ROMEOROMEI
9 Settembre Set 2017 1800 09 settembre 2017

Amianto, la strage silenziosa tra i dipendenti della Marina militare

Operai, soldati e anche sergenti di leva come Giovanni, morto di mesotelioma a 35 anni dall'esposizione. Le vittime accertate dalla procura di Padova sono 1.000. Ma il bilancio potrebbe essere più drammatico.

  • ...

Giovanni era una persona sportiva, iperattiva, marito e padre di due figli. Di lavoro faceva l'agente di commercio. Nel 2008 gli hanno diagnosticato una ascite, di lì il ricovero al Gemelli di Roma. I risultati della biopsia inviati dal Centro tumori di Milano non hanno lasciato speranze: mesotelioma peritoneale maligno. Una malattia amianto correlata, esattamente come il più frequente mesotelioma pleurico. Per lui, commerciante, l'esposizione killer doveva per forza risalire a 30 anni prima, quando da sergente di leva nella Marina prestò servizio come ecogoniometrista per 18 mesi «maledetti» - dal 27 marzo 1979 al 30 settembre 1980 - sui due sommergibili lascito degli Usa Gazzana e Romeo Romei di base a Taranto. Mezzi «imbottiti di amianto», racconta a L43 la figlia Renata, «poi distrutti per questo negli Anni 90».

«SEMBRAVA PLASTILINA». «Mio padre raccontava di una polverina grigia con la quale giocava, come fosse plastilina», ricorda Renata, «di solito le particelle di amianto si respirano, lui le aveva anche inghiottite. Di lì il mesotelioma al peritoneo». Questo tipo di tumore non lascia scampo. Dopo parziali miglioramenti e recidive, Giovanni «si è arreso alla malattia» il 20 agosto 2013 a 60 anni, 33 anni dopo l'esposizione. In un primo momento l'uomo è stato dichiarato vittima del dovere e alla moglie e al figlio più piccolo riconosciuto il vitalizio. Ma a Renata allora 28enne no, perché secondo la Marina militare già lavorava quando il padre si era ammalato. È cominciata quindi una «battaglia personale», sottolinea lei, al fianco dell'Osservatorio nazionale amianto guidato dall'avvocato Ezio Bonanni il quale ha chiesto e ottenuto per lei non solo l'accoglimento della liquidazione delle prestazioni come orfana di vittima del dovere, ma anche l'equiparazione a fini previdenziali alle vittime del terrorismo.

Una foto di Renata bimba col padre Giovanni.

Renata ora continua la «sua battaglia» per sostenere, dice, «le famiglie dei malati e gli orfani dell'amianto a ottenere il riconoscimento dei loro diritti ed equipararli alle vittime del terrorismo». Il pericolo dell'esposizione, aggiunge, «era noto ben prima del 1992 quando l'amianto venne messo al bando. E invece i militari e anche i soldati di leva come mio padre erano lasciati a operare senza alcuna protezione. Taranto è un inferno in terra».

IL CARTEGGIO «RISERVATISSIMO». Che la Marina militare fosse a conoscenza almeno dal 1969 del rischio a cui esponeva i suoi uomini nell'arsenale di Taranto è dimostrato da un carteggio classificato «riservatissimo» che contiene il primo screening su 269 lavoratori realizzato dai professori di Medicina del Lavoro di Bari. Il documento, pubblicato dal quotidiano La Rinascita nel 2013, è emerso nel processo in corso a Padova per alcuni militari morti di mesotelioma. Dallo screening di quasi 50 anni fa 27 tra carpentieri, saldatori, foratori risultarono affetti da mesotelioma o asbestosi, 42 erano invece i casi dubbi. Le categorie più a rischio il saldatore e il carpentiere in ferro, mentre l’età media di rischio esposizione risultava di 28 anni.

«I primi risultati dello studio epidemiologico-statistico effettuato dall'Istituto di Medicina del Lavoro dell'Università di Bari fra operai addetti a vari tipi di lavorazione in ordine al rischio dell'asbestosi», scriveva a fine 1969 la direzione Sanità della Marina alla direzione generale dell'Arsenale di Taranto, «hanno delineato una situazione di effettivo pericolo nei confronti di diverse categorie di lavoratori direttamente addetti alla manipolazione dell'amianto o indirettamente esposti alle inalazioni della relativa polvere». E ancora: «È verosimile attendersi l'evidenziazione di altri casi».

