Bebe Vio
Abile a chi?
7 Ottobre Ott 2017 1400 07 ottobre 2017

La disabilità deve interessare a tutti, non solo ai disabili

È bello che fioriscano nel nostro Paese associazioni e iniziative più o meno note visto che non siamo solo oggetti di cura ma protagonisti della nostra vita. Ma non scordiamo che è l'intera collettività che deve combattere contro le discriminazioni e le barriere.

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Conoscete Iacopo Melio, Max Ulivieri, Bebe Vio? Sono solo alcuni esempi di attivisti che, in Italia, si impegnano per la difesa dei diritti delle persone con disabilità e per promuovere una rivoluzione culturale e socio-politica nel modo in cui la disabilità viene “costruita”, percepita e vissuta sia dai disabili stessi sia dalla società. Ma il vento del cambiamento proviene da lontano. I primi movimenti di attivisti per la difesa dei diritti delle persone con disabilità risalgono a circa metà del XX secolo in Gran Bretagna, come risposta alle molteplici discriminazioni subite a livello sociale ed economico. Questo tipo di attivismo poggia le sue fondamenta teoriche sul modello sociale della disabilità, secondo cui la disabilità non coincide con i deficit individuali bensì con le caratteristiche della società, ritenute «disabilitanti».

IL CAMBIO DI PROSPETTIVA. Esemplificando, disabile non è la persona in sedia a rotelle ma l'edificio con la scalinata e privo di ascensore, poiché tali caratteristiche impediscono l'accesso a chi non può camminare sulle proprie gambe. Il modello sociale, nelle sue diverse declinazioni, è stato rivoluzionario soprattutto nelle sue ricadute pragmatiche: affrancarsi da una visione che associava la disabilità alla patologia organica individuale, quindi al corpo, per abbracciare una prospettiva che la attribuisce alla struttura sociale, ha significato togliere, o per lo meno ridimensionare molto, il potere che il modello medico e i suoi esperti esercitavano sulla vita delle persone, restituendolo in primis ai disabili stessi e poi anche alla collettività.

LE BATTAGLIE CONTRO LA DISCRIMINAZIONE. «Niente su di noi senza di noi», un'espressione coniata in quegli anni, è divenuta poi il motto dei movimenti per la difesa dei diritti delle persone con disabilità. L'Unione dei Disabili Fisici contro la Segregazione fondata nel 1972 (Upias, ovvero Union of the Phisically Impaired Against Segregation) è stata la più importante organizzazione a essere associata al modello sociale della disabilità. Le lotte a favore di una legislazione antidiscriminatoria che dichiarasse illegittima la disparità di trattamento nei confronti di persone con disabilità e le campagne a favore del pagamento diretto, ovvero mirate a far sì che lo Stato eroghi denaro ai cittadini disabili invece di imporsi nella scelta dei servizi a loro beneficio, sono solo degli esempi di azioni politiche portate a compimento in quegli anni.

Alex Zanardi.

Il nostro Paese, invece, ha una storia di attivismo molto più recente e forse meno “corposa”. Sarà la vicinanza al Vaticano o qualche altra misteriosa ragione, ma la mia impressione, in linea generale e fatte salve le dovute eccezioni, è che si preferisca approcciarsi alle persone disabili più come oggetti di cura, che come soggetti protagonisti della propria vita e responsabili delle proprie scelte.

LE REALTÀ ITALIANE. Tuttavia qualcosa sta cambiando anche qui. La partenza è sempre il protagonismo e la presa di posizione di chi vive la condizione di disabilità sulla propria pelle. Cominciamo citando gli esempi più noti: la Onlus Vorrei prendere il treno fondata da Iacopo Melio, a favore dell'abbattimento delle barriere architettoniche e del diritto all'accessibilità per tutti; il progetto Loveability di Maximiliano Ulivieri e il disegno di legge per l'istituzione del ruolo professionale di assistente sessuale (sono stati da poco avviati i primi corsi di formazione per assistenti sessuali a Bologna). E non dimentichiamoci della squadra di Ambasciatori dello sport paralimpico italiano capitanata da Alex Zanardi e con la presenza, tra gli altri atleti, di Bebe Vio, che sta entrando nelle scuole e negli ospedali con l'obiettivo di raccontare, attraverso le esperienze personali dei campioni e delle campionesse, l'importanza e il diritto delle persone con disabilità, di praticare sport.

IL DISABILITY PRIDE. Esistono anche realtà forse meno note, come il Mid, Movimento Italiano Disabili, movimento socio-culturale e di sindacato ispettivo, che ha la finalità di promuovere la partecipazione dei disabili all'attività politica e sociale nonché il rispetto dei loro diritti. Abbiamo già conosciuto il Disability Pride Italia, iniziativa itinerante al suo secondo anno di vita, che organizza giornate dense di momenti di incontro, dialogo e confronto tra attivisti, cittadini comuni, associazionismo e istituzioni sugli argomenti più “scottanti”: diritto alla sessualità, al lavoro, turismo accessibile, eliminazione delle barriere architettoniche, e così via.

In Italia si considerano le persone disabili più come oggetti di cura che come soggetti protagonisti della propria vita e responsabili delle proprie scelte

Ci sono progetti e gruppi che conosco più da vicino. Il primo è il progetto dell'Associazione di promozione sociale disMappa che dal 2012 si occupa di valorizzare il centro storico di Verona, tramite la mappatura di luoghi ed eventi accessibili. Diventata la più dettagliata in Italia, con oltre 700 punti di interesse segnalati, la mappa permette di visitare e vivere la città senza barriere. Figlia del progetto è Casa disMappa, l'abitazione totalmente accessibile, che, nel centro della città di Romeo e Giulietta, offre ospitalità gratuita ai turisti in carrozzina. Per finire con gli esempi, esaurienti ma sicuramente non esaustivi, il gruppo desiderAbili , composto da disabili e non, che, sempre a Verona, si occupa di diritto alla sessualità, alla vita indipendente e all'autodeterminazione, promuovendo occasioni di confronto su questi temi con la cittadinanza e le istituzioni veronesi.

SIAMO GLI ESPERTI DI NOI STESSI. Insomma, anche nel nostro Bel Paese inizia a esserci un certo fermento. Da persona con disabilità, non posso che essere contenta di tutta questa fioritura di movimenti, gruppi, associazioni composti da individui consapevoli dell'importanza di conquistare il diritto di “avere voce in capitolo”, anzi di più, di essere i primi a prendere decisioni in merito alle questioni che ci riguardano. I primi “esperti” di noi stessi siamo noi stessi, potremmo dire. E questo vale non solo per tutte le categorie sociali, ma, credo, pure per ogni singolo individuo.

UNA QUESTIONE DI TUTTI. Ciò non significa, però, che gli unici a occuparsi di disabilità, debbano coloro che versano in questa condizione. Sia perché garantire il pieno e soddisfacente sviluppo dell'individualità e della possibilità che ciascuno si autodetermini non è soltanto una responsabilità individuale o di una categoria bensì dell'intera collettività che quindi deve sentirsi chiamata in causa, sia per il fatto che avere una disabilità, momentanea o permanente, anche solo dovuta all'invecchiamento, capita a tutti, prima o poi. Non toccatevi gli attributi, non servirà. Il segreto penso stia nel posizionamento che dovrebbero auspicabilmente avere gli “abili” quando affrontano questioni riguardanti la realtà “disabilità”, e cioè mantenendo un atteggiamento di ascolto e rispetto nei confronti di chi, vivendola sulla propria pelle, ne sa più di loro.

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