Nassiriya
6 Ottobre Ott 2017 2022 06 ottobre 2017

Mafia e cocaina, la rovina dello 007 eroe di Nassiriya

Marco Lazzari, agente dell'Aisi, scampò all'attentato del 2003. Ora è stato arrestato. Secondo l'accusa era al servizio dei boss di Gela. Una storia di clan, traffico di droga e coperture al latitante Messina Denaro.

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Da sopravvissuto della strage di Nassiriya nel 2003 alle coperture del latitante mafioso Matteo Messina Denaro. Da eroe dell'Arma a un classico esponente della “borghesia mafiosa”, capace di coprire i suoi referenti nel clan con le informazioni riservate a cui aveva accesso, ma anche esperto di narcotraffico e persino fruitore di cocaina. La storia di Marco Lazzari, carabiniere e 007 dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), servitore dello Stato, esempio per le forze dell'ordine persino per il suo impegno nello Sport, è l'ennesima pagina di una stagione da dimenticare per l'Arma, già falcidiata negli ultimi mesi dall'indagine Consip, con lo scontro interno tra il comandante generale Tullio Del Sette e il Capitano Ultimo, al secolo colonnello Sergio De Caprio, e le accuse di stupro ai due carabinieri di Firenze.

GESTA COI PESI SU YOUTUBE. È stato arrestato insieme con altre 36 persone - tra cui Cristiano Petrone, altro carabiniere del Ros - nelle inchieste della procura di Roma "Druso" e "Extra Fines" sugli affari del clan dei Rinzivillo nella Capitale. Su YouTube si possono ancora ammirare le gesta di Lazzari mentre solleva 195 chili sulla panca o mentre fa uno squat con 270 chili sulla schiena.

A Nassiriya nel 2003 era scampato al camion imbottito di esplosivo che uccise 18 persone, di cui 12 suoi colleghi dell'Arma. Era uscito dall’edificio due minuti prima della fragorosa esplosione. Stava sistemando la jeep che l’avrebbe dovuto portare a compiere un giro di ricognizione. «Sono salvo per tre minuti. Il mio cuore è rimasto là, coi miei fratelli morti», raccontò. Membro della polisportiva Lazio, fu lui a portare allo stadio il 20 marzo del 2004 il piccolo Lorenzo, figlio del sottotenente Trincone morto nella strage, da Beppe Favalli, all'epoca capitano della squadra capitolina per ricordare il papà scomparso.

DALLE MEDAGLIE AL CLAN. Ora è in arresto. E le carte dell'inchiesta raccontano di una persona che più che servitore dello Stato era un servitore del boss Salvatore Rinzivillo di Gela, detto “lo zio”, potente capo mafia capace di arrivare anche a Messina Denaro. Dai pesi in palestra ai chili di droga da spostare. Da carabiniere insignito di medaglie a pezzo organico di un clan mafioso, con l'obiettivo persino di fare carriera.

Il passaggio dell'ordinanza in cui si cita il boss latitante Matteo Messina Denaro.

I magistrati lo scrivono nero su bianco nell'ordinanza del tribunale di Caltanissetta. Detto "l'Orco", "il braccio" o anche "il Ciccione", «Lazzari è un militare dell'Arma dei carabinieri, attualmente in forza all'Aisi, rispetto al quale innumerevoli risultano le prove raggiunte in ordine alla sua riconducibilità alla così detta "borghesia mafiosa", composta da quei "colletti bianchi" che, grazie ai posti di rilievo occupati nella società civile ovvero in ambito istituzionale, colludono con la mafia, specie in cambio di un ritorno economico, così facendo mercimonio della loro professione».

ENTRAVA NELLE BANCHE DATI. Lazzari - che, ricorda la Repubblica, si distingueva a Bologna per lo sgombero dei ragazzi che stavano in piazza Verdi - «è risultato essere a completa disposizione di Rinzivillo su richiesta e per conto del quale provvedeva a eseguire mirati accertamenti consultando abusivamente le banche dati a disposizione delle Forze dell'ordine nonché, anche grazie al suo incarico presso i servizi di sicurezza interna, a fornire informazioni riservate inerenti indagini in corso ovvero relative ad atti assunti dall'Autorità giudiziaria».

TRAFFICO DI STUPEFACENTI. Non solo. «Offriva specifici e concreti contributi nella gestione di contatti con affiliati del clan mafioso, tra cui a Ivano Martorana - luogotenente del capomafia gelese in Germania e operante, principalmente, nel settore del traffico illecito di sostanze stupefacenti». Sono stati lui e Pietrone, come si legge nelle carte, ad attivarsi, per esempio, nel raccoglie informazioni sul boss di Catania Gandolfo e raccontando delle indagini della Guardia di finanza. «Perché sono tre no? Squadra mobile (la polizia, ndr), noi e la Finanza, se non ce l'abbiamo noi ce l'ha la Squadra mobile», dicono tra loro.

Nelle conversazioni si faceva riferimento pure alla cocaina, chiamata "cose buone del Mulino bianco", che avrebbe avuto Lazzari

I due si sono adoperati pure per aiutare i boss con relazioni apposite dei servizi segreti. «Mi sto raccogliendo le mie informazioni», disse in un'intercettazione Lazzari. «Voglio vedere, io ho la possibilità di vedere oltre dove gli altri non vedono. Perché ho dei Nos (“nulla osta segretezza”, per accedere a notizie riservate ndr)».

SI ACCORSERO DELLE INTERCETTAZIONI. Nelle conversazioni si faceva riferimento pure alla cocaina, chiamata «cose buone del Mulino bianco», che avrebbe avuto Lazzari. Il problema è arrivato dopo, quando i due si sono resi conto di essere intercettati. Pietrone ha consigliato a Lazzari di farsi da parte, «perché tanto dopo ce se inculano a noi, mica a lui», cioè al Rinzivillo.

IL NOTO, CIOÈ MESSINA DENARO. Lì è emersa l'intercettazione già pubblicata da la Repubblica venerdì 6 ottobre 2017, quando Lazzari, dopo aver parlato con Pietrone, parlava con l'avvocato Giandomenico D'Ambra: «Ascolta bene, ciò che prevedevamo è stato confermato da Cristiano... ti devi allontanare da zio per un periodo, io già ci ho parlato». E l'avvocato rispose: «Allontanarmi radicalmente?». Risposta: «Eh sporadicamente, io già ci ho parlato, già gliel’ho detto che ti avvertivo... non è nulla di particolare, è solo un’attenzione... capito, per il Noto che stanno cercando giù, si so n’cafoniti, perché... poi ti spiego a voce, tanto ci vediamo... si sono n’cafoniti e dagli Anni 80 fino ad adesso hanno... vogliono controllare tutti, capito?». Il Noto altro non è che Messina Denaro.

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