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CANNOLI
5 Settembre Set 2017 0928 05 settembre 2017

Il cannolo dolce della mafia? La Norvegia ci ha solo copiati

Se la definizione è una bufala siamo noi ad averla cucinata. Ma tra articoli, scene de Il Padrino e pasticceri creativi sconfiggere il cliché non sarà facile: una condanna per associazione dolciaria appare inevitabile. Il resto sono cassate.

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Dopo i Cannoni di Navarone, un altro emozionante kolossal bellico: i Cannoli di Corleone. Se il primo vedeva fronteggiarsi inglesi e tedeschi nelle Cicladi durante l’ultima guerra, il secondo ha contrapposto Italia e Norvegia nell’accidentato arcipelago dei cliché nazionali: casus belli, la definizione dei cannoli siciliani come «Mafiakaeker», dolci della mafia, sul blog della tivù di stato norvegese. La notizia ha scatenato dall’Italia un vero e proprio fuoco di sbarramento su media e social contro gli ottusi e sotto sotto xenofobi scandinavi; il blog Globalist Syndication ha insinuato che si trattasse della meschina vendetta di un giornalista «biondino slavato» per il due di picche ricevuto da una bruna bellezza siciliana. Se la riottosa maliarda esiste davvero, dev’essere specializzata in giornalisti, comprese firme impegnate di Repubblica come Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo, che nel 2014 hanno preceduto i colleghi di Oslo con l’articolo «Quando Cosa Nostra si siede a tavola», in cui si indicano i cannoli come i dolci preferiti dai boss.

«COSA NOSTRA ALLA MANDORLA». Striminzito il corredo di prove: una cinematografica, i cannoli avvelenati che uccidono don Altobello nel Padrino atto III, una reale ma non del tutto calzante, il vassoio di cannoli recapitato a Totò Cuffaro in occasione della condanna a cinque anni per favoreggiamento semplice, e non mafioso. Ma il pezzo fu ripreso, fra i tanti, dal noto blog gastronomico Dissapore, con tanto di foto segnaletica del cannolo. Insomma: se il binomio mafia-cannoli è una bufala, siamo noi ad averla lanciata. Non sono una bufala, invece, i dolcetti «Cosa nostra alla mandorla» e «Mafiosi al pistacchio» confezionati a Taormina da Roberto Chemi, il «Cannoli Wizard» lodato un anno fa da Amy E. Robertson di Vice («li ho chiamati così perché sarebbe bello poter distruggere la mafia a morsi», ha chiarito Chemi alla giornalista americana): evidentemente sono sfuggiti all’occhiuto Minculpop mediatico che difende il buon nome della pasticceria siciliana.

Tanti auguri, perché sarà molto più difficile neutralizzare i cannoli di Corleone che i cannoni di Navarone. Ad averli piazzati stabilmente nell’immaginario mondiale c’è l’immortale «lascia la pistola, prendi i cannoli» intimato da Peter Clemenza al suo sgherro nel Padrino (il primo), dopo un’esecuzione: li aveva comprati per la moglie, e la famiglia per un mafioso viene prima di tutto. «Un intero manifesto etico in sei parole», secondo la saggista Sarah Vowell, che ha addirittura intitolato Take The Cannoli una sua raccolta di scritti sulla cultura popolare americana. Pare che la frase non fosse nella sceneggiatura e sia stata improvvisata dall’attore Robert Castellano, che interpretava Clemenza. Ed era nipote di un vero boss del clan Gambino, quindi non parlava a vanvera. Morale: una condanna per concorso dolciario in associazione mafiosa al cannolo non gliela leva nessuno. Il resto sono tutte cassate.

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