Gentiloni
14 Settembre Set 2017 0800 14 settembre 2017

Il partito di Gentiloni 2018: da Napolitano a Confalonieri, i nomi

Re Giorgio, Mattarella, Bersani, Pisapia, Sala, Veltroni e Prodi. Ma anche il n.1 di Mediaset e Berlusconi. Oltre ai banchieri Bazoli e Guzzetti. Il premier piace a tanti. Però non vuole rompere con Renzi. Le trame.

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Il piano per mettere Matteo Renzi con le spalle al muro e fare di Paolo Gentiloni il nuovo leader del centrosinistra in vista delle elezioni politiche 2018 è già stato studiato nei minimi termini. Se ne parla (con garbo) da qualche settimana sui quotidiani. Si insiste sul risultato delle Regionali siciliane, il cui dato potrebbe rappresentare lo spartiacque del renzismo. Ma, come dicono a Palazzo Madama, «viene tutto fatto in maniera molto felpata, senza coltelli, perché Gentiloni non è uno che vuole farsi tirare per la giacchetta e non vuole rompere con Renzi».

NAPOLITANO TORNA A FARSI SENTIRE. Eppure il partito dell'attuale presidente del Consiglio è in movimento. E annovera i padri di Seconda e Terza Repubblica. Uno fra tutti, oltre all'attuale capo dello Stato Sergio Mattarella, è il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Quello che fu ministro degli Esteri del Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti è tornato a farsi sentire da alcuni mesi nelle stanze del potere romano.

Paolo Gentiloni e Giorgio Napolitano.

Napolitano ha ormai interrotto da tempo i rapporti con Renzi, per capirlo basta leggere gli ultimi editoriali che l'amico Emanuele Macaluso ha dedicato all'ex premier sulla sua pagina Facebook. È noto. La pietra tombale del rapporto è stata la sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre 2016.

UN NOME PER UNIRE I COCCI A SINISTRA. Re Giorgio e il sempre più attivo figlio Giulio vedono bene Gentiloni, anche perché proprio il mite ex ministro degli Esteri potrebbe essere il federatore della nuova sinistra, mettendo di nuovo insieme i cocci lasciati sul tappeto dal renzismo. Non è un caso che Renzi negli ultimi giorni abbia detto che le elezioni regionali in Sicilia di novembre 2017 non saranno un test nazionale.

Una sconfitta del Partito democratico, con risultati sotto il 10% e magari con il candidato Fabrizio Micari sotto il 15%, farebbero scattare le idi di marzo per il segretario del Pd. Se tracollo elettorale sarà, infatti, i notabili del Nazareno, in particolare la minoranza da Dario Franceschini fino ad Andrea Orlando passando per il governatore della Puglia Michele Emiliano, chiederebbero a Renzi di restare segretario e di abbandonare la speranza di tornare a Palazzo Chigi.

IL LEADER SILENZIONO CHE PIACE A TANTI. Le sconfitte alle Amministrative a maggio 2017, in particolare a Genova e in Toscana, unite a un crollo vertiginoso nei sondaggi, con la rinascita di Silvio Berlusconi e del centrodestra, fanno sentire puzza di bruciato agli stessi renziani. L'obiettivo è portare Gentiloni, leader silenzioso, forte nei sondaggi, come candidato alla presidenza del Consiglio, con una coalizione ampia che va da Pier Luigi Bersani fino a Sinistra italiana.

Pier Luigi Bersani e Romano Prodi.

La strategia ha il fiato corto, sostengono gli intenditori di politica romana. Perché Renzi ha vinto le Primarie e nel suo libro Avanti ha fatto intendere che vuole essere ancora al centro della politica italiana. Come semplice gregario? Improbabile. Oltretutto Gentiloni non è persona che ama giochi di questo tipo. Di rompere con Renzi non ne ha la minima voglia.

MOLTI RENZIANI NELLO STAFF DEL PREMIER. Nel suo team, come scrisse David Allegranti su Il Foglio, ci sono tanti renziani, dal capo staff Antonio Funiciello fino al portavoce Filippo Sensi. Gentiloni è poi molto amico di Ermete Realacci e Chicco Testa, alfieri del renzismo al momento - va detto - un po' distaccati. Le pressioni, però, si fanno sempre più insistenti. La fine della legislatura si avvicina. E sono tanti ormai gli uomini e le donne che tifano per il discendente dei nobili Gentiloni Silveri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi.

Innanzitutto, oltre all'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, c'è il nuovo primo cittadino milanese Beppe Sala, fra i primi a sponsorizzarlo a gennaio quando soffiavano le sirene renziane per andare al voto anticipato. Il manager di Expo 2015 si sta distinguendo nel capoluogo lombardo per buona politica. Piace. Ha già annunciato che si ricandiderà, i sondaggi vanno a gonfie vele, soprattutto decide in autonomia tenendo il Pd lontano dalla cabina di regia di Palazzo Marino.

LA FINANZA CHE CONTA SI È SCHIERATA. Ma Sala è molto di più che un sindaco. Nel deserto della politica è diventato un punto di riferimento del mondo economico del Nord Italia. È sostenuto soprattutto da Giovanni Bazoli, il presidente del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa (Sala è fidanzato con la figlia Chiara) e piace anche all'altro “orologiaio” del potere, ossia Giuseppe Guzzetti di Fondazione Cariplo.

Giovanni Bazoli.

Caso vuole che Alfredo Bazoli, deputato del Pd e nipote di Nanni, fu tra i primi a sostenere la permanenza di Gentiloni a Palazzo Chigi fino al 2018 sempre nei giorni in cui soffiavano venti di crisi sul governo. Anche Il Foglio, quotidiano vicino a Renzi, ha scritto che il partito gentiloniano esiste e lotta per sopravvivere al 2018.

ANCHE IL RINGIOVANITO SILVIO CI PENSA. Ne fanno parte alcuni ex leader del centrosinistra, come Valter Veltroni o Romano Prodi, ma pure Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset e principale referente dell'ex Cavaliere. A Silvio Berlusconi, ringiovanito e ringalluzzito dopo l'estate, non dispiace l'ex ministro delle comunicazioni del governo Prodi. E chissà che a risultato elettorale di stallo tra i partiti lo stesso centrodestra non possa proprio appoggiarlo come possibile presidente del Consiglio.

APPOGGIO DELLA CHIESA SUI MIGRANTI. Il mondo delle banche, dei sindacati, della finanza, l'appoggio della Chiesa e papa Francesco che ha lodato la linea dell'esecutivo sui migranti, chiudono il cerchio intorno al mite giocatore di tennis. Chi non fa parte della congiura? Massimo D'Alema. L'ex ministro degli Esteri continua una battaglia in solitaria. Ma potrebbe farsi sentire. Come sempre, diciamo.

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