Miniera 4
6 Ottobre Ott 2017 0800 06 ottobre 2017

Sulcis, viaggio nelle miniere di carbone di Monte Sinni

Tra gli Anni 30 e 40 davano lavoro a 18 mila persone. Ora restano 220 dipendenti. In via di riduzione. Tra proteste contro Enel e dubbi sul futuro. Il fotoreportage di Lettera43.it.

  • Francesca Papais e Antonio Massariolo. Foto di Antonio Massariolo
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In basso a sinistra nella cartina geografica della Sardegna si trova la zona del bacino carbonifero del Sulcis. Di un’area di 393 km2 che dalla seconda metà dell’Ottocento ha dato occupazione alla popolazione locale, arrivando a impiegare, tra gli Anni 30 e 40, 18 mila minatori, oggi resta in funzione solo la miniera sotterranea di Monte Sinni, gestita dalla Carbosulcis Spa, impresa partecipata totalmente dalla Regione Sardegna. Silenzio, desolazione e una calma irreale. L’atmosfera che accompagna chi fa ingresso nel sito carbonifero trasuda fatica e un po’ di tristezza. Sensazioni impresse anche nella grande scritta che si scorge a terra, dinanzi al cancello principale: «VIA I NEMICI.. ENEL». A testimonianza delle tensioni tra minatori ed Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, anche a seguito del progetto sviluppato negli Anni 90 e mai messo in atto, che prevedeva la gestione unitaria della miniera e di un impianto per la produzione di energia elettrica attraverso gassificazione con carbone Sulcis.

IL BLOCCO DELLE ASSUNZIONI. Questo avrebbe permesso la produzione di energia elettrica a basso impatto ambientale e a basso costo ma, secondo i lavoratori, da parte dell’Enel c’è stato un «vero e proprio boicottaggio». Oggi i dipendenti della Carbosulcis sono circa 220, in via di riduzione a causa del blocco delle assunzioni e delle fisiologiche uscite per pensionamento. Il termine delle attività estrattive è previsto per il 2018, come indicato nel piano di chiusura imposto dalla decisione dell’Unione europea sugli aiuti di Stato per agevolare la chiusura di miniere di carbone non competitive. Il carbone sardo, infatti, è di scarso valore commerciale, cosa che a oggi rende la sua coltivazione un’attività del tutto improduttiva e che ha portato l’azienda a diventare una sorta di ente assistenziale nei confronti dei propri dipendenti, tenuto a galla con i soldi dei contribuenti.

LA RICERCA SULL'ARGON-40. Ma qui, un giorno, potrebbe essere possibile effettuare la separazione dell’aria nei suoi componenti fondamentali. Con il progetto “Aria”, la Regione Sardegna e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare hanno raggiunto un accordo per la rivalutazione del sito minerario per sviluppare la ricerca della materia oscura, avendo un impatto ambientale nullo. E rendere quindi il sito della miniera di Monte Sinni un importante polo di ricerca alla stregua del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso. Il principale elemento ricercato è l’argon-40, che potrebbe essere trovato con l’installazione in corrispondenza del pozzo di Seruci di un impianto tecnologico di altissimo livello. Queste infrastrutture potranno essere utilizzate inoltre per aumentare la disponibilità di tecnologie avanzate per lo screening medico, incluse le tecniche diagnostiche per la lotta al cancro. Si potranno infatti separare altri componenti pregiati dell’aria, come l’ossigeno-18 e il carbonio-13, dotati di un mercato internazionale di rilievo dal quale al momento l’Italia è esclusa.

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