Rapidopala
5 Settembre Set 2017 1400 05 settembre 2017

Palazzolo e il filo che lega la strage del rapido 904 con l'omicidio di Borsellino

Il nuovo processo d'appello a Totò Riina potrebbe portare luce su due capitoli oscuri della storia Italiana. A partire dalle dichiarazioni di Brusca sul tesoriere di Cosa Nostra e l'arrivo dell'esplosivo dalla Thailandia.

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Bisogna partire dall’esplosivo, il Semtex, un tempo usato dall’Armata Rossa dell'Unione sovietica, e da chi lo ha portato in Italia, per capire quali novità potrebbero arrivare dal nuovo processo d’appello a carico di Totò Riina (il capo dei capi fu assolto in primo grado) come presunto mandante della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984. Certo, c’è lo sconforto dei famigliari delle vittime per un attentato che causò 16 vittime e 267 feriti.

GIUSTIZIA A RILENTO. La giustizia continua ad andare a rilento. Non ci sono nemmeno stati i risarcimenti per chi perse i propri cari in una delle “mattanze” più oscure dell’Italia del Dopoguerra. Ma il pensionamento del presidente della Corte Salvatore Giardini unito alla riforma Orlando del processo penale, potrebbe, nonostante l'istruttoria sia tutta da rifare, rivelare nuovi importanti dettagli su questa strage di mafia che vede come responsabile il boss Pippo Calò, condannato in via definitiva a due ergastoli, la camorra, con il clan Misso, e persino il terrorismo nero.

LA STRATEGIA DI COSA NOSTRA. È un incrocio su cui i magistrati di Palermo lavorano da anni. La strage del 904, infatti, come sostengono le commissioni parlamentari che negli anni se ne sono occupate, avrebbe fatto parte di una strategia più ampia di Cosa Nostra. Sarebbe stata il primo tassello di quella guerra che attraversò gli Anni 90 con gli attentati di Milano e Firenze, ma soprattutto, dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, con quella di Paolo Borsellino in via D’Amelio.

IL NODO DEL SEMTEX. C’è un filo nero che accomuna questa lunga scia di sangue che ha contrassegnato l’Italia per 10 anni, nel pieno del maxiprocesso per mafia di Palermo e delle indagini dei magistrati siciliani poi uccisi senza pietà con gli agenti delle scorte. E c’è un nome poco noto alle cronache che presto potrebbe tornare di attualità. È quello di Vito Roberto Palazzolo, legato all’esplosivo che fu usato per la strage del 904 - il Semtex, appunto - lo stesso che, secondo le carte processuali, fu utilizzato nell'attentato di Via D'Amelio il 19 luglio 1992.

Chi portò questo esplosivo in Italia? Nessuna procura lo ha davvero approfondito. A spiegarlo ci sono solo le testimonianze dei pentiti. Secondo Giovanni Brusca, detto lo scannacristiani, da anni collaboratore di giustizia, fu uno dei tesorieri della mafia meno conosciuti a introdurre il Semtex nel nostro Paese, ovvero quel Palazzolo, già presunto agente di AgustaWestland in Sudafrica, latitante tra elicotteri, vigneti, acque minerali e diamanti. Arrestato a Bangkok in Thailandia il 30 marzo 2012, ora al 41bis nel carcere di Opera, Palazzolo, alias Robert Von Palace Kolbatschenko, il nome con cui si era nascosto, è un testimone chiave per risolvere diversi misteri italiani, come spiegò il suo stesso avvocato dell’epoca, Baldassarre Lauria.

LA VERSIONE DI BRUSCA. Nel nuovo processo di appello a carico di Riina sul 904, Palazzolo potrebbe rispondere alle accuse che gli furono mosse proprio da Brusca più di 7 anni fa. L'8 dicembre 2010, Brusca raccontò un retroscena inedito ai pm di Napoli Sergio Amato e Paolo Itri nell’ambito della nuova inchiesta sulla strage del treno che diede poi il via al processo a Riina. «All’epoca della strage ero detenuto nel carcere di Busto Arsizio, in quanto nel settembre del 1984 ero stato arrestato nel maxi blitz di Cosa Nostra», raccontò Brusca. «Venni poi scarcerato dal Tribunale della Libertà nei primi mesi del 1985 e mandato al confino a Linosa. Nel 1986, durante una delle udienze del maxi processo, io ero libero, Pippo Calò e Antonino Rotolo, che invece erano detenuti, mi chiesero di far sparire del materiale esplodente che faceva parte di un arsenale che avevamo occultato a San Giuseppe Jato, e che aveva la medesima provenienza del materiale e della droga che erano stati rinvenuti nel casale vicino Roma, dove, nel 1985, era stato rinvenuto, dietro una parete, quell’esplosivo che era nella disponibilità di Calò e che venne poi ricollegato alla strage del Rapido 904!».

LA PISTA THAILANDESE. Da dove arrivava l’esplosivo? «Tale materiale», continuò Brusca, «ovvero sia quello rinvenuto nella disponibilità di Calò e sia quello che tenevamo nascosto a San Giuseppe Jato, e anche la droga, proveniva tutto dalla Thailandia, ovvero dall’estremo Oriente tramite il medesimo canale, Vito Roberto Palazzolo, attualmente latitante forse in Sudafrica. Calò e Rotolo mi fecero tale richiesta in quanto temevano che se il materiale esplosivo nascosto a San Giuseppe Jato fosse stato scoperto dalle forze dell’ordine, sarebbe stato possibile ricollegarlo al materiale rinvenuto a Poggio San Lorenzo, accertandone la medesima provenienza, la qual cosa avrebbe quindi consentito di ricollegare sia l’uno che l’altro arsenale a Cosa Nostra. Si trattava di bazooka, kalashnikov e anche di un discreto quantitativo di esplosivo che era contenuto in alcune latte di lamiera, munizioni e altro».

Vito Roberto Palazzolo, considerato il tesoriere di Cosa Nostra, arrestato nel 2012.

I rapporti tra Palazzolo e la Thailandia, dove è stato arrestato, sono confermati anche dalle carte del maxi processo. Nel procedimento portato avanti da Falcone e Borsellino rientrava appunto la pista del traffico di stupefacenti tra Bangkok-Roma-Palermo, il cui terminale in Thailandia veniva identificato nel cittadino cinese, soprannominato dai sodali italiani «il cinese», Koh Bak Kin.

IL RUOLO DEL «CINESE». Si trattava di una struttura che a cavallo degli Anni 70 e 80 aveva reso una fortuna al clan mafioso di Rosario Riccobono, smantellato, almeno nella sua dimensione transnazionale, dai mandati del pool del maxiprocesso. E se Koh Bak Kin era il terminale di Cosa Nostra in Thailandia, il «capo dei capi» di quella organizzazione con base in Oriente era un altro cittadino cinese: Chang Chi Fu. Il racconto di Koh Bak Kin ai giudici di Palermo è custodito in ben otto faldoni degli atti del maxi-processo, e i giudici del pool scrissero a chiare lettere che Kin rivelò una minima parte di ciò che sapeva.

L'INCONTRO CON «ROBERTO» A ZURIGO. Ma fu proprio lui a riconoscere in Ventimiglia Antonio, nato a Terrasini il 23 luglio del 1946, l’autista della Mercedes chiara a bordo della quale vi era quel «Roberto» che a Zurigo gli aveva consegnato la somma di circa 700 mila dollari come acconto su un carico di eroina. Anche Palazzolo è nato a Terrasini. Kolbathschenko potrebbe partire proprio da qui per raccontare la sua storia e quella dei tanti misteri d’Italia.

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