Prima Guerra Mondiale 140627192124
BASSA MAREA 8 Ottobre Ott 2017 1400 08 ottobre 2017

Caporetto, i caporettisti e la lezione che l'Italia non ha compreso

Dalla disfatta militare della Grande Guerra, di cui ricorre il centenario, Badoglio fu l'unico a uscire pulito. Anzi: venne promosso e fu protagonista di altri momenti drammatici della nostra storia. Una parabola molto italiana.

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La più famosa descrizione dello sfascio militare italiano a Caporetto è quella di Ernest Hemingway in Addio alle Armi, e descrive non tanto l’insieme quanto uno dei drammi, quello degli ufficiali allo sbando, separati dai loro reparti, e la polizia militare – i carabinieri – che li fucilava, e la stanchezza di combattere. Ma Caporetto è dell’autunno 1917, un secolo fa esatto, il 24 ottobre alle 02, l'inizio dell’artiglieria mai così massiccia e Hemingway, sul fronte italiano solo nel giugno 1918, utilizzava i racconti sentiti dai commilitoni italiani.

IL DIARIO DI GADDA. Non era del tutto la sua guerra. Molto più vero il racconto del sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda (1893-1973), fatto prigioniero con la compagnia di mitraglieri di cui era comandante in seconda sulle rive di un Isonzo che non riuscivano ad attraversare. Avevano austriaci e tedeschi dietro le spalle dopo una notte di ritirata dal Monte Nero che non volevano lasciare, e tedeschi e austriaci ormai anche sull’altra sponda del fiume in piena. Era la fine. Gettarono gli otturatori delle mitragliatrici prima di arrendersi. «Che dolore, che umiliazione, che pianto nell’anima. Finire così la nostra vita di soldati e di bravi soldati…». E i suoi uomini migliori, ricordava nel diario di Caporetto e della prigionia pubblicato integralmente postumo per sua volontà, «avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale». Una sciagura nazionale che l’incompetenza degli alti comandi, su cui Gadda non aveva dubbi, rendeva ancora più amara.

LA SCONFITTA E LA FUGA. L’amarezza dell’Italia fu allora e per molti anni quella di vedere sottovalutato il suo sforzo bellico a fronte di quello franco-inglese sul Fronte Occidentale, e di vedere ben conosciuta all’estero, per l’impatto e le dimensioni del crollo, una sola delle tante durissime battaglie combattute: la dodicesima dell’Isonzo, la peggiore, Caporetto, che passò alla cronaca, e poi alla storia, solo come fuga. Molti storici militari italiani, soprattutto nel Ventennio, ripagarono il favore sottovalutando ampiamente le tragedie della Somme e di Verdun.

A Caporetto morirono tra i 10 mila e i 13 mila italiani.

Crollo militare, incompetenza diffusa di molti degli alti comandi italiani fino al livello di divisione, o anche crollo morale? Oppure insufficienza di una sola delle quattro Armate italiane, la II del generale Luigi Cappello, e in particolare del XXVII Corpo d’Armata di Pietro Badoglio? Viltà dei fanti come disse il bollettino del generale Cadorna, subito corretto dal governo, o confusione dei generali, come ammise la commissione d’inchiesta salvando però l’ammanicatissimo Badoglio, tecnicamente valido ma moralmente ambiguo, promosso a novembre 1917 a numero due dell’Esercito (era tenente colonnello ancora nell’aprile del 16) e così tutelato?

IL RISCHIO DEL «CAPORETTISMO». Un secolo dopo le domande non sono inutili. Per cercare di non tradire troppo la verità storica e sapere che cosa davvero accadde; per inserire il drammatico episodio nel quadro complessivo del conflitto, una battaglia assai più vasta e peggiore per l’Italia come perdite, rispetto ai giorni di combattimento, di quanto non sarebbe stata Stalingrado per l’Asse nel '42-'43 (15 giorni sull’Isonzo, oltre 100 a Stalingrado), anche se Caporetto fu presto tamponata dall’Italia e poi rovesciata e non ebbe certo le conseguenze strategiche e geopolitiche di Stalingrado o di El Alamein. Per capire infine quanto pesi Caporetto nella definizione del carattere nazionale, a rischio frequente di “caporettismi” per “sfasamento tra possibilità e obiettivi” e per “superficialità”, conseguenza di una ignoranza nazionale diffusa (anche ai vertici) e accettata senza complessi, come scriveva Mario Silvestri, grande osservatore di quella battaglia, di quella guerra e attraverso queste dell’Italia (si veda il suo Caporetto. Una battaglia e un enigma, 1984, oggi nella Bur-Rizzoli). Non bisogna dimenticare poi la seconda, peggiore Caporetto bis, 26 anni dopo, nel settembre-ottobre 1943, ancora con Badoglio al centro.

