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14 Settembre Set 2017 1024 14 settembre 2017

Sciarelli, il delitto di Noemi e la pornografia dell'orrore

Che senso ha mandare in onda la reazione dei genitori dell'omicida della ragazza alla confessione del figlio? Non è giornalismo. Solo cibo per gli intestini già infiammati degli italiani.

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Quale è il limite della pornografia televisiva? Fino a dove le ragioni dello share si possono spingere in un servizio che si dice pubblico? Se esistevano dei paletti la puntata di Chi l'ha visto? mandata in onda il 13 settembre non solo li ha superati: li ha sradicati.

PORNOGRAFIA DELL'ORRORE. Focus della trasmissione, e non poteva essere altrimenti, l'omicidio della 16enne di Lecce. Che tale è diventato quando il fidanzato di appena un anno più grande ha confessato di averla massacrata portando gli inquirenti nel luogo in cui aveva nascosto il cadavere. Fino ad allora, almeno nei familiari, era rimasta viva la speranza che la ragazza fosse scomparsa, fuggita da una relazione che definivano malata. Per questo, l'inviata di Federica Sciarelli aveva intervistato i genitori del 17enne. Mentre padre e madre difendono il figlio, gettando fango sulla ragazza scomparsa, la giornalista riceve via messaggio la notizia della confessione. «Hanno trovato Noemi», dice la giornalista in modo asettico interrompendo la filippica del padre, che ora risulta indagato perché sospettato di aver aiutato il figlio a nascondere il corpo.

LA REAZIONE DEI GENITORI SBATTUTA IN PRIMA SERATA. «È morta. Suo figlio dice di averla ammazzata». La scena che segue può essere lasciata all'immaginazione. Ma non per la trasmissione. Che decide di mandare in onda il servizio registrato nonostante tutto. Sì, registrato è bene sottolinearlo. «Immagini forti», «nemmeno noi lo sapevamo», balbetta Sciarelli da studio lanciano il "contributo". No, non sono immagini forti. La reazione scomposta di due genitori sbattuta in prima serata è pornografia del dolore. Non c'è altra definizione possibile.

Non c'è notizia. Non c'è "servizio". Ci sono solo disperazione, rabbia, urla, visi che si sciolgono in smorfie, pugni sbattuti sul tavolo dati in pasto a un pubblico che già sa. Sa che il ragazzo ha confessato, che quei genitori stanno in realtà offendendo una vittima. Senza saperlo, loro (su questo punto le indagini sono in corso). Una scena rilanciata come scoop pure sui social della trasmissione, con tanto di fotogramma dell'attimo della rivelazione. E che ha solo un effetto: accendere l'odio nello spettatore, come se ce ne fosse bisogno. Su Twitter in tempo reale qualche account di satira rilancia addirittura un meme della madre dell'omicida che grida: «La Gif per voi era d'obbligo: Siamo morti», è il commento. E cinguetta: «Si è ripartiti col botto». Non c'è molta differenza con la cronaca morbosa dei dettagli dello stupro di Rimini pubblicata e rivendicata da Libero e altri quotidiani. Pornografia e voyeurismo che lontani dal tutelare le vittime, le usano come arma per una battaglia ideologica. Politica. Di share e copie vendute.

IL PRECEDENTE DI AVETRANA. Chi l'ha visto? non è nuovo a porcherie di questo genere. Nel 2010 mentre Concetta Serrano, mamma di Sarah Scazzi, era in collegamento da Avetrana in studio arrivò la notizia del possibile ritrovamento del corpo. «Ha capito cosa sta succedendo?», chiese Sciarelli alla donna. «Se vuole interrompere il collegamento lo può fare in ogni momento». «Chiami i carabinieri, si metta in contatto con gli investigatori». Serrano era ormai ridotta a una statua senza reazioni, mentre le telecamere indugiavano sul suo volto-non volto. «È una notizia terribile, di grande imbarazzo, che non vorremmo mai dover confermare», andò avanti Sciarelli. Dimenticando che l'unico dovere che aveva in realtà era interrompere quell'obbrobrio in diretta per tutelare una vittima.

TRASH DELL'ORRORE. Questo non è giornalismo. Non è servizio né tantomeno è pubblico. È trash dell'orrore e del dolore, della disperazione, cibo per gli intestini infiammati dei telespettatori. Sono forconi virtuali dati in mano a una folla inferocita che ogni giorno, sui social e davanti ad altri schermi, invoca la pena di morte, la giustizia fai-da-te, la tortura. Nella "migliore" (sic) delle ipotesi, la tragedia e l'orrore diventano una gif, una presa in giro, un meme. O un costume di carnevale come accadde con «zio Michè».

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