I 400 colpi

Rettore Università
26 Settembre Set 2017 0917 26 settembre 2017

Se l'università, invece della meritocrazia, ti insegna il clientelismo

Il caso dei concorsi truccati è abietto: gli atenei dovrebbero essere un ineludibile passaggio formativo, non il luogo dove gli insegnanti sono il risultato di una selezione nepotista.

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C’è corruzione e corruzione. C’è reato e reato. E quelli perpetrati nel mondo universitario, se verranno confermati, sono particolarmente odiosi. Professori, il fior fiore dei tributaristi italiani, che pilotavano i concorsi per piazzare in cattedra i propri sodali: allievi, parenti, amici. Docenti di Diritto che tradivano per bassi interessi di bottega la materia che erano chiamati a insegnare. Il tutto condito da considerazioni sul «in Italia va così» che sono uno sfregio alla tanto sbandierata meritocrazia (quanti di loro avranno partecipato a convegni o scritto articoli in cui blandivano la magica parolina) oltre che un desolante piegarsi all’imperante morale tartufesca, alla miseria assolutoria del 'così fan tutti' che vorrebbe agli occhi della pubblica opinione trasformare il carnefice in vittima.

Un sistema, una cupola, una mafia organizzata delle cattedre governata da un ferreo regime spartitorio e divisa per bande con tanto di capibastone a organizzare e condizionare l’esito dei concorsi

Un sistema, una cupola, una mafia organizzata delle cattedre governata da un ferreo regime spartitorio e divisa per bande con tanto di capibastone a organizzare e condizionare l’esito dei concorsi. Perché, come recita una delle intercettazioni, «è un mondo di merda, e vince la logica del baratto». Che il fatto sia più grave dei purtroppo tanti episodi di corruttela della pubblica amministrazione dipende proprio dall’ambito in cui si è consumato, ovvero la scuola, luogo per eccellenza deputato al libero insegnamento e alla valorizzazione del merito. Negare questi valori significa venir meno al suo principio costitutivo, alla delicata e vitale funzione pedagogica che è chiamata ad assolvere.

IL TRADIMENTO DELLA SCUOLA. Ed il reato è doppiamente abietto, un po’ come gli abusi sessuali e la pedofilia in ambienti ecclesiastici. Abietto in sé e per il tradimento nell’assoluta trasparenza e correttezza propria della funzione educativa. La scuola, così come la Chiesa, sono insomma depositarie di un mandato fiduciario verso coloro che a esse si rivolgono. Uno manda i figli all’oratorio con la convinzione di fare una cosa utile alla loro crescita, non per essere abusati sessualmente dal cappellano o dal direttore del coro. Allo stesso modo si mandano a scuola nella certezza che sia un ineludibile passaggio nella loro formazione, e si vorrebbe che i loro insegnanti fossero il risultato di una selezione meritocratica non certo clientelare o nepotista.

Si scopre invece, nel caso in questione, che all’università non trovano in cattedra i docenti migliori, ma i più raccomandati. A occhio, e forse il ministro dell’Istruzione Fedeli dovrebbe prenderne buona nota, la questione pare infinitamente più seria del liceo breve o dell’uso dello smartphone in classe.

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