LA SUPERIORITÀ DELLE TECNICHE TEDESCHE. Caporetto fu la conseguenza di nuove tecniche di attacco tedesche già sperimentate poco prima contro i russi a Riga (1-3 settembre) che ribaltavano la logica del muro contro muro e degli attacchi in massa. Piccoli e piccolissimi reparti bene armati, aggiramenti ai fianchi, infiltrazioni nelle file nemiche, uso non solo a tappeto ma mirato dell’artiglieria, corse in profondità dietro le linee avversarie. Funzionò anche a Caporetto, funzionerà anche e in modo quasi altrettanto massiccio contro gli inglesi in Piccardia nel marzo del '18, dove erano stati mandati i comandanti tedeschi di Riga e di Caporetto, e a maggio contro i francesi sullo Chemin des Dames, fino ad allora ritenuto inespugnabile. Quei comandi non furono più illuminati dei nostri.

Luigi Cadorna.

Le conseguenze militari di Caporetto, per quanto gravissime con perdite enormi di uomini uccisi, feriti, prigionieri, materiali furono meno gravi delle conseguenze politiche e morali, perché in modo insperato l’esercito riuscì a fare diga sul Piave e a ricacciare gli avversari verso Nord Est e, alla fine, ad averne ragione. Fu lo sfaldamento non di un esercito, ma di una delle sue quattro Armate, la seconda, in un clima nazionale di grande confusione anche politica e di terrore di un arrivo del nemico fino a Milano e Bologna.

L'APPROSSIMAZIONE ITALIANA. Occorrerà attendere lo sfaldamento totale dell’esercito francese nel giugno 1940 per trovare qualcosa di analogo (e ben maggiore), e poi il «tutti a casa» delle forze armate italiane nel '43, sotto…Badoglio. L’Italia, a differenza dell’altrettanto giovane Stato unitario germanico, aveva poche glorie militari alle spalle, mancava quindi di quel fondamentale collante nazionale e punto di orgoglio che, inevitabilmente e purtroppo, erano le imprese militari di successo, e Caporetto pregiudicò tutto, per qualche mese e non solo. Resta una grande ombra, soprattutto se vista insieme al 1943. Silvestri rimane una lettura fondamentale perché va oltre la battaglia e scruta nell’intimo l’Italia. Creò la categoria nazionale dei “caporettisti”, approssimativi pasticcioni e affidati allo stellone, e il “capo rettissimo” fu Mussolini. Si può aggiungere su questo un dato che spiega tutto e spiega anche il 1943: nel Secondo conflitto mondiale l’Italia riuscì a costruire 11 mila aerei militari (in gran parte ottimi quando progettati nel '34 o '35, antiquati nel '40), l’Inghilterra e la Germania circa 12 volte di più, e gli Stati Uniti 294 mila. E noi dichiarammo a fine '41 guerra anche all’America.


BADOGLIO, SIMBOLO DEL PROFITTATORE. Ma non è finita. Nell’ultimo capitolo del suo Caporetto del 1984 Silvestri, che morirà 10 anni dopo a 75 anni e che di professione era docente di Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano, intravede il rischio di un’altra grande Caporetto nazionale, rischio che in oltre 30 anni è aumentato: quello di un diffuso impoverimento economico e morale nazionale, frutto degli eventi globali e della poca capacità italiana di capirli, di affrontarli e di impedire che uomini inadeguati in tutto ma non nel carrierismo tenace e astuto aggiungano danno a danno. Su Badoglio, simbolo nazionale dell’astuto profittatore d’alto bordo, «un cane da pagliaio che corre dove il boccone è più grosso» diceva amaro il suo grande avversario, il generale Enrico Caviglia che a Caporetto dovette salvargli i brandelli del Corpo d’Armata, Silvestri è definitivo: «È d’altronde naturale che, non avendolo eliminato dal comando nel 1917, ma avendolo anzi promosso, gli italiani se lo siano ritrovato fra i piedi, a pretendere un posto nella storia, in posizione più elevata e in momenti ancor più drammatici di quelli dell’ottobre 1917».

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