da fare per Concetta C., una signora di 45 anni residente a Francavilla Fontana, in provincia di Lecce, che aveva chiesto clemenza per essersi allacciata abusivamente alla rete elettrica a causa delle sue condizioni «precarie e faticose». L'elettricità non è un bene «indispensabile alla vita» e chi si allaccia abusivamente alla rete sostenendo di non poter pagare la bolletta non può essere "scusato" per aver agito spinto dallo «stato di necessità». La Corte di Cassazione ha quindi confermato la condanna per furto di energia nei confronti della donna, che aveva dichiarato di essere sotto sfratto, disoccupata e con una figlia a carico incinta.

L'ELETTRICITÀ PROCURA «AGI E OPPORTUNITÀ». Per i giudici supremi, tuttavia, l'elettricità procura «agi e opportunità», ma non poterne usufruire non mette a rischio la vita della persona. L'esimente dello stato di necessità, infatti, «presuppone il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non scongiurabile se non attraverso l'atto penalmente illecito, e non può quindi applicarsi a reati asseritamente provocati da uno stato di bisogno economico, qualora ad esso possa comunque ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti».

NESSUN PERICOLO PER LA PERSONA. Nel caso affrontato dalla Cassazione, spiega la sentenza, «la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita nel senso sopra specificato. Infatti, l'energia elettrica veniva utilizzata anche per muovere i numerosi elettrodomestici della casa».

RICORSO CON MOTIVI PRETESTUOSI. La Corte d'Appello di Lecce aveva leggermente ridotto la pena comminata a Concetta, dichiarando tuttavia sussistente l'aggravante di aver agito in maniera fraudolenta, dal momento che anche quando l'allaccio avviene «senza rompere o trasformare la destinazione del cavo», si tratta sempre di un allaccio abusivo e come tale compiuto con l'intenzione di realizzare una frode . La donna è stata anche condannata dalla Cassazione a pagare 2 mila euro di multa alla cassa delle ammende, per la pretestuosità dei suoi motivi di ricorso.

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