Lo studio, fatto «per campione al solo scopo di contenere la spesa entro i limiti dei fondi stanziati per l’assistenza sanitaria agli operai», doveva quindi restare «riservatissimo». A garantire la segretezza dei risultati non fu solo la Marina ma per prima l'equipe di medici che ne aveva proposto la realizzazione in collaborazione con la Clinica del Lavoro di Milano, dove si stavano già conducendo indagini simili nell’Arsenale di La Spezia con l'Istituto di Medicina del Lavoro di Genova. Il team barese aveva infatti dato ampie rassicurazioni circa «il carattere squisitamente scientifico di tali indagini», i cui risultati non sarebbero stati forniti «a organizzazioni sindacali o politiche», ma sarebbero rimasti «a disposizione esclusivamente della Direzione di Sanità Militare Marittima».

«EVITARE ALLARMI INGIUSTIFICATI». Davanti alle percentuali segrete non certo rassicuranti, la Direzione Generale dell’Arsenale della Marina Militare-Direzione Lavori Generali si limitò a inviare una raccomandazione a Navalcostarmi in cui chiedeva di allontanare «dal posto di lavoro gli elementi più colpiti», un'azione che, veniva specificato, doveva essere «opportunamente differita nel tempo per evitare allarmi eccessivi e ingiustificati».

La giustizia lentamente sta facendo il suo corso. Mentre il processo Marina 1, partito dall'inchiesta del 2005 sulla morte di due miliari, è terminato con l'assoluzione degli accusati e con un risarcimento ai familiari prima della sentenza, il processo Marina 2 è in corso a Padova e vede alla sbarra 14 imputati. Inzialmente centrato su due vittime, ora i casi sono diventati centinaia. Ma quanti sono i morti per amianto nella Marina militare? Difficile fare una stima. Il V Rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi (Renam) parla di 621 casi nella Difesa. A fare un po' di luce la relazione della Commissione di inchiesta sull'uranio impoverito e altri rischi dello scorso luglio, in cui, a pagina 18 si legge: «Secondo quanto comunicato dalla Difesa, nel comparto si sarebbero verificati 126 casi di mesotelioma; dai dati raccolti dalla Procura della Repubblica di Padova le malattie asbesto correlate a carico di dipendenti della Marina Militare sono state 1101, di cui 570 mesoteliomi pleurici».

Numeri discrepanti che fanno pensare. Una risposta, come ha riportato La Repubblica, l'ha data l'ex pm Raffaele Guariniello, consulente della Commissione: l'Osservatorio epidemiologico della Difesa riceve informazioni relative ai nuovi casi di patologie diagnosticati al personale in servizio, mentre non ne ha alcuna circa quello congedato. Ipotesi di fatto confermata da Claudio De Angelis, il direttore dell’Osservatorio epidemiologico del Ministero della Difesa, che interrogato a riguardo dal presidente della Commissione Gian Piero Scanu, lo scorso 15 febbraio ammise: «Noi perdiamo i dati del personale in congedo [...]. Non abbiamo possibilità di monitorarlo. Non possiamo raccogliere i dati dal Servizio sanitario nazionale in modo automatico. Perdiamo di vista il nostro personale, una volta congedato, a meno che non faccia uso delle nostre strutture militari. Le nostre strutture militari poi comunicano all'Osservatorio…». Lettera43 ha contattato l'ufficio stampa della Marina militare per un commento senza però aver ottenuto ancora risposta.

UNA STRAGE SILENZIOSA. La lacuna dell'Osservatorio epidemiologico è grave soprattutto perché la malattia può manifestarsi anche a 30 anni di distanza dall'esposizione. Per Bonanni e l'Osservatorio, poi, il bilancio delle vittime va rivisto drammaticamente al rialzo. «Stimiamo che i casi non siano meno di 2 mila», dice l'avvocato, «solo la nostra associazione ne ha segnalati un centinaio». Una strage, l'ennesima, silenziosa e infinita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso