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Las Vegas
3 Ottobre Ott 2017 0920 03 ottobre 2017

A Las Vegas non importa mettere un'etichetta: è sempre terrorismo

Che a seminare morte sia un radicalizzato sul web o un bianco sociopatico non fa differenza: la matrice è un odio totalizzante. Alcuni lo invocano con il nome di un dio, altri solo con il crepitio di infinite raffiche di mitra dalla finestra di un hotel.

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Cinquanove morti, più di 520 feriti. Un Bataclan all-American, Las Vegas, concerto country, 64enne bianco e benestante che, appostato al 32esimo piano di un grande albergo, si mette a sparare sul pubblico e mette a segno il più grande massacro con armi da fuoco della storia Usa (se si eccettuano quelli contro i nativi americani, che evidentemente non contano).

MARSIGLIA O ORLANDO NON FA DIFFERENZA. Non è terrorismo, assicurano Fbi e Cia. Sì che lo è, replica Isis, sostenendo che Stephen Paddock si era appena convertito all’islam, con nome arabo e tutto. Per ora non ci sono prove certe né di una tesi né dell’altra. Ma, alla fine, ci interessa davvero sapere in quale cassetto vada infilato il mattatoio di Las Vegas, se nello stesso in cui solo domenica abbiamo riposto l’accoltellamento di due ragazze a Marsiglia e il furgone lanciato sulla folla a Edmonton, in Canada, o in quello, altrettanto strapieno, dove stanno i fascicoli riguardanti Aurora, Sandy Hook, Orlando, e tutte le stragi perpetrati da matti, complessati e sociopatici con libero accesso da armi da guerra, che però non hanno gridato «Allah akhbar»?

UN ESERCITO DI KIM JONG-UN MINIATURIZZATI. La distinzione sta diventando sempre più evanescente, insensata, e di fronte a 59 vittime innocenti suona quasi canzonatoria. Se la specificità del terrorismo è seminare terrore fra la popolazione e destabilizzare la struttura di uno Stato, non si capisce perché un’azione come quella di Paddock non debba essere classificata come tale. Il terrore fra la gente c’è, forse ancora più acuto in quanto i motivi sono ancora incomprensibili, e, poiché l’autore si è suicidato, forse lo rimarranno per sempre. E, anche se la libera vendita di armi negli Usa è un’inattaccabile vacca sacra perfino per Bernie Sanders, la quantità di americani pazzi di ogni età che se ne servono per vendicare i loro scombinati conti con l’umanità - piccoli Kim Jong-un a stelle e strisce che miniaturizzano nelle loro stanzette-arsenale la stessa psicosi guerrafondaia del dittatore nordcoreano - minano la sicurezza e la fiducia nello Stato quanto il suprematista bianco rasato e tatuato o il migrante radicalizzato su Telegram che nessuno ha mai visto frequentare la moschea.

LA MATRICE È UNA: UN ODIO TOTALIZZANTE. L’omicidio di massa, che abbia o no un’etichetta, è sempre terrorismo, ha gli stessi effetti e la stessa matrice, l’odio nichilista per gli esseri umani, compreso chi uccide. Un odio così totalizzante che alcuni terroristi lo invocano con il nome di un dio, altri solo con il crepitio di infinite raffiche di mitra dalla finestra di un hotel.

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