Zonin
3 Ottobre Ott 2017 1632 03 ottobre 2017

Popolare di Vicenza, chiesto il rinvio a giudizio per Zonin

Oltre all'ex presidente rischiano di finire alla sbarra altri sei dirigenti al termine dell'inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza.

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Sono passati due mesi dalla conclusione delle indagini preliminari ed è arrivata la chiamata alla sbarra per i presunti responsabili del crac della Banca Popolare di Vicenza. La Procura berica ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex presidente Gianni Zonin e per altri sei ex dirigenti della BpVi al termine dell'inchiesta per aggiotaggio, ostacolo alle attività di vigilanza e falso in prospetto.

GIUDIZIO RICHIESTO PER SEI DIRIGENTI. Con Zonin, spiega il Procuratore Antonio Cappelleri, è stato chiesto al gip di processare l'ex ad e dg dell'istituto, Samuele Sorato, l'ex consigliere, Giuseppe Zigliotto, l'ex vice dg responsabile della divisione mercati, Emanuele Giustini, l'ex vice dg dell'area finanza, Andrea Piazzetta, l'ex vice dg della divisione crediti, Paolo Marin, e il dirigente proposto alla redazione dei documenti contabili, Massimiliano Pellegrini.

CONTESTATI TRE DIVERSI REATI. Zonin e i sei ex dirigenti della banca sono indagati per ostacolo all'attività di vigilanza, aggiotaggio e falso in prospetto. Per i primi due reati viene chiamata in causa anche la banca in liquidazione coatta, indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. Per quanto riguarda l'aggiotaggio, agli indagati viene contestato di aver diffuso «notizie false» e posto in essere «operazioni simulate ed altri artifici, concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione delle azioni Bpvi» e «ad incidere in modo significativo sull'affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale» della banca.

SOTTO ACCUSA I FINANZIAMENTI AI CLIENTI. Sotto accusa la prassi dei finanziamenti concessi ai clienti per la sottoscrizione delle azioni emesse dalla banca «per un controvalore complessivo di circa 963 milioni di euro», spesso accompagnati dall'impegno al riacquisto delle azioni, senza aver iscritto al passivo dello stato patrimoniale un'analoga riserva indisponibile per il 'finanziamento' del proprio capitale. Una prassi non comunicata al mercato, destinatario dunque di «notizie fase», veicolate nei bilanci e nei comunicati stampa, in merito alla «reale entità del patrimonio» e della «solidità» della banca, nonché alla «crescita progressiva della compagine sociale» e «al buon esito delle operazioni di aumento di capitale del 2013 e del 2014».

OSTACOLATA ANCHE LA BANCA D'ITALIA. L'accusa di ostacolo all'attività di vigilanza deriva invece dall'aver nascosto alla Banca d'Italia l'esistenza di finanziamenti a terzi per acquistare azioni Bpvi e di lettere di impegno al riacquisto delle azioni, nonché dall'aver comunicato in più occasioni un patrimonio di vigilanza superiore a quello reale, fino a un massimo di 963 milioni di euro, oltre all'aver taciuto una serie di comunicazioni sul capitale 'finanziato'. Infine il falso in prospetto è legato ai documenti per gli aumenti di capitale del 2013 e del 2014 in cui, occultando il fenomeno del capitale finanziato, non si dava conto della reale situazione patrimoniale della banca ne' della reale liquidità del titolo.

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