ROMAS
10 Settembre Set 2017 1500 10 settembre 2017

Roma tra sporcizia e degrado è una malata cronica

Monnezza, traffico, mezzi pubblici inadeguati. Vandali che deturpano monumenti e offendono l'arte. La Città eterna non si può curare. E i cittadini assistono fatalisti e sarcastici alla sua (e loro) discesa agli inferi. 

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A Roma, porca città, può succedere di tutto e nessuno si scompone: ratti nell'androne di un palazzo nobile, centurioni di cartone che hanno messo in piedi il business, cattedrali di monnezza, sgomberi e bombole, allagamenti e squarci, gente che tromba en plen air, frattaglie umane che sbucano dai cassonetti, baraccopoli alle porte delle sacre mura. E poi cortei quotidiani, furori senza direzione, tutto un digrignar di denti che si disperde nei trasporti che non trasportano, nel coma isterico del traffico. «Ma si guardi intorno», dice il tassinaro con l'insofferenza rassegnata, indolente di chi non ne può più ma ha capito che farsi il sangue cattivo serve a gnente, meglio un romanissimo resistere in apnea, contando alla rovescia verso il giorno della pensione.

UNA MALATA CRONICA. Roma balcanizzata, frantumata, malata cronica incurabile. «Fellini aveva previsto tutto», dicono i giornali che fanno i loro reportage, poco graditi alla nomenklatura attuale, la casta dell'anticasta, la banda degli honesti. Non solo Fellini, in realtà avevano già capito come andava a finire Goethe, madame de Staël, tutti quelli del Grand Tour e lo stesso Leopardi, assai poco entusiasta del suo viaggio: In «questa città che non finisce mai» non trovava niente, nessun brivido salvo che davanti alla tomba del Tasso, per il resto un disperato sprofondare in se stesso. «Andato a Roma, la necessità di conviver cogli uomini, di versarmi al di fuori, di agire, di viver esternamente, mi rese stupido, inetto, morto internamente. Divenni affatto privo e incapace di azione e di vita interna, senza perciò divenir più atto all’esterna. […] Divenuto così inetto all’interno come all’esterno, perdetti quasi affatto ogni opinione di me medesimo, ed ogni speranza di riuscita nel mondo e di far frutto alcuno nella mia vita».

Rifiuti per le strade di Roma lo scorso luglio.

Roma, grillina città. Qui, nell'honesto sbando degli inetti e dei furbacchioni che dovevano salvare il salvabile e anche ciò che andò perduto, gli apostoli della tabula rasa convertiti al più umiliante tirare a campare, fiorisce l'aneddotica esorcistica su quelli dell'Isis che «nun gnaa fanno a fare l'attentato», scornati dalle auto in quarta fila, dalle avarie degli autobus, navi spiaggiate nell'asfalto, dagli accampamenti in funzione di barriere, dai rifiuti solidi urbani che ridisegnano la città come un'atroce risorgenza postfuturista, dalle emergenze croniche, dai disservizi strutturali, dalle oscenità tracimanti, dal gran bordello che li convincerebbe: i barbari sono già arrivati, i barbari sono loro, andiamocene.

L'OFFESA CONTINUA. «Roma ha visto di tutto, supererà anche questa», si consolano i romani fatalisti. Ma "superare" a Roma, unica capitale dove si parla il vernacolo, troppo spesso vuol dire inglobare, fare un pieno di virus, di malattie senza vaccino, che diventano endemiche, che si uniscono in una mostruosa superpatologia capitale dove la violenza è nell'aria e la rinuncia si respira. Va di moda offendere i monumenti, cagare e pisciare nelle fontane, sui portali, addosso alle statue, tappa obbligata della ribellione demente scalare il Colosseo. Ultimo caso conosciuto un giorno fa: un balordo dall'aspetto lercio scavalca la rete, s'insinua. La gente lo incita, lo sospinge ed è questo a sconcertare, non il miserabile che vuole entrare. A cosa si deve questo cinismo incarognito, questo tanto peggio che esalta la plebe? A una vendetta data dalla sfiducia, alla recondita speranza che tutto salti, alla disperata fiducia nella distruzione creatrice, foriera d'una palingenesi? A un rincretinimento da webeti riscagliati nella vita reale? A un senso d'irresponsabilità pandemico, il feticismo dello sfascio allegro, senza imbarazzo?

IL ROTOLARE NELL'ABISSO. Il sito più popolare tra i millanta che si occupano della Città eterna si chiama «Roma fa schifo». Mette insieme miserie impensabili e a volte geniali, un rotolare nell'abisso che ormai dà esaltazione, il descensus ad inferos ha in sé qualcosa di epocale nella sua perennità, si è fatto fatale. I curatori della pagina sono colti come dei don Chisciotte un po' rompicoglioni, motivati ma infine patetici. Si stuferanno anche loro, la marea fognaria non ha argine, la risacca infame non perdona, logora, lascia masse di vergogna che sono più forti di qualsiasi volontà.

Roma derapata, fuori controllo. Lo sbandato ultimo a scassinare il Colosseo risulta essere un polacco di 30 anni, strafatto di cocaina, con in tasca un tirapugni. Uno pericoloso, insomma: la ggente, quella che protesta, che s'indigna, che nun ne può più, lo ha esaltato, apologizzato, daje che almeno tu ce la fai. Se è una vendetta contro la Giunta più pazza del mondo, è una rivalsa cretina. Se è un «muoia Sansone con tutti i filistei», è un incantesimo sterile. Il Colosseo, come qualsiasi altro metro di questa metropoli scrigno colma di bellezze e di nefandezze, non è più cosa di tutti ma, alla lettera, res nullius, rovina sulla quale rovinare, rovinarsi, pretesto d'infamia. Se l'imbecille oltre a scalare la rete avesse preso a picconare il travertino dell'anfiteatro, che faceva la ggente? Lo portava in trionfo, gl'invocava la cittadinanza onoraria?

SEGNALI SOTTOVALUTATI. Sono segnali come questi, sottovalutati, colti col sarcasmo allucinato di chi non ha più niente da vincere e da perdere, a manifestare meglio di qualsiasi analisi il livello di una civiltà ovvero la sua scomparsa. Le vestigia d'un antico impero violate senza difesa, il mirabile simbolo della città più famosa al mondo scalato da uno scarabocchio e la gente lo filma, lo adotta, fa il tifo.